IL RICHIAMO

cat

cat

Quando mi ha chiamato, non ho potuto fare a meno di provare il desiderio, irrefrenabile, di rispondere.

“Eccomi!”

Immediata, la mia reazione.

Dire subito di “Si!”.

Dentro di me, le energie hanno cominciato a moltiplicarsi, come una grande fornicazione nell’anima che avesse messo in subbuglio tutti sensi del mio corpo.ù

E dico sensi, non solo quelli, i cinque sensi della fisiologia umana, ma anche quelli intimi e profondi, psicologici, sentimentali, emotivi, irrazionali.

Il richiamo è l’urlo della foresta, che si sprigiona da profondità insondabili dell’io, distanze infinite dell’essere, dagli abissi bui ed oscuri dell’esistenza quotidiana, da quel punto del nostro cosmo interiore nel quale la stella della coscienza non porta nemmeno un raggio, di riflesso, neanche un riverbero, un barlume di luce…

Il richiamo.

Quando l’ho sentito risuonare è stato come lo scoccare di una molla, il rilascio della corda del mio arco, il colpo del mio percussore attivato da un grilletto invisibile e al tempo stesso inesorabile.

La volontà, ogni volontà di corrispondere, di dare un senso, una risposta, un si oppure un no, è stata scartata, evitata, disinnescata come una pericolosa spoletta della ragione.

La volontà.

La ragione.

Il richiamo è mille volte più forte, prepotente, come una belva feroce, violento, come ogni istinto irresistibile.

Cala con l’agilità di un’aquila  e la forza di un leone.

Abbatte.

Distrugge.

Conquista.

Domina.

 

Ecco, ho commesso un errore.

Un errore, l’errore fatale.

Ho esitato.

Un attimo.

Mi sono messo in ascolto e ho cominciato a domandarmi…

Non ho fatto a tempo a tirar fuori gli artigli.

Anzi, no, quelli sono spuntati sulla punta delle mie dita senza che neanche me ne accorgessi.

E quando me non sono, invece, accorto, mi sono visto trasformato.

In un mostro.

Orribile.

Terribile.

Tremendo.

Mi sono immaginato riflesso in uno specchio.

Davanti agli occhi la mia mano, un brandello di me, un moncherino strappato alla mia interezza.

Una mano, con un troncone di braccio entrato nel fuoco del mio sguardo attonito.

Divenuta in un istante un’arma con cinque lame affilate, ricoperta di un pelo nero, luci, ispido, urticante, metallico.

Animata da filamenti azzurrini percorsi da fluidi elettrici e scintillanti.

Faville di una forza incommensurabile, la forza della natura che con fatica si tratteneva in quel quadro così ristretto, lei, forza illimitata che abita, nell’universo, gli spazi infiniti e sconfinati dell’eternità del sempre.

Mi sono visto, così, nella mia mente, tutto intero.

Trasformato in una macchina obbediente a quella forza che, da fuori di me, con voce possente, mi richiamava, rimbombando, echeggiando come un uragano pauroso.

La forza dei fulmini e il terrore dei tuoni mi hanno preso, in un attimo, ma mi hanno reso potente come un cyborg invincibile.

Così, mi sono visto, in un istante, nello specchio della mia immaginazione.

Sicuramente devo essere malato.

Ho pensato.

Ho immaginato di pensare.

Ma, intanto, ho guardato da un’altra parte.

Più forte di me, l’istinto che mi aveva afferrato, mi torto, piegato, rivolto con la forza del desiderio alla concupiscenza più incontrollabile.

Ma ho commesso un errore.

Un banale errore dell’esistere.

Il tremare.

 

 

Più che obbedire.

Più che sottomettermi alla volontà preponderante.

Più che rendermi passivo strumento della voce che si era impossessata di me.

Più che farmi congegno, di molle e fluidi e correnti e forze.

Essermi visto.

Anche se per un istante soltanto.

Un attimo.

Un tempo esistito solo dentro di me.

Soltanto una frazione di tempo.

Nessun altro, al di fuori di me, può aver percepito, e misurato una tempo così breve, meno di una frazione virtuale.

Un tempo nato e morto solo in un lampo, in un palpito, una vibrazione.

Dentro di me.

Eppure è bastato.

A vedermi.

Trasformato.

In un mostro orribile.

Una macchina.

Obbediente, e docile, come tutte le macchine.

Insensibile ad ogni esitazione.

Eppure, per un attimo, un unico sguardo soltanto, smarrito, sottratto, rubato ad un succedersi di battiti di ciglia, mi ha mostrato la mia immagine, la mia nuova identità, il mio nuovo profilo psicologico e sociale.

Ed ho esitato.

Per quell’unico, un unico battito soltanto.

Una sistole.

Un’extrasistole.

 

Mi sono interrogato.

Mi sono chiesto.

Mi sono posto mille e mille e mille più domande.

Tante, tante da non poterne neanche enumerare, sono state le domande che in quell’attimo attimo così breve ed intenso, sono balenate nel mio tremito sgomento.

Non esistono numeri a sufficienza.

Per dare quantità a quelle domande.

Né geometrie bastanti.

Per dare un ordine.

Lo spazio, il tempo, la direzione, l’ordine.

Concetti inutili.

Vuoti.

Senza senso.

Tra il richiamo, istantaneo e senza preavviso alcuno, e l’esitazione, immaginaria e preterintenzionale, si è insinuata quest’altra dimensione infinita.

L’interrogazione.

Cos’è quel richiamo?

 

 

3 pensieri riguardo “IL RICHIAMO

  1. Che bello rileggerti…Lo sapevo, sì…presuntuosamente forse, ma lo sapevo🙂 E ne sono felice!
    Ma bando alle chiacchiere; questo tuo scritto l’ho riletto più d’una volta e ancora non ho compreso con sicurezza se quel richiamo è qualcosa di positivo per te, oppure no. Propendo per la prima risposta. Quel richiamo m’appare come un qualcosa che vive dentro e che nonostante la nostra, a volte, voglia di non ascoltarlo, e di accettare ben più sicuri e facili (apparentemente) s’impone a tal punto che quasi ci sentiamo in trappola, senza possibilità di scelta.
    Dove ci sono domande ed interrogativi c’è umanità, intelligenza, vita. Forse per questo interpreto questo tuo racconto in senso positivo, un punto di partenza, quasi una rinascita.
    La rabbia positiva forse? Non so se ho ben compreso, ma in ogni caso, mi piace…
    Dimmi se mi sono avvicinata o se non ho capito un accidenti…
    Un grande abbraccio e un grato Bentornato…

    Mi piace

    1. Ma come faccio a non volerti bene, Patrizia mia, se… continui a coccolarmi cosi’?

      Hai dato al richiamo il giusto senso, quello di un qualcosa che sta dentro ciascuno di noi, forte e prepotente, ma anche qualcosa che ci tiene vivi, quasi, direi, a nostra insaputa…

      Oggi non posso dilungarmi, sto in aeroporto, adesso, in partenza per una piccola vacanza.
      Ovviamente, ho in borsa la macchinetta per le foto…
      Ti saluto, con un abbraccio e un bacio.
      A presto,
      Piero

      Mi piace

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...