GIUDIZIO UNIVERSALE

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Hieronimus BOSCH – THE LAST JIUDGEMENT

Alcune volte avere un angolo un pò riservato nel quale fermarsi a riflettere è un gran privilegio.
Alcune volte si sente il bisogno di riflettere, standosene un pò in disparte, gli occhi bassi, un pò stanchi, il cuore in tumulto, la testa confusa, il mondo, fuori, sentirlo come un intruso, familiare eppure lontano.
Alcune volte piove, anche se dovrebbe esserci il sole, se si vorrebbe che ci fosse il sole e, se anche non fa freddo, se anche non fa freddo davvero, si vorrebbe che il sole, come un abbraccio premuroso, ci scaldasse un pò.
Alle volte la solitudine è una compagna cara, un mantello che nasconde, una coperta che, quando quel sole non c’è, e piove invece che esserci, quel sole, scalda il cuore gelato.
Alle volte il cuore è gelato perchè la vita porta con sè dolore e morte.
E’ una strana creatura, la vita, a ben pensarci, alle volte.
E’ vita, si, la creaturina che frigna per la fame e non sa chiedere in altro modo, e quella voce di pianto è voce di vita, la più antica, la più nota, la più profonda e forte, e prepotente e alta.
E il cielo si apre e il sole riscalda, quando quella voce si fa sentire, un pò incerta eppure così determinata.
Ma la vita è anche altro, tanto altro, molto di più, tanto da non poterla descrivere davvero tutta intera, così ramificata, formicolante, multiforme, sfaccettata e spezzettata, in frammenti, molliche, schegge…
Non si possono contare, tanti sono e sono stati, da sempre, gli atomi di vita che riempiono l’universo per ogni verso ed ogni dove.
Eppure, quando ne viene a mancare uno, alle volte, quando ci era vicino, quel minuscolo granello dell’infinita spiaggia della vita, allora si sente la sua mancanza.
Se ti sei sentito al caldo, vicino a quel granello, se ti sei sentito vicino a quel granello, se non lo hai sentito lontano, allora, quando ti viene a mancare, quel granello, senti che non puoi più sostituirlo.
Ma che cosa strana è la vita, se, pure lo sai, sai che quella mancanza, che pure non potrà mai più colmarsi, prima o poi, presto desideri che accada, come una ferita, dopo un poco, si rimargina e non sanguina più.
E che, come è possibile che quel vuoto, che pur resta vuoto in eterno, e nel tuo cuore pur per sempre, come è possibile che quel vuoto smetta di farti male, smetta di batterti alle tempie, smetta di riempirti gli occhi e il cuore di lacrime?
Come è possibile rassegnarsi senza sentirsi traditori?
Cosa è mai la vita, pensi, a volte, quando senti un pò di freddo ed il sole non scende ancora a riscaldarti?
E’ un tradimento, la vita, forse? E’ un inganno? E’ un miraggio?
E’ un’ingiuria nei confronti di chi non può più difendersi?
Cos’è, un gran carnevale? Una grande burla?
Povero colui che ne viene gabbato, non può nemmeno più difendersi, e pure, noi, senza neanche accorgercene, un attimo dopo che la vita ha messo quel nostro caro affetto nel sacco, e lo ha spinto via nel più profondo dei burroni, nei nostri cuori, già comincia a germinare una radice sottile, e affonda nel suo sangue, e si nutre del dolore nostro!
A che vale morire, e soffrire della morte, se la vita è questo?!
Nessun eroe, nessun vincitore, la vita riconosce.
Non chi finisce, che si fa troppo in fretta, e presto, polvere, e memoria e, troppo presto s’affretta a svanire definitivamente, come il nome sulla pietra, che in capo a poco il soffio del tempo cancella, rendendola superficie pura e levigata.
Non chi rimane, che pure affranto, presto sente la voce antica dei sensi, della fame, del freddo, del desiderio, e, maschera a volte orrenda, del sorriso: traditore fellone.
Una sfumatura insignificante, basta, d’azzurro, un sorriso di bimbo è sufficiente a far sì che il buio della notte più nera si tramuti in diafana luce di luna, in ombra d’argento.
Oltraggio a chi non può più sorridere.
Il colore del fiore nasce dall’orrendo nero di tenebra della tavolozza della vita.
Radice che affonda nell’abisso.
La vita si nutre della morte: non esiste musica più effimera del requiem.
Cosa cerchi, tu folla gemente, nella valle di lacrime da cui presto ti allontanerai a passo di danza?

E certo è bene che così sia, questa poco seria, e immorale, vita, infedele compagna.
Perchè se dovessimo davvero trarre insegnamento dalla morte, e aggiungere morti ai morti, ingiustizia a ingiustizia, da quanto tempo sarebbe ormai scomparso il genere umano?
Quanto breve sarebbe stato il cammino di creature così rette su questa terra?
Giusto il breve volger di un pianto.
Il primo amore, che insegnò alla scimmia umana ad esser uomo, sarebbe già stato bastante a se stesso, colmo calice di dolce fiele, sazia coppa di venefica ambrosia.
Il primo frutto dell’albero della conoscenza, che diede come frutto il peccato di conoscere sè stesso, oltre all’altro amato, sarebbe stato di mandorla amara, non di pomo d’oro delle Esperidi.
E a che sarebbe valsa, tanta rettitudine, a quel genere con una albero genealogico tanto breve?
Per questo, ci stringiamo attorno ai morti, ai più cari, per salutarli, piangendo, con occhi gonfi.
Per staccarcene, poco a poco, dopo poco, troppo poco, se misurato sul tempo di chi non ci sarà più per contare i giorni.
Eppure, è tradimento quello di chi resta, e offesa a chi è andato ormai via per sempre.
Ed è, quindi, il tradimento estremo, il sale della vita.
A questo prezzo dobbiamo pagare i nostri giorni, dopo che abbiamo conosciuto il dolore della morte.
Questo sapore hanno quelle lacrime amare, dolciastro, che versiamo dinanzi a un caro che non ci rivedrà mai più.
Noi vedremo, invece, altri volti, anche se avremo ancora il cuore spezzato, per sempre forse, e mai più, forse, sano.
Ma i nostri occhi non saranno ancora ciechi a lungo.
Traditori.
E le nostre orecchie non sapranno difendere il nostro onore sofferente dal sollievo d’un pianto che chiede latte al caldo seno che s’offre d’una premurosa mamma.
Tra la promessa di vita traditrice della bianca goccia sul capezzolo d’una madre e la lacrima cocente d’una inconsolabile requiem aeterna non v’è possibilità di pareggio.
Un’antitesi dell’etica, un ribaltamento d’ogni giustizia.
Verranno, forse, i morti, un giorno, a far valere le ragioni loro?
Sarà questo il giorno del Giudizio Universale?
Se sarà la Resurrezione dei morti, non sarà che la vittoria del tradimento, la vittoria della vita sulla morte.

Considerazioni personali, dedicate alla vita, saluto dolente a chi ci ci ha, purtroppo, lasciato in questi giorni.

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Patrizia ha detto:

