LA FINE (5)

spine

Foto by Pierperrone

Tutte le storie hanno una fine.
Anche la nostra fuga, quindi, deve averla.
Noi, qui, stipati contro il filo spinato, siamo in un campo di concentramento senza pareti e senza carcerieri.
Bastiamo a noi stessi.
Noi, carcerieri di noi stessi.
Così finisce la storia di questa fuga.
La storia di una nazione, di una città, di un popolo.
Prigioniera di se stessa.

I soldati hanno smesso di spararci addosso, quando ci siamo fermati, addossati, senza più speranza, al muro spinato che si ergeva davanti a noi.
Dietro, i morti, ammucchiati l’uno sull’altro, formavano quasi delle collinette declinanti.
I primi cadevano sotto i colpi delle guardie di confine.
Radi.
Uno alla volta.
Ma la corsa folle per sfuggire al folle destino dal quale volevamo sottrarci ci faceva inciampare contro qui corpi privi di vita.
E la ressa che si era andata formando per raggiungere la sicurezza di quell’aldilà che sembrava un paradiso, a noi che fuggivamo dal nostro paradiso perduto, si trasformava in una pressa che ci schiacciava, corpo su corpo, l’uno sugli altri, vivi sui morti, fino a ridurci in mucchi di poveri cadaveri scomposti.

I reduci, i superstiti di quella folle mattanza suicida, riuscivano solo a percorrere pochi altri metri, qualche decina o forse solo qualche centinaia di passi.
Fino a schiantarsi contro l’infinita barriera di ferro e di punte acuminate.
Lì, forse per il terrore, o forse per la disperazione, come se un’improvvisa paralisi colpisse quei fuggiaschi inseguiti dai demoni dell’inferno, finiva la fuga.
I soldati hanno capito che era inutile continuare a sprecare i colpi.
Nessuno di noi, per loro, poteva mai oltrepassare quella linea spinata.
Eravamo solo fantasmi.
Ectoplasmi proiettati sulla terra dalla fantasia di un mostro bestiale.
Forme, esseri, corpi senza consistenza, senza forza, senza volontà.
E si sono girati e se ne sono andati via, i soldati, lasciandoci soli con il nostro folle terrore stampato nel cuore.

Indietro, nessuno di noi pensava di poter mai tornare.
E verso dove, mai, poi?
Un leviatano feroce ci aveva assicurato la fine più atroce, se mai avessimo osato ribellarci all’ordine di andare.
Una belva prepotente, assetata di sangue, che ci aveva rubato tutto, lasciandoci nulla.
Aveva stampato nei cieli la sua orribile decisione.
E noi avevamo ubbidito.
Complici, alfine, in qualche modo, di quell’orrendo delitto collettivo.
Indietro non potevamo tornare.
Il nostro stesso destino ci era stato precluso.
E senza destino dovevamo, ormai, rimanere.

Lì, quindi, ci tenevamo attaccati alle lunghe teorie di filo spinato che tracciavano il confine far il nostro mondo infernale e l’eden aldilà.
Lì, ci tenevamo stretti, addossati gli sugli altri, ammassati come una folla impietrita.
Lì, senza destino, attendevamo che si compisse, ormai, il nostro destino di morti viventi.
Un colpo, magari, di fucile.
Un’altra carica dei più ritardatari dei fuggiaschi.
O un calcio, sferrato dal caso, un colpo fortunato, per dire così.
Lì, comunque, era scritta la nostra fine.

Guardavamo sgomenti il cielo oltre il confine proibito.
Là, in quel terso cielo di cristallo opalino, non v’era traccia alcuna di scritte mostruose.
Là, era la terra del nostro desiderio.
Là, nessuna promessa, è vero, ma almeno una disperata speranza.
Là, sempre sopra di noi, ma dietro le nostre spalle, le fauci voraci della volta celeste, che non attendevano altro che rinserrarsi per inghiottirci, noi, pasto crudo d’una belva insaziabile.
Era impossibile, che uno stesso cielo, una stessa, medesima volta celeste, una sola calotta cosmica, screziata di nuvole e punteggiata di astri notturni, potesse avere due volti tanto diversi e fatali.
Davanti, il volto accogliente della speranza.
Dietro, il tragico sorriso della morte.

Siamo rimasti così per un tempo infinito.
L’eternità.
Se avevamo, mai, un tempo, commesso una colpa, se mai eravamo, una volta, caduti in peccato, ormai non poteva esserci ancora un residuo di condanna da espiare.
Anche le fiamme eterne dovevano aver esaurito il combustibile che le alimentava da sempre.
Ogni sempre deve comunque avere una fine.
Almeno quando giunge la fine del mondo.
Non per noi, comunque.
Che siamo restati impietriti quaggiù.
Abbiamo raggiunto l’immortalità.
Anche se non immaginavamo davvero il prezzo che avremmo dovuto pagare.

