NELLA NEBBIA (2)

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Foto by Pierperrone

Poi, alla fine siamo partiti.
Sarà stata la cupa atmosfera della città svuotata da ogni forma di vita.
Le porte delle case semisocchiuse.
Il vento che sollevava polvere e avanzi di vita e li spingeva come animali randagi per le strade deserte, ormai.
Oppure l’oppressione inconsapevole dell’attesa, che continuava a pesare ogni ora di più.
I silenzi sempre più lunghi che avvelenavano lentamente le ore.
Sarà che anche il desiderio di diventare padroni della città non bastava a riempire il vuoto che s’era aperto come una voragine nei nostri cuori.
Così siamo partiti.

In cinque o sei.
Uno lo abbiamo perso in mezzo al deserto urbano che volevamo lasciare.
L’ultima sera, qualche giorno fa, prima di prendere su le nostre poche cose.
Mentre spadroneggiavamo nelle vie deserte, entravamo nelle case lasciate incustodite, nei negozi senza avventori e senza padroni.
Così.
Improvvisamente.
Uno di noi, il più piccolo, quasi un bambino, ancora.
Aveva preso un telecomando sul bancone di un bar e aveva cercato di cambiare canale alla televisione che era rimasta per giorni accesa attaccata sul muro.
E, così, con un click, come avesse cambiato canale, lo abbiamo visto sparire davanti ai nostri occhi allucinati.

Per un pò lo abbiamo chiamato, cercato, insultato.
Non si fanno scherzi cretini in un momento così.
Gli gridavamo a gran voce.
Più per darci coraggio che con la convinzione reale che potesse riapparire improvvisamente come era sparito.
Per terra era rimasto il telecomando, che aveva fatto un secco rumore quando aveva sbattuto contro le assi di legno del pavimento.
Come una macchina del tempo.
Forse il nostro mancato compagno di viaggio era solo fuggito approfittando di qualche onda spaziotemporale azionata dall’aggeggio elettronico.
Se un’intera nazione poteva essere diventata preda di un’allucinazione collettiva duratura e persistente come quella che ci faceva vedere una scritta stampigliata nella volta del cielo, anche noi, allora, potevamo credere che un essere umano poteva sparire con un semplice click di un telecomando.

Si, abbiamo creduto ad una allucinazione.
Abbiamo preferito credere a quello, piuttosto che continuare a domandarci cosa realmente stesse accadendo.
Non so spiegare bene il sentimento di sgomento e spavento che ci gelava il sangue, ci allucinava gli sguardi, ci stringeva il cuore e ci faceva desiderare di non doverci trova mai più in questa maledetta città.
In questa, si.
Perchè anche se siamo partiti, non siamo certi di essere riusciti davvero a fuggire.
Sono due giorni interi, quasi tre, che ci siamo messi in cammino.
E nel cielo, infernale, quella scritta inchiodata continua a mostrarsi come una maledizione divina.
Non riusciamo a fuggire davvero.

I piccoli gruppi di profughi che raggiungiamo, durante il nostro cammino, più deboli, di anziani, malati, bambini affamati, non ci guardano nemmeno.
Abbiamo provato a interrogarli, a chiedere, ad ordinare loro di darci indicazioni, notizie, informazioni sulla loro destinazione, su una meta, sul luogo della salvezza.
Ma,come statue di sale, mummie, fantasmi, restavano muti, imbambolati, silenziosi.
l più, qualcuno singhiozzava qualcosa di incomprensibile, mostrando col dito rattrappito dalla disperazione la stessa invariabile scritta stampata nel cielo.
Molti piangevano, continuando a camminare, lenti e pesanti.
Strisciavano, quasi.
E’ il peso dei loro cuori di pietra, ha detto uno di noi, quello che aveva studiato in una scuola di teologia, prima di lasciare via tutto.
Ma nessuno può dire davvero se abbia o meno ragione.

Ci siamo chiesti, e credo che ognuno dei profughi che ha lasciato a malicuore la maledetta città si sia fatta la stessa domanda, se era un senso di colpa a spingerci via.
Si, la scritta minacciosa.
O un ordine perentorio, forse, meglio.
Là, nel cielo, alta, immobile, quasi finta, eppure così vera da incutere terrore a tutti.
Ma forse ci spingeva più fortemente un senso di colpa.
Era questa, forse, la pena da scontare per i nostri peccati?
Era il segno d’un dio vendicativo?
O gli esiti di una rivoluzione politica combattuta con le armi di una metafisica della storia?
Nessuno di noi, crediamo fermamente, è la verità, nessuno di noi è veramente innocente.

Tutti, e ognuno, ci portiamo addosso, da qualche parte nascosto, oppure, in certi casi, bene in evidenza, il segno delle nostre colpe, delle nostre ingiustizie, dei nostri peccati.
Tutti, e nessuno escluso, abbiamo potuto vivere, e crescere, e anche ingrassare e accumulare il superfluo oltre ogni possibile necessità di riserva, mentre, lo sapevamo, anche se fingevamo di ignorarlo del tutto, da qualche altra parte della città, in qualche altro vicolo della strada, in qualche altro appartamento del nostro stesso alveare, qualcuno stava morendo di fame, o di dolore, o anche soltanto della più triste solitudine.
Bastava ignorarlo.