    Bellissimo questo tuo scritto Piero, l’ho letto una prima volta, e poi una seconda, lentamente, soppesando ogni parola. E’ vero sai, quel che dici e quel senso di essere dei traditori lo si prova, quando si perde un “granello” che amiamo e che ci ha amato. Si prova forte e ci blocca nella vita d’ogni giorno. Ci bolcca il sorriso e la voglia di continuare una vita normale, con le gioie (piccole e grandi) Spesso si arriva a rifuggire ogni cosa che può renderci felici, o anche solo sereni e gioiosi. Credo che sia perchè fa troppo male non poter più condividere la vita con chi non c’è più. E allora, si cerca di “non vivere” nell’illusione di sentirsi più vicini a chi se n’è andato. Ma poi la vita ti trascina, proprio quella vita di cui hai goduto, insieme a quella persona, chiunque sia. E penso anche che sia l’amore che si è ricevuto che prende il sopravvento. E allora capisci che non puoi sprecarlo, che quell’amore non è morto e non se n’è andato come il corpo fisico. E’ una parte di quella persona, la più importante, che è rimasta e rimarrà sempre dentro di te, finchè tu avrai vita. E’ come un cordone ombelicale che tiene uniti, aldilà della vita e della morte. Ed ecco che l’assenza fisica si fa meno dolorosa e si capiscono tante cose. La ferita si rimargina, ma resta il segno, la cicatrice che non andrà mai via, che ogni tanto sanguina, ma c’è la dolcezza e la serenità di sapere che quella persona vive ancora dentro perchè l’anima è piena del suo amore. Quello che è riuscita a donarci per il tempo che ha potuto. Ma l’amore non ha quantità, l’amore è infinito, sempre…
    Grazie per queste riflessioni… Non sono certa d’aver centrato esattamente quello che tu volevi esprimere, ma questi sono i pensieri che mi sono nati leggendo il tuo scritto.
    Un abbraccio grande
    .

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    1. pierperrone ha detto:

      Mia cara Patrizia le tue parole, come spesso capita, potrebbero essere le mie.
      Capisco, da quello che hai scritto, da come lo hai scritto, passaggio dopo passaggio, frasse e parola dopo frase e parola, che il dolore della perdita “di un granello” lo hai (purtroppo) conosciuto. Le tue parole, precise, calde, mi parlano di un dolore recente, ancora fresco, che appena si sta rimarginando.
      Non so, forse mi sbaglio, lo spero, è meglio.
      Ma, ahimè, chi ha conosciuto il dolore sa anche cosa succede dopo.
      Non voglio annoiarti, mia cara amica, diciamo così, lo scritto di questo post riesce a dire senza diventare troppo biografico.
      Fermiamoci lì.
      Tu lo hai capito, e anche io, e anche chi altri leggerà, se ha provato il dolore di una perdita, capirà.
      E’ meglio che sia così, che le ferite si rimarginino, è meglio, perchè la vita è troppo bella per non essere vissuta. A pieno. E si apprezza quel senso di pienezza, si apprezza meglio ancora di più se si è provato quel tradimento. Lo so, sembra immorale, sembra volgare, sembra prossenetico, ma … siamo vivi, amica mia, vivi, e…
      Mettiamola con le parole di un grande poeta (che già conosci, io ormai mi ripeto), più crudeli, forse, ma vere fino in fondo:

      Diluente
      La vicina del numero quattordici rideva oggi sulla porta
      da dove un mese fa è uscito il funerale del figlio piccolo.
      Rideva in modo naturale con l’anima nel volto.
      D’accordo: è la vita.
      Il dolore non dura perchè il dolore non dura.
      D’accordo.
      Ripeto: d’accordo.
      Ma il mio cuore non è d’accordo.
      Il mio cuore romantico fa delle sciarade con l’egoismo della vita.
      Ecco la lezione, o anima di gente!
      Se la madre dimentica il figlio che uscì da lei ed è morto,
      chi si prenderà la briga di ricordarsi di me?

      Sono solo al mondo, come un mattone rotto…
      Posso morire come la rugiada si asciuga…
      Per un’arte naturale della natura solare…
      Posso morire per volontà dell’oblio,
      posso morire come nessuno…
      Ma questo duole,
      questo è indecente per chi ha un cuore…
      Questo…
      Sì, questo mi rimane nella strozza come un sandwich alle lacrime…
      Gloria? Amore? L’anelito di un’anima umana?
      Apoteosi alla rovescia…
      Datemi acqua minerale, che voglio dimenticare la Vita!…

      Un bacio, amica mia.
      Piero

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  2. lucetta ha detto:

    Mi piace il commento di Patrizia. Tu sei così ” tremendamente profondo”, a volte troppo per me che non sono all’altezza di poter commentare. Ho percepito che ti è venuta a mancare una persona cara e riesco a dirti solo che i distacchi sono dolorosi ma alla fine sono ferite che si rimarginano sempre. Un abbraccio caro Piero e su con la vita. Non rimane che andare avanti nel miglior modo possibile.

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  3. pierperrone ha detto:

    Il commento di Patrizia è vivo, parla le parole di tutti i giorni, per questo è bello e ti è piaciuto.
    Io… faccio finta, cara Lucetta, dico sfiorando la verità con parole un pò vezzose, ma spero sempre di dire ciò che è dentro il mio animo, per parlare anche io con la lingua di tutti, con il sentire di ognuno.
    I commenti mi servono, Lucetta, sono lievito e condimento, altrimenti a che serve lo scrivere? Per fare soliloqui (che non mi piacciono affatto) ?
    Grazie per l’abbraccio, cara Lucetta. Purtroppo, a volte, capitano brutte esperienze, nella vita, come hai capito. Grazie di cuore.
    Ricambio a mia volta l’abbraccio.
    Piero

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  4. Lady Nadia ha detto:

    Urka, l’hai scritto di getto eh? Quante cose…
    Bello il fucsia, mi piace.
    Sai, un po’ la vedo come te. Mi è piaciuto molto questo pezzo, liberatorio credo, sia per te che bravissimo e benissimo l’hai scritto, sia per tutti noi che lo abbiamo letto.
    La solitudine, quella cercata è terapeutica per metabolizzare i brutti momenti ma non solo, anche le gioie.
    E questi brutti momenti richiedono più sedute, ma scrivere, per gente come noi aiuta vero?
    Un abbraccio e grazie per la bella riflessione condivisa.

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    1. pierperrone ha detto:

      Nadia, scrivere, credo, sia terapeutico e liberatorio e permetta di conoscersi più in profondità (lo dico dal lato di chi scrive, non tanto di chi legge).
      Questo blog, nelle sue … edizioni, ha ormai più di cinque, forse sei, anni di vita e, credo, abbia anche dei buoni momenti di scrittura, magari spersi (o sparsi) un pò qua, un pò là. Ma soprattutto ha un paio di ragioni buone per continuare ad esistere, nonostante il numero di commenti non esaltante.
      La prima cosa è che l’atto di scrivere continua a tenere in esercizio la coscienza e a stimolare il processo di conoscenza, di valutazione del mondo, quello interiore di chi scrive e quello esterno che ci circonda e ci comprende.
      L’altra è che un angoletto nel quale rinchiudersi, a volte, per starsene con qualche amico/a prezioso/a è un lusso, un regalo prezioso.
      Su queste pagine, tramite queste pagine, ho fatto amicizia con alcune persone, tre, quattro, forse qualcuna di più, ma non direi di essere arrivato ad una decina; qualcuna di loro mi dispiace davvero non averla conosciuta di persona, tanto l’affetto mi ha legato a loro. E’ una cosa di grande valore, questa, almeno per me, e credo anche per loro.
      Quindi, qui, la mia vanità di… presunto scrittore (mancato) si mette a confronto con la realtà di qualcosa che ha un valore vero, e mi costringe a tenere i piedi per terra…
      Infine, Nadia, questo scritto è scritto solo parzialmente di getto; in parte è molto … pensato, vissuto, anche ripetuto, in altri post passati.
      Comunque è una riflessione, diciamo, a voce alta, ma non troppo.
      Ti ringrazio del bel commento; mi fa piacere.
      Un caro saluto e un invito, se vorrai, a ripassare e lasciare i tuoi commenti.
      Piero

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      1. Lady Nadia ha detto:

        sarà fatto. ciao!

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