LA GIUNGLA DI CALAIS

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La “giungla” di Calais, estremo lembo della terraferma europea.
Prima di tuffarsi in acqua, nella salata salsedine che urla, minacciosa, la terra, per un ultimo istante, si volta all’indietro.
Cerca, con occhi disperati, un pò di pietà.
Non capisce.
La ragione di tanta violenza.
Quale forza, umana o divina, ha spezzato la continuità del continente sconfinato, imponendo alla terra, all’ultima estrema lingua di sabbia, d’inabissarsi, e morire, scacciata, tradita, ripudiata ?
La terra, fattasi sabbia sottile, gialla, come Turner la seppe sfiorare con pallide essenze sparse e soffuse, s’annega, inabissandosi, sotto il mostro d’acqua mugghiante.
Le zolle, solo pochi paesi più indietro erano sodi seni succosi gonfi di nutrienti frutti maturi, si sono poco a poco distese, cedendo sotto i colpi di taglio delle onde venute da tanto lontano.
Raspa, l’acqua salta, come i colpi dei poliziotti, o gas lacrimogeni, ferisce, brucia, consuma, uccide, annegando nell’abisso più oscuro, la speranza d’un continente che ora sembra un deserto.
Ingannava, l’arte del pittore, che dava il colore di zolfo alla bellezza del sole che affondava nello stesso turpe abisso della massa salata schiumante.
Il sole affondava.
Inesorabile, il destino decretava alla rotonda forma dell’astro di fuoco la pena della crudele tortura di sprofondare nelle fauci dell’irriducibile arcinemico.
Cosa volete, schiene ricurve sotto le indifferenti fatiche, crocifiggere il luminoso giorno solare o la notte ladrona, atra meretrice di ambigui incubi d’amore, estrema porta europea delle tenebre oscure?
Schiene spezzate.
L’artista vide la terra cosparsa di semi che diedero miseri fiori appassiti.
Schiene frustate, manganellate, respinte.
A Calais la terra viene scacciata nel mare, affogata, mangiata dai morsi e dai denti delle crudeli maree.
E di là, solo poco più in là, si erge la bianca scogliera della bionda isola dei sogni.
Indifferente, si specchia nelle acque che hanno addosso, ancora, l’aspro fetore della terra ch’è morta.
E uomini, al di qua e al di là.
Fuori dalla cornice delle profezie dell’arte.
O forse son bestie.
Mostruosi esseri privi di cuore.
Per queste turpi creature, Turner non ebbe i colori.

2 pensieri riguardo “LA GIUNGLA DI CALAIS

  1. Guardavo ieri sera i roghi appiccati alle baracche. Leggo ragioni e commenti di tutti i colori e provo rabbia e malinconia… da qualunque parte guardo vedo solo odio, odio che brucia la terra e brucia le speranze di chi chiede accoglienza e possibilità di vivere.
    Il mondo si sgretola e sprofonda come le sabbie di questo lembo di terra… il sole tramonta, il cielo si tinge di nero….come nello splendido dipinto di Turner… quasi profetico
    Ci vuole un grande sforzo di volontà e una speranza “al di là” per non sprofondare insieme al mondo, caro Piero… sarò per questo che amo tanto le stelle!
    Un abbraccio
    Fausta

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  2. Hai ragione; qualcosa da amare ce l’abbiamo, abbiamo il cuore, Fausta, che è l’organo per amare.
    Io non so come sia il petto di quelli che hanno l’odio nel cuore e nella testa.
    Non capisco tanto egoismo.
    Mi da solo disgusto.
    Come una puzza.
    Chi sono, costoro, per appropriarsi della terra, degli spazi, per mettere dei confini, per farsi padroni di qualcosa che nasce prima del primo uomo che si potesse chiamare “padrone”?
    No, mi fanno anche un poco rabbia.
    E spavento, spavento per l’ipocrisia del nostro continente sazio, quell’ipocrisia che ha innalzato alla cattedra di Pietro un uomo buono, dolce, mite e misericordioso, per farsene uno scudo, una bandiera, una paravento, dietro al quale continuare a rubare, arraffare, depredare e razziare come sempre.
    L’ipocrisia da rapina dell’uomo bianco, uguale a quella di ogni razza che ha cercato di conquistare il pianeta e farse schiavi i propri simili, qualunque colore fosse la loro pelle.
    E’ l’ipocrisia di chi si fa ricco e potente a spese dei deboli e dei poveri.
    A Calais, come a Gorino, è quell’ipocrisia ad animare in manganelli.
    E il mare, come ingoia la terra consumata in sabbia gialla, ingoia le vite dei poveri naufraghi senza nome che ogni giorni ingozzano quel mostro ingordo.
    Ma la vita brulica di esseri, più di quanto anche il mare ne possa ingoiare.
    E ne spuntano dalla terra, più di quanti nel possano scacciare i manganelli.
    E’ questa la verità, in fondo, no, cara Fausta, alla fin fine.
    E’ amara e consolatoria allo stesso tempo.
    Un caro saluto,
    Piero

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