E quella verità, allora, diveniva invisibile, svaniva, si smaterializzava, scompariva, diventava inesistente.
Non c’era.
E con la nostra cecità dell’anima abbiamo trasformato in morti viventi tutti quei poveri Cristi che avevano avuto una vita più disgraziata della nostra.
Allora, non è questo un peccato gravissimo, una colpa, da pagare con la pena più adatta?
L’esilio dal mondo.
Lo stesso esilio dal mondo inflitto a quei poveri Cristi.
Ecco cosa qual era il fio da pagare.
Pensavamo in silenzio tra noi.

Ma nessuno osava dire una cosa come questa ad alta voce.
Un sacrilegio.
Non si può commettere questa colpa contro la stessa società e pensare di farla poi franca.
Di non pagarne il prezzo più caro.
L’essere messi al bando da tutti.
La nostra società, tanto più in questa forma di precaria resistenza che si era instaurata in questi giorni di percepito pericolo mortale, era diventata più crudele che mai.
L’isolamento delle creature sole in ci eravamo trasformati in questa disperata fuga dal mondo era la pena più crudele da comminare.
E la più dolorosa da scontare.
Peggiore della pena capitale, che almeno avrebbe posto fine alla sofferenza interiore causata in ognuno da quel male così assurdo che stavamo vivendo.

Per la strada solo piccoli gruppi di fantasmi solitari.
Creature senza più un mondo.
Perchè fuggire così, scacciati, dalle proprie case, senza un vero perchè, senza neanche una minaccia reale, un pericolo fisico all’incolumità personale, vuol proprio dire fuggire dal mondo.
E questa considerazione è tanto più vera quanto più, in preda alla stanchezza crescente, alla disperazione in cui avevamo finito per annegare avanzando sempre più confusamente, si andava in qualche direzione senza neppure sapere qual’essa fosse.
Si fuggiva.
E tanto doveva bastare.
Inseguiti.

Neanche questa domanda poteva trovare risposta.
Dove erano collocati i confini per sfuggire alla minaccia che incombeva da quel cielo feroce?
Dove ci saremmo potuti ritenere la sicuro?
Soltanto nel punto – questo almeno sembrava sicuro – in cui quella maledetta minaccia sarebbe scomparsa, diventata invisibile, dimenticata per sempre.
E, ci accorgevamo andando avanti a tentoni, che non c’era sull’intero pianeta, uno spazio così vasto per accogliere un esercito di fantasmi in fuga dalla propria memoria.
Non bastava lo spazio.
E così non sarebbe bastato neanche il tempo, per compiere una fuga così estrema.

La nebbia, vera o frutto della nostra angosciata immaginazione, ci circondava sempre più fitta, mano a mano che ci allontanavamo dei territori che ci erano noti intorno ai confini della città.
Come se mondi reconditi, inesplorati, ci stessero aspettando con le loro confuse mappe ancora da disegnare, con i contorni da definire, le forme da riempire di contenuto.
Una nebbia dell’anima.
Un’allucinazione, come quella che forse aveva disegnato nel cielo la forma delle nostre stesse paure.
A cui non riusciamo più a sfuggire.
Anche se stiamo fuggendo impauriti.

La nebbia, che solo a tratti, quando si fa più fitta, così densa da nascondere quasi il cielo, lassù, con il suo contenuto di spaventevole angoscia, solo in rari momenti sembra diventarci complice, o amica.
Ma sono solo vaghi fuggevoli attimi.
Poi, inesorabile, la verità torna a pesare su di noi.
E ci sentiamo sempre più stanchi.
E non sappiamo più se andare.
O lasciarci morire.
Se, almeno, una scelta potessimo averla.
Ma, forse, neanche questo è possibile, ormai.
Non c’è niente, intorno a noi.
Ci muoviamo nel niente.
Ciechi, soli, muti.
Disperati.

Incespichiamo, procedendo alla disperata.
Qualche legame invisibile ci mette l’inciampo, a momenti.
Ma non si può cadere, non c’è una terra su cui porre termine all’interminabile precipitare nel vuoto.
Inciampo.
O inganno, forse?
Un nuovo pericolo?
O, solo, inciampiamo nei legami con il nostro vuoto presente senza più alcuna meta da raggiungere?
Ci interroghiamo senza poterci dare risposta.
E mente ci spingiamo sempre più avanti nel territorio del nulla, perdiamo, ad ogni passo, insieme alle forse, ogni speranza di raggiungere una salvezza.
Forse scontiamo così la nostra condanna?

4 thoughts on “NELLA NEBBIA (2)

  1. E’ bello questo tuo racconto, molto bello. Mi piace perchè ci sento un ottimismo meno sicuro. Non prendere questa frase come una critica al tuo modo d’essere, non vuol esserlo assolutamente. Sai che del tuo ottimismo io spesso mi nutro e un po’ te lo invidio anche. Invidio la tua capacità di continuare a credere nell’uomo mentre io sto scivolando inesorabilmente verso un pessimismo sempre più duro da scalfire.

    Mi piace quando parli di responsabilità collettiva che ci coinvolge tutti, nessuno escluso, e poi quella scritta in cielo. Misteriosa…quali saranno le parole? O forse non si tratta di parole, ma della nostra coscienza che si riverbera in cielo. Ma perchè proprio in cielo? Forse perchè la nostra coscienza è la parte umana che più si avvicina al concetto di divino? L’uomo è dio e la sua parte divina sta ora cercando di prendere il sopravvento? Forse troppo tardi?…
    Un abbraccio

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    • Racconto che può leggersi anche per pezzi, forse, non solo per intero.
      L’ottimismo: forse, amica mia, mi regali più sentimento positivo di quanto io stesso non credo di possedere.
      Si, credo nell’uomo, è vero, ma con tutte le sue debolezze; sai che si tratta di un impasto di bene di e di male, di un inestricabile groviglio in cui le due correnti si legano, si mischiano, si confondono, si legano e si intrecciano…
      Ma penso – e in questo sono certo ottimista – che c’è una sola via per dare all’uomo la dignità, ed è la via della conoscenza, dell’istruzione, della cultura.
      Ed è per questo che credo che tu sia una di quelle … sacerdotesse della sapienza che si sacrificano ogni giorno per dare ai giovanissimi semi che hanno per le mani un innesto floreale, perchè, per loro, sia possibile una chance, se la vorranno.
      Immagino e capisco le tue difficoltà, i tuoi dubbi, i tuoi quotidiani rompicapo, in un mondo della scuola che rispecchia questa società così superficiale e devastata. I tuoi sono anche i miei spasimi.
      Ma un senso dobbiamo darlo alle cose che facciamo, alla nostra stessa vita.
      Come potremmo vivere andando alla deriva nella corrente che ci trascina via?
      Non tenteremmo di dare una direzione alla deriva? Di aggrapparci a d un ramo pur di farne un timone?

      La responsabilità.
      Se dovessimo regolare le nostre azioni solo sulla paura della punizione di un’autorità – terrena o celeste – che vita sarebbe?
      Spiegavo a mio figlio, quando era piccolo, che il rispetto delle regole non è dovuto al fatto che si rischia di essere ripresi, rimproverati, o arrestati dalla polizia.
      Ma il rispetto delle regole è qualcosa di conveniente, è la ragione stessa che rende possibile la vita comune, la società, anche nei piccoli e quotidiani compiti ed attività.
      Non so certo se sono riuscito a convincerlo – spero di si, certamente – e non sono neanche un bacchettone moralista/utilitarista, perchè penso che bisogna essere comunque svegli, stare sempre con gli occhi aperti, e, da adulto, so bene che la vita è complessa e la società difficile.
      Ma la responsabilità ce l’abbiamo tutti.
      Anche chi fa finta di non saperlo o di non ricordarlo.
      E la prima responsabilità, vedi, cara Patrizia, credo sia verso noi stessi, perchè è quanto di più prezioso abbiamo e possiamo dare ai nostri cari (a cui teniamo, credo, anche più di noi stessi).

      Sono ottimista?
      Si, dai.
      E ti voglio anche tanto bene.
      Un abbraccio.
      Piero

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  2. Quando qualcosa di forte e nello stesso tempo incomprensibile ci scalza il terreno da sotto i piedi sottraendoci quella sicurezza che ci siamo dati ignorando tutto quello che ci potrebbe far pensare allora neppure la fuga ce la può rendere….nella fuga gli occhi sono costretti ad aprirsi e vedere quanto male, quanta sofferenza, quanto dolore…e tutti siamo coinvolti : non mi riguarda… cosa posso fare io da solo… sono i capi, i governanti che devono risolvere queste faccende..
    E più gli occhi si aprono più il senso di colpa si fa pesante….ma si continua a fuggire brancolando nel buio…
    Forse solo riconoscerla questa colpa potrebbe salvarci, farci aprire gli occhi per trovare la strada giusta, quella che porta fuori dalla nebbia….
    Sto rileggendo con calma questa storia che mi ha coinvolto ed emozionato da quanto è vera…nel passato come nel presente…
    Vado avanti….. un abbraccio Piero!

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  3. Grazie della pazienza, cara Fausta.
    (Ti dò un pezzo di risposta alla volta, facciamo così).
    Credo che la perdita della sicurezza del presente possa essere una situazione pericolosa, e tuttavia sempre possibile.
    Basta poco.
    La scritta in questo cielo vale una metafora, solo un’immagine astratta, ma potrebbero esserci mille situazioni diverse, ogni giorno.
    Basta leggere il giornale per trovare qualcuno a cