INCONTRI (3)

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Foto by Pierperrone

Ma il nostro viaggio,inesorabilmente, deve continuare.
Incespichiamo?
E senza fallo ci tiriamo su.
Cadiamo di nuovo?
E nuovamente torniamo a rialzarci!
Non riusciamo a morire davvero.
Sotto questo cielo che annuncia un destino al quale non possiamo sfuggire.

Quella scritta stampata lassù, quel messaggio spietato e crudele, non è altro che la nostra verità.
L’unica verità.
La sola possibile.
Nessuno scherzo del maligno e neanche una volontà divina malvagia.
Come abbiamo mai potuto pensare ad evenienze così folli?
Una civiltà aliena venuta a conquistare questo pianeta?
Non fa ridere un’idea pazza come questa?

Da qualunque parti la si guardi, quella scritta nel cielo è immutabile.
Non cambia, non si allontana, non si muove.
E’ immobile.
Sopra di noi.
Ci domina.
Ci sovrasta.
Ci osserva, silenziosa, dall’alto.
Forse ci scruta.
E forse ride un poco di noi.

Eppure è sempre identica a se stessa.
Sempre uguale.
Da qualunque punto di vista la si osservi.
Ed ora, benchè siano alcuni giorni che siamo partiti, fuggiti, scappati, essa è sempre là, nello stesso punto, esposta verso di noi, verso i il nostro sguardo.
Come se non ci fossimo allontanati neppure di un metro.
Forse non ci siamo spostati di molto.
Forse, nella nebbia, nella confusione, nella paura, abbiamo fatto dei larghi giri per ritornare, poi, ogni volta, allo stesso punto.
Ma abbiamo seguito la rotta del sole, di giorno.
E quella delle stelle, di notte.
Il sole, che brucia come una palla di fuoco.
E la notte, tesa come un nero tendone bucato su quelle vampe del giorno.
E dai buchi di quell’oscuro sudario sbucano i lampi, baluginanti come stelle.

Ma lassù c’è scritto qualcosa.
“ANDATE. SCAPPATE. PORTATE VIA QUEL CHE POTETE. PER VOI NON C’E’ PIU’ POSTO. NE’ PACE”
Andate.
Vuol dire qualcosa.
Un significato.
Un senso.
Andate, la vita è finita, quaggiù, per voi.
Cercate altrove qualcosa.
Forse, almeno, cercate la morte.
Quella almeno potrà assicurarvi ciò che cercate.

La vita.
E’ finita, quaggiù.
Portate quel che potete, fosse almeno qualcosa.
Fuggite.
Almeno.
Fin che potete.
Prendete qualcosa di vostro, di prezioso, di indispensabile.
Ora, in questo momento tremendo.
E portatela in salvo con voi.
Se potete.
Non c’è più posto, qua.
E nemmeno più pace.
Che vita è quella in cui l’unico rifugio sicuro è quello tra le braccia della morte?

Vita.
Che significato ha ormai questa parola?
Che senso?
Prendere le cose, e le cose abbiamo preso.
Le abbiamo accumulate.
Rinchiuse in sacchi pesanti.
Che non possiamo neppure a sollevare da terra.
E li abbiamo lasciati a marcire.
Cosa, quindi, abbiamo portato con noi?
Nulla, nulla d’importante, nulla di fondamentale.

Le cose che abbiamo lasciato si consumeranno nel tempo.
Potremo desiderarne altre?
No.
Rimpiangeremo quelle che abbiamo perduto.
Fino all’inverosimile.
Sarà lancinante il dolore che proveremo domani.
Senza speranza reale, perchè non potremo tornare più indietro.
Lasciamo, in quei sacchi, che il tempo ridurrà a brandelli, brandelli vuoti di vita.
Li lasciamo dietro di noi.
Come il tempo che scorre.

Nei nostri malloppi, fuggendo, impauriti, abbiamo infilato solo inutili cose.
Le cose preziose.
Si.
Quelle che al mercato della vita hanno più valore.
Oro.
Monete.
Inutili oggetti.
E ci pesano, ad ogni passo ancora di più.
Come pesanti some senza valore.
Le cose inutili, abbiamo portato via dalla nostra città.
E invece non abbiamo portato nulla di ciò che avremmo potuto scambiare al mercato della morte, per barattarle con qualche ora, ancora, di vita.

Fuggiaschi, mentre andiamo senza una direzione precisa, ci imbattiamo in altri, come noi, ma diversi, fantasmi.
Profughi.
Vengono da un’altrove diverso dal nostro.
Da terre lontane, sembra.
Non li riconosciamo.
Ma hanno facce disperate come le nostre.
Però noi abbiamo paura.
Tremiamo all’approssimarsi di queste altre penose presenze.
Diffidenti, ne scrutiamo le figure, di sbieco, con la coda degli occhi.

Indossano, come noi, vestiti di stracci.
Poveri cenci.
Ma sono diversi dai nostri.
Loro non strisciano sotto gerle stracolme di cose.
Sembrano poveri morti di fame.
Portano solo involti minuscoli.
Hanno forse perduto tutto, laggiù, da qualche parte sperduta?
O non hanno mai avuto nulla da portare in salvo con sè?

Son differenti anche i faticosi gravami che si portano addosso.
Sono, sì, certamente, anche quelli dei sacchi pesanti.
Ma non tintinnan di monete!
Qualcuno ci ha risposto che son pieni di vite.
Vite che qualcuno, in terre lontane, gli ha, un giorno, rubato.
E per questo son tristi.
E piangono.
Avanzano con lo sguardo fisso nell’orizzonte lontano.
Le loro terre, ormai, sono invisibili sogni.
Miraggi lontani.
Gialle sabbie dorate.
Ardenti deserti.

Per questo scappiamo.
Potrebbero prenderci le cose nostre preziose.
Non han da mangiare.
Son morti viventi.
Annegarono in mare.
Morti di fame.
Cotti dal sole.
Fuggiamo.
Fuggiamo!!

2 pensieri riguardo “INCONTRI (3)

  1. Vengono e ci tolgono il lavoro… vengono a rubare… vengono e ci levano le nostre sicurezze…
    E non ci rendiamo conto che i nostri abiti firmati valgono forse meno dei loro stracci, che tutte le cose inutili che abbiamo non ci leveranno la fame e la sete quando alla fine toccheranno anche a noi…
    E non capiamo che il loro è un dolore vero eppure lascia spazio alla speranza mentre il nostro è solo un vuoto che non è solo mancanza di cose ma soprattutto mancanza di anima…
    Ma forse proprio questo incontro potrà portare piano piano ad un cambiamento di rotta, a ritrovare una strada più vera, più umana….e – credo – lo sta già facendo…
    Io ci credo…
    Grazie per tutti questi spunti di riflessione…. ti abbraccio!
    Fausta

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  2. … all’inizio, fuggendo, ci teniamo aggrappati alle nostre certezze spazzate via. forse per abitudine, forse per paura, forse per incapacità, non sappiamo ancora adattarci al nuovo stato di… nullatenenti.
    pensiamo con la vecchia mentalità, mentre stiamo vivendo qualcosa di totalmente nuovo.
    ben, male, giustizia, dolore, paura, vigliaccheria, presunzione, prepotenza… come in certe opere teatrali, i personaggi che siamo non sono adatti alla parte che la vita ci chiama a recitare.
    E così, risulta patetica, ancora più patetica, la violenza che esercitiamo per restare attaccati a un’illusione, a un rimpianto, a un desiderio…

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