IL REFERENDUM – p. I

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IL CONTESTO ESTERNO

Facciamo un post sul referendum, mancano poche settimane, ormai, al 4 dicembre, data, ormai, fatidica, almeno per questa Italia di oggi.
Ce ne ricorderemo, forse, di questo 4 dicembre, negli anni venturi, perchè, comunque andrà a finire l’esito del voto, è probbile che ci saranno conseguenze durature.
Prima di dire cosa ne penso, qual’è la mia opinione, vorrei evidenziare il contesto esterno in cui si colloca questo momento storico del tutto particolare.
Così, al volo, in fretta, le tensioni sono fortissime.
Negli USA, la battaglia fra Trump e la Clinton è simbolo di una democrazia che pare essere sfiorita, appiattita tra una dimensione affaristico/dinastica (i Bush, i Clinton… ma non c’è altro, nel panorama americano? Oh, si restano i Tea Party ed i lobbisti, poi i socialisti alla Sanders, molto pop… ma poco costruttivo… E i giovani? I lavoratori? Gli immigrati? I ricchi e i poveri? Tutti [s]contenti?)ed un populismo postfascista.
In Russia, in Turchia, nel mondo Arabo, confini-contorni di un’Europa invecchiata male, emergono visioni autoritarie del potere e spinte a fondamentalismi e personalismi che accerchiano le consunte democrazie rituali europee.
In Oriente, in Cina, in India e le altre Tigri dell’Est, la via al capitalismo, se da un lato viene percorsa a passo molto veloce (+/-) e senza minacciare sfracelli di guerre, lì è evidente che è differentemente decolinato il significato della parola democrazia, i valori per i quali siamo cresciuti e nei quali ancora (forse) crediamo. L’individuo si può arricchire, può aspirare al benessere, ma lo Stato resta un’entità sovraordinata di natura molto autoritaria (ho incluso l’India, che però ha sue specificità peculiari, ma tanto devo semplificare).
I Paesi dell’America del Sud, Brasile, Argentina, eccetera, sembravano alla svolta, solo pochissimi anni fa.
Ora, pagano la crisi del capitalismo più maturo, pagano uno sviluppo squlibrato, una visione della democrazia malata, spesso deforme, un pò idealizzata e romantica…
Cosa ho dimenticato? L’Australia, la Nuova Zelanda, il Canada, periferie del mondo, verrebbe da dire, almeno, in termini di significatività… nella storia contemporanea. E che, poi, potrebbe essere il modello migliore, no?
Che altro ho dimenticato?
Ah, si, l’Europa. L’ho solo citata.
Fragile, debole, stanca, malata.
Così, la vedo, oggi. Così si manifesta sulla scena mondiale.
Non vado nei dettagli dei singoli Popoli, ma basterà sintetizzare i sintomi dei mali.
Paura.
Paura di aver perso il tram del progresso, di invecchiare, di venire inghiottita dal gorgo del mondo che gorgoglia di vita, ma che proprio perchè è vita, rigurgita disordine, violenza, prepotenza, mentre digerisce e rumina ricchezza, potere e benessere.
In difesa del superfluo accumulato nei 70 anni del dopoguerra, in Europa si litiga sui decimali di calcoli percentuali privi di qualsiasi rapporto con una qualsivoglia realtà tangibile e concreta: i parametri di Maastricht, sono forse frutto di sperimentazione scientifica come le leggi della fisica o i legami della chimica?
Assurdi e insignificanti, privi di conreta fattualità, eppure, tanto percepiti come vincoli di un inderogabile ordine finanziario continentale, da essere branditi come manganelli contro i popoli stessi che hanno fatto l’Europa.
Quando finirà questa sbornia tecnicistica, e finirà, immagino, con uno di quei mal di testa che lasciano il segno, ci si accorgerà dell’assurdità feticistica di quest’ultimo decennio di finanza psicotropa ed economia dopata.
E poi, la paura, fisica, dell’accerchiamento, dell’assedio, della conquista.
L’Europa, nella quale il numero degli europei si sta rapidamente riducendo, mentre si innalza vertiginosamente l’asticella dell’età media, è preda della paura, di attacchi, attentati, razzie.
Si sta rinchiudendo nei muri di quei confini che sembravano dover scomparire per sempre.
Invece di diventare Stati Uniti d’Europa, si alzano barriere, fisiche, religiose, politiche e morali.
Sarebbe più corretto dire immorale.

Ho omesso di parlare della carne e del sangue.
L’Africa, l’Amazzonia, gli Oceani…
Ed i milioni, i miliardi, di forme viventi…
La materia di cui si compone la vita.
E gli uomini, e le donne, ed i bambini, ed i vecchi.
Chi sono, dove sono, che fanno?
Si odono spari, si vedono lame che sgozzano, barche che affondano, bocche che annegano…
Popoli che migrano, continenti alla deriva, acque in espansione…
Tutte forme che si stanno modificando sotto i nostri occhi.
Un’immensa, inafferrabile, irrefrenabile metamorfosi planetaria.
La vita pullula, formicola, soffre, o gioisce, piange, o ride, nasce, o muore, come sempre, come è stato sotto ogni latitudine in ogni tempo.
Ma oggi, pare, questo, tutto questo, è diventato impossibile da prevedere, da dirigere, da governare.
La vita, il passato/presente/futuro iscritto nei geni degli uomini, il pensiero, oggi, scorrazzano nell’immensa giungla del tempo.
Non sembra il tempo delle grandi leggi.

Ecco, questo il tempo, il momento, l’oggi.

Per oggi mi fermo qui.
Del referendum, più in dettaglio, delle mie idee al riguardo, di ciò che forse farò, parlerò in un secondo post più specifico.
Questa premessa era necessaria, per inserire il discorso nazionale in questo grande marasma mondiale che entra nelle nostre case e ci trascina nelle correnti e fra i gorghi.

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5 pensieri riguardo “IL REFERENDUM – p. I

  1. Era questo il cambiamento visto nel calendario Maja con la svolta del 20/12/2012?
    La mia è una battuta.
    Vedo il mondo attuale dilaniato da guerre (in)civili fatte mercenari da cui la gente fugge e si sparpaglia, e se non annega nel mare di mezzo annega nel marasma delle nostre città. Vedo popoli andare al voto, in nome del popolo sovrano che quando sbaglia è peggio che se sbagliasse il Re, perchè un Re lo si può destituire o ghigliottinare, il popolo bue no, va al macello con la pastoia e il basto, acclama Erdogan in Turchia, la brexit nel UK, Trump negli USA …. il futuro delle democrazie protrebbe non coniugarsi con il suffraggio universale e avere sempre meno valore il postulato di una testa un voto.

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    1. Si, Paolo, anche io mi pongo tante domande come le tue.
      Ma cosa resta, dopo?
      Le risposte non bastano.
      Occorre, alla fin fine, una fede, nella democrazia, non parlo di religione.
      Fede che qualcosa accada, da qualche parte, che faccia rinsavire gli uomini.
      E’ necessario avere questa fede, altrimenti come si vive?
      Però, ad evitare facili pessimismi, pensiamo che di tempi peggiori ce ne sono stati tanti, nei secoli scorsi…
      Dirai che non è molto.
      Ma è pur sempre qualcosa.
      Potrebbe andare peggio? Certo, potrebbe.
      … e se invece andasse meglio, domani?

      Piero

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  2. Analisi la tua molto chiara e veritiera sulla situazione dell’Europa. Spunteranno menti capaci di rimettere le cose a posto o almeno di ridarci un poco di speranza? Per ora all’orizzonte non vedo nulla.

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    1. Come ho detto anche a Paolo, dobbiamo restare ottimisti.
      All’orizzonte prima o poi si vedrà… l’isola che non c’è.
      L’utopia.
      Il sogno.
      La realtà di domani.
      Dobbiamo restare di guardia.
      Ed evitare che la nostra nave affondi del tutto.
      Se scappiamo, in fondo, facciamo come il comandante Schettino.
      E non sempre c’è un Di Falco ad indicarci cosa dobbiamo fare.
      Siamo soli, spesso.
      Quindi, dobbiamo fare la guardia.
      Per noi stessi, e per i nostri cari, almeno.
      Un abbraccio,
      Piero

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  3. Molto lucida la tua descrizione e la condivido in pieno, così come sono sicura che nonostante la confusione, il disordine, l’insicurezza, l’incertezza del futuro, si possa avere ancora e sempre vive nel cuore la speranza e la fiducia nel futuro.
    Ora non riusciamo a vedereuna via chiara da percorrere ma questa via c’è, prima o poi la vedremo spuntare all’orizzonte, magari dove non l’avremmo mai aspettata e cominceremo a percorrerla…
    In fin dei conti, come poche piccole lucciole la cui luce si accende e si spegne, qualche segnale di novità a guardar bene c’è..
    Ti abbraccio Piero
    Fausta

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