6 thoughts on “LA FINE (5)

  1. Bene e male vivono insieme, e insieme stanno dentro ognuno di noi….in lotta continua…una lotta che una parte del mondo cerca di vincere accaparrando sempre di più, rendendo sempre più pesanti quelle valigie che rallenteranno il loro cammino quando sarà il momento di fuggire…
    Condivido la sofferenza del mondo e ne sento le ferite nell’anima… forse è solo questa condivisione che posso dare al mondo perchè possa ritrovare la pace.
    Buona vita Piero!
    Fausta

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  2. e alla fine restiamo attaccati a qualcosa, sempre, senza tempo.
    è il nostro destino.
    il prezzo.
    siamo forti e siamo deboli, siamo bene e siamo male.
    imperfetti.
    per essere vivi dobbiamo accettare di dover un giorno morire.
    questa realtà non riusciamo a scordarla.
    come se fossimo perennemente attaccati al nostro muro di filo spinato.
    finiti.
    eppure immortali.
    almeno nel senso che quando la morte arriverà, non avremo più alcun ricordo, o pensiero, o possibilità di apprezzare la nostra liberazione definitiva.
    quel male che è la vita, inteso, quel male, come il bene imperfetto, il desiderio bramoso e ingordo, e per questo inappagabile, quel male è il nostro unico bene, la nostra esistenza imperfetta e transitoria è la nostra immortalità e la nostra immagine divina.
    per questo, come dici tu, auguriamoci BUONA VITA, cara Fausta.
    Altro non abbiamo, neanche quando ci sembra poco, tanto poco quel che abbiamo.

    Un carissimo abbraccio,
    Piero

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  3. Riflessione quasi teologica oserei dire… un pensiero che spesso ho avuto. Se l’aldilà prevede davvero in inferno e un paradiso, che cosa dovremo scontare ancora tutti noi? La vita è di per se stessa motivo di dolore o sofferenza, più o meno grandi, più o meno profonde. Per qualcuno più che per altri. E allora, cosa dovremo scontare? Le male azioni, le cattiverie, l’egoismo e la meschinità di cui tutti siamo fatti? Ci pensa la vita stessa prima o poi e se non succede, beh…allora ben venga l’inferno, ..Ma sai che non sono propensa a questa visione. E’ qui, su questa terra che dovremmo agire nel bene. Qui ed ora. Per questo la rabbia è forte, perchè so che c’è chi è fortunato e non sconterà mai la sua parte di male. Nè ora, nè nell’aldilà.
    So che sono andata fuori tema in questo commento…mi perdonerai spero🙂
    Ciao Amico caro.

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  4. Io non credo che un aldilà ci stia ad aspettare per poterci premiare o punire della nostra vita vissuta nell’aldiquà.
    No, sarebbe troppo facile.
    Troppo consolatorio.
    Una giustizia tardiva, inoltre.
    E quindi ingiusta, un mostro contro la sua stessa natura.

    La giustizia è qualcosa che ha a che fare con gli uomini.
    Non con qualcosa che va oltre gli uomini stessi.
    La giustizia è qualcosa che mette in rapporto un uomo con un altro uomo.
    E nel metterli a confronto li giudica – in un primo astratto momento – come uguali, paragonabili, confrontabili.
    Poi, dopo un più attendo sguardo delle differenze, si scorgono le ingiustizie, lo sfruttamento, l’oppressione…
    Ma tutto questo ha a che fare solo con i vivi.

    Non credo, invece, che abbia a che fare con la vita.
    Perchè la vita, quel brulichio di esseri di ogni colore che si muove senza requie per ogni dove sul pianeta, non credo che la vita – come pure la natura – abbiano a che fare con la giustizia.
    La natura, che si porta appresso la vita, è.
    Punto e basta.
    E’ l’unica espressione dell’essere generale, totale.
    E’ il tutto.
    La giustizia e l’ingiustizia insieme… tanto per essere un poco parmenideo.

    Non trovo, al tempo stesso, che questo pensare abbia a che fare con la disperazione.
    Non temo il giudizio dell’oltretomba per vivere questo tempo che mi è dato con un senso di giustizia nei confronti dei miei simili.
    E non per ragioni etiche, morali o romantiche.
    Ma per puro razionale utilitarismo.
    Perchè se non vogliamo cadere nella brutale vita della giungla, dove solo il più forte ha ragione, ma deve cedere a sua volta a qualche altra forma di forza superiore, allora conviene che viviamo con un pò di senso di giustizia, con il rispetto per i nostri simili, che così, almeno, un pò di giustizia siamo noi stessi ad infonderla in quel mare della natura che vive senza giustizia…

    Non ti preoccupare, sono pensieri un pò in libertà… oggi è domenica, siamo sfaccendatamente rilassati… la mente vaga nell’impossibile… la conversazione, l’essere vicini fra cuori che si parlano, è sempre il più grande piacere… diciamo il cazzegggio, che ha qualcosa di sovrannaturale, di mistico, tra il serio ed il faceto…

    Buona domenica, amica mia, e grazie per le visite.
    Piero

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