Koko e la sua «vita di confine»

La «gorilla parlante», morta a 47 anni, non era né umana, né non umana. Semplicemente post umana


Ma proprio perché la chiamavano più «gorilla parlante» che Koko, questa creatura è stata più analizzata che ascoltata: Noam Chomsky le ha negato reale produzione linguistica perché Koko non usava frasi ma solo parole, altri l’hanno solo messa nel calderone di tutti i suoi «colleghi primati» che in qualche modo hanno fatto vacillare l’idea di Cartesio dell’animale che non parla ma al massimo comunica come lo scimpanzé Nim o il bonobo Kanzi: una serie di esperimenti, così li abbiamo intesi, che infatti fanno vacillare ma non rompono nessuna barriera.

Il problema di cui Koko è stata testimone è che all’umano, degli animali come lei, interessava capire solo quanto fossero un po’ umani anche loro, ma mai capire cosa si provasse a essere proprio quella vita lì senza costringerla a giocare alle nostre regole (la lingua dei segni) senza capire le loro. Oggi che Koko non c’è più vorrei invece ricordare un’altra capacità raccontata nel libro Koko’s Kitten (1985) di Francine Patterson: la quella di capire la vita più di quanto molti di noi siano in grado di fare. Koko aveva un gattino, Pallina, morto davanti a lei investito da una macchina; la depressione in cui entrò, il senso del lutto, il suo rifiuto di intrattenere qualsivoglia rapporto con altri gatti che le venivano presentati racconta sul mondo animale molto più di quanto non abbia fatto l’idea che potesse parlare.

Koko è stata una vita di confine, né umana né non-umana, semplicemente postumana — un primate superiore, come noi, ma già al di là di noi — fuori dalla gabbia del linguaggio, dentro la rete della compassione e del senso di tristezza per la consapevolezza che prima o poi si muore e che ogni attimo è tremendo. Sono certo che Koko e Pallina, adesso, potranno vivere e comunicare a loro modo, senza nessuna regola imposta, senza niente da dimostrare. L’animalità di Koko è la libertà che le abbiamo tolto in una vita da cavia, una libertà che dovremmo imparare a dare prima di pretendere.

Corriere della Sera

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