SPINE (4)

OMBRE

Foto by Pierperrone

Quando abbiamo cominciato a vedere i soldati, laggiù, abbiamo urlato di gioia.
Le divise, anche se di colori sconosciuti, sembravano darci coraggio.
Un’idea di ordine.
Un’autorità.
Un mondo normale.

I giorni passati a vagare come cani randagi.
Fuggiaschi.
Profughi senza casa, senza patria, senza meta.
Scacciati da un nemico invisibile.
Un padrone crudele.
Derubati di tutto.
Delle nostre case, degli affetti, delle nostre stesse vite.
Senza più domani.
Soli.
Immersi, annegati un interminabile presente di paura.

Il segno della civiltà ci ha riaperto il cuore.
La forza.
Devota e docile.
Addomesticata.
Al servizio dello Stato.
Pur se di uno Stato qualunque.
“SIAMO SALVI, FINALMENTE”.

Salvezza.
La salvezza.
Di corsa, ci siamo precipitati laggiù.
Gridavamo.
Agitavamo le braccia, i nostri poveri stracci, i cappelli.
Nel cuore, sobbalzando, una felicità strana.
Il sollievo di chi è finalmente scampato dal pericolo mortale.
Superstiti.

Il primo colpo ha steso uno vicino a me.
Correva più veloce.
Mi è caduto proprio davanti.
Inciampando nei suoi piedi, ho pensato che fosse stato solo un incidente.
Una corsa forsennata.
Un intralcio.
Una caduta.
Un accidente.

Il colpo non l’ho sentito partire.
La piccola nuvola di fumo non l’ho notata subito.
Solo quando stava scomparendo portata via dal vento.
Un tiro da una sigaretta, ho sperato.
Desiderando una boccata di vita normale.
Senza nemmeno volere.
Mi sono voltato ed ho visto il filo di sangue sulla sua fronte.
Non conoscevo neppure il suo nome.
Ma, oramai, nemmeno più m’importa, di saperlo.

Il secondo è caduto un poco più in là.
Scomposto.
A terra, i suoi cenci.
Il colpo non s’è visto nemmeno.
ALTOLA’
Un altro colpo.
Ha mancato il bersaglio.
ALTOLA’.
Il terzo è caduto due o tre passi indietro.
Ci siamo fermati, agghiacciati.
Ci stanno ammazzando come cani rognosi.

I soldati hanno fucili molto precisi.
E sono ben addestrati.
In pochi secondi è morta la nostra speranza.
Davanti a noi, infatti, solo un invalicabile muro.
Di filo spinato.
Un confine.
Una invalicabile linea.
Di qua.
La prigione di un mondo che ci è stato rubato.
Di là.
Non c’è nemmeno un di là, per quelli come noi.

Di là, il cielo sembrava pulito.
Il primo sole, di primo mattino.
Un lucore tiepido che illumina l’aria.
La calotta celeste che diventa sempre più ampia man mano che l’astro sale alto allo zenith.
A mezzogiorno ci siamo guardati sgomenti.
In pochi siamo rimasti.
Molti, nella notte, hanno deciso di tornarsene indietro.
Nella terra di nessuno.
Qualcuno soltanto è restato.
Disperato.

Di là, il cielo è proprio pulito.
Il sole, alto, più alto dell’azzurra calotta.
Poche nuvole bianche.
Rade.
Gonfie di pigro vapore.
La linea frastagliata d’una città, in lontananza.
Qualche ciminiera assonnata.
Poche torri, per cantare le antiche lodi al tempo lento che scorre.
Molte case a formare informi isole brune.
La lingua d’un argenteo fiume.
S’indovina la vita che pulsa, laggiù, nelle case.
E’ ora di cena, ormai.
Abbiamo fame.

Poco alla volta siamo diventati una massa.
Non abbiamo più niente.
Stiamo schiacciati tra il peso del nulla dietro di noi ed il muro di filo spinato.
Due macigni pesanti come pietre tombali.
Sopra di noi il cielo è sempre segnato dalla maledizione che, impietosa, ci schiaccia.
Ci scaccia da ogni possibilità di una vita normale.
Lo spazio vitale, per noi, è grande quanto la nostra pianta dei piedi.
I giorni.
Giorno dopo giorno.
I sopravvissuti.
I morti viventi.

Ci siamo stretti addosso alle punte di quei fili acuminati come pugnali.
I soldati, stupiti, hanno deporto le armi.
Ci hanno già decimato.
Una carneficina di corpi senza più nome.
Bestie.
Meno che cani randagi.
Carne senza padrone.
Sangue che ha usurpato il permesso di circolare liberamente.

Siamo saliti sui morti che si ammassavano gli uni sugli altri.
Siamo inciampati.
Siamo caduti.
Inebetiti, ci siamo rialzati.
A bruciapelo, pistole, fucili e mitraglie ci hanno falciato come spighe senza più seme.
Ma il nostro numero pareva crescere ad ogni istante di più.
Spuntavamo dalla terra.
Piovevamo dal cielo crudele.
Finchè, sul muro, siamo diventati muro anche noi.
Le nostre forze sfinite hanno, infine, ceduto.
Spine.
Del filo pieno di spine.

6 thoughts on “SPINE (4)

  1. Vite che cadono sul filo spinato senza più nemmeno una speranza di vita…. un dolore, solo un dolore lancinante, fisico ma soprattutto morale, psicologico….
    La mancanza di speranza uccide più dei colpi di fucile…
    Penso ai tanti profughi che toccata la terra ferma hanno sperato di poter trovare un paese dove ritrovare la loro dignità ed hanno trovato solo muri e fili spinati….
    Non è facile mantenere la speranza…ma in me incrollabile resiste …. sarà pazzia? Meglio che lasciare che vinca il nemico …
    Fausta

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  2. …fin quando ci schiantiamo contro la realtà.
    magari convinti di essere superuomini e che una via d’uscita dalla tragedia della vita ci sia dovuta.
    e invece, le sentinelle della vita ci sparano addosso.
    senza neanche preavvertirci.
    o noi, sordi, non abbiamo sentito.
    a quanti di noi è capitato, capita, capiterà?
    io ne ho fatto un racconto in cui le singole storie formano una storia comune, perchè siamo soli, nelle nostre tragedie, anche se adesso viviamo in grandi città.
    citta dove stanno rinchiusi milioni di solitudini.
    basta un caso imprevisto, per ridurci a fuggiaschi.
    e da cieche bestie imbizzarrite ci accalchiamo sui mucchi di cadaveri, fino a rimanere infilzati nelle spine della vita.
    cos’altro è, la vita, quando non sappiamo prenderla con serenità, almeno nei momenti buoni?

    Liked by 1 persona

    • Per questo è tanto importante tenere sempre presenti i momenti buoni, che si imprimano sulla pelle per farci risollevare ogni volta che la vita con uno schiaffone ci butta a terra!
      Io ci provo oramai da tanti anni….a volte prima, a volte dopo ma ancora ci riesco….
      Fausta

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  3. Questo tuo racconto, mio caro Piero, mi colpisce proprio perchè il pensiero corre immediatamente a tutti quei profughi che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste. Trattati, al di là della buona volontà dei volontari e di chi opera in questo campo mosso da spirito di solidarietà, come cose,visti come opportunità di guadagno o peggio ancora come un fastidio e un peso di cui liberarsi il prima possibile. Ma dopo il pensiero si allarga e va ad abbracciare tutti quelli che, pur non essendo profughi, affrontano difficoltà e problemi grandi come montagne. Tutti accomunati da un unico destino: vessati dal potere,ignorati da chi dovrebbe avere a cuore il bene comune. Difficile sperare Amico mio davanti a tutto questo, ma che possiamo se non questo?

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  4. La speranza, cara Patrizia, è un bene prezioso, forse.
    Non dobbiamo perderla, anzi, dobbiamo aggrapparci ad essa come all’unica certezza possibile.

    Ne abbiamo parlato altre volte, della speranza.
    Io sono arrivato alla conclusione che la vita stessa è speranza.
    Fatta carne.
    Se non ci fosse speranza la faremmo finita, sic et simpliciter.
    Se non decidiamo il gesto estremo, vuol dire, semplicemente, che ancora crediamo di avere una speranza.
    Questo vale per ognuno di noi, certo, ma per vederne la forza, amica mia, dobbiamo metterci nei panni dei più miseri, dei più disgraziati, che, a dispetto di ogni razionalità, preferiscono vivere, alle volte in condizioni uguali a quelle delle bestie, se non addirittura peggiori.
    Proprio quelli che fuggono dalla miseria, dalla guerra, che si lanciano in mare, che rischiano di annegare, di morire di fame, di freddo… sono ,molti, tanti, come erano tanti dei nostri nonni, e forse zii e anche padri… siamo figli della speranza,mia cara Patrizia, io, e anche tu.
    Alcuni non ce la fanno, certo, restano per strada, in mare, in terre sconosciute, perdono tutto, anche la vita e il nome.
    Ma la moltitudine si.
    E c’è un’altra moltitudine di senza nome, miliardi di poveri, in terre lontane, ma non tanto nascoste da restare invisibili.
    Una moltitudine di vita che è carne, sangue, speranza.
    Fanno figli, e i figli sono il domani, il futuro, la speranza.
    Come si può dire che non c’è più speranza?

    Un carissimo abbraccio.
    Piero

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