Sul ciglio di qualcosa

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photo by Pierperrone

Acquattata dietro al ciglio della catasta di legno, la belva sta in agguato.
Immobile, attenta a non provocare il minimo rumore.
Fissa la sua prossima preda.
Ferma.
Come di pietra.
Anche il respiro, trepido di tensione, è sospeso.
Come il tempo.
Non batte più i suoi silenziosi istanti.
Tutto è un’unica attesa.
La preda, ignara, innocente, spensierata, sta sulla riva del piccolo lago.
In un attimo, però, muta qualcosa.
D’improvviso, nell’aria, s’annusa il pericolo.
La preda sente qualcosa.
Un brivido, un soffio d’aria, un frusciare di fronde.
L’irrequieta agitazione comincia a mettere il cuore al galoppo.
L’ansia di vivere.
Vibra, l’aria.
S’è fatta pericolo.
Forse nell’aria stantìa del pomeriggio, s’è sparso l’odore acre della brama ferina.
L’afa è densa, ora, umida.
Pregna d’un invisibile effluvio famelico.
Un filo invisibile, teso come la corda di un arco, lega lo sguardo torvo della belva al corpo fremente della preda.
Il corpo, nudo, esposto, ancora si dona al piacere della frescura del lago.
Forse l’innocenza sa percepire il battito che accelera nel petto della fiera.
E’ un’eco che è impossibile fermare nell’aria.

Chi che se ne sta acquattato, pronto a scattare, dietro al ciglio della catasta di legno, non è una belva.
Non è una fiera animale.
Sta a rimirare il corpo della preda.
Languido, dolcemente disteso, appena sotto lo specchio cristallino dell’acqua sorgiva.
Dentro lo specchio.
Sotto la superficie d’argento.
Se ne sta, candido, morbidamente abbandonato al trastullo del gioco.
Tenero boccone d’un banchetto proibito.
Non è una fiera, l’animale.
E’ il cacciatore.
Bestiale.
Il suo desiderio impregna d’umore l’intero pianoro in cui è immerso il laghetto.
Un afrore aspro.
Una smania vogliosa.
Una frenesia feroce dell’anima, che scuote il cacciatore da dentro.
Ora che ha puntato il mirino, senza pietà, sul povero boccone innocente, non riesce più trattenere il tumulto del cuore impazzito.
Un sudore freddo gli cola lungo la schiena.
Il desiderio cresce.
S’ingrossa.
Indurisce ogni sentimento.
Smisurato, conquista ogni cavità dell’anima e del corpo.
Il cuore, all’impazzata, scoppia.
Si lancia al galoppo frenetico.
Fa scalpitare i cavalli nel petto del bracconiere nascosto nell’ombra.

Acquattato dietro al ciglio della catasta di legno, non c’è la fiera.
E neanche il cacciatore in agguato.
Sospeso nella spasmodica tensione di cogliere l’attimo per abbattere la preda innocente, c’è il desiderio incarnato.
Nascosto, là, dietro la bassa ammucchiata di rovi e rami seccati.
Il desiderio.
La bava alla bocca.
La bile amara.
Il bolo che rende rancido il sangue raggelato nell’attesa impaziente.
Il desiderio, ferino cacciatore.
Perennemente affamato.
Insaziabile.
Eterna condanna d’una vita senza requie.
Ricerca d’un impossibile sollievo.
Volgare questua d’un attimo di consolazione, d’un rimedio, d’un linimento, d’un balsamo, d’un conforto…
Il desiderio riempie di sè l’aria, del suo fetido miasmo.
Gonfia l’anima.
Macera la vita.
Apre la strada solo al pensiero della morte.
Come l’afa, immobile, inestinguibile, mortale, di certi pomeriggi d’estate.
Maledetto destino, il desiderio, di certi cacciatori.
Spietato come una fiera assetata di sangue.
Un destino che batte nell’aria.
Rintocca.
Come campane a morto.
E il cuore s’empie d’angoscia.

La fiera, il cacciatore, il desiderio.
Chi è nascosto dietro quel cumulo di spine?
Schegge pungenti.
Marcescenti e ritorti legni consumati.
Dita rinsecchite dal tempo.
Immobile, tempo, infinita sequenza di istanti senza pietà.
Fermo, fisso.
Guarda la scena che s’è composta nel pianoro.
La languida luce rosata del tramonto, ormai, s’è arrugginita e un velario che parla di morte ammanta la scena.
La preda non riesce più a rinfrescarsi nelle limpide acque del lago.
Chi è il mostro in agguato dietro la nera catasta di ferro arrugginito?
Forse è Satana che s’è fatto persona.
Un Demonio di carne.
Carne che brucia.
Sì, carne che brucia come la carne ch’è rosa dal desiderio infernale di chi sta, fermo, immobile, e guarda, da dietro a una nera fascina di rami contorti.
Sta lì.
In silenzio.
A guardare.
Il giovine corpo innocente che spensieratamente gioca con l’acqua, liquida e complice.
Nudo corpo di creatura innocente.
Gioca.
Si carezza.
E accarezza felice la vita che si scioglie e scorre via lontano, verso mondi sconosciuti.
Corpo che s’abbandona.
Molle, estenuato, esausto.
Stretto fra le braccia della liquida nudità argentina che gorgoglia, e schizza, ancora, fin quasi quaggiù.
Voluttuosa voluttà della spensieratezza innocente.
Immersa in un lago di sensazioni che neppure sa spiegarsi.
Corpo che si stringe in un abbraccio che diventa forte.
Riscalda.
Ad un tratto fa quasi male.
E, proprio in quel punto, ecco, ecco il lago si si fa fondo.
E sprofonda.
Salgono dal basso, sospiri, ed echi, di palpiti profondi.
Palpiti e rossori.
Pensieri sconosciuti.
Fantasmi nascosti.
Galoppo di fantasie e paure.
Tremori dell’innocenza.
Dello sboccio dei fiori.

Fiera, cacciatore, desiderio, Demonio.
Niente sono.
Niente, al confronto del turbine che s’agita dietro al ciglio serrato del nero legno.
Dietro.
All’epicentro del terremoto che scuote ogni certezza.
Dove le scosse diventano devastazione.
Dove la devastazione diventa vuoto deserto.
Il deserto senza vita.
La vita bruciata dal Simum, dal Kamsin, dall’Harmattan, dal soffio infuocato, dal vento che brucia la vita.
Dietro, all’epicentro, fin proprio dentro, nel vortice, nel gorgo…
Inghiottiti dalla forza che tutto consuma, devasta, distrugge.
Non basta, il legno, la catasta.
Non è una barriera, una difesa.
Non è una protezione, una barricata…
I rami, i fusti, sono spezzati, gli arti rattrappiti, contorti.
Non è una corazza, un’armatura, qualcosa che possa fermare la violenza che mi arde dentro.
E me ne resto acquattato, impotente.
Raggelato, dentro di me impazza il ciclone.
Ardono i lampi accecanti.
Le saette infuriano in una battaglia furiosa in cui si affrnotano le forze scatenate dell’inferno.
Spari, boati, scoppi, esplosioni.
Colpi che scuotono la mia povera mente impazzita.
Tumulta il sangue, come lava ardente.
Gorgoglia.
La carne è disfatta.
Come la volontà.
Sottomessa.
Torno all’impasto che sono.
Di terra, e di fango, di sudore, e bestemmie.
E incubi febbrili.
Scariche, e raffiche.
Eco delle primordiali pulsioni.
Dell’incubo nero notturno.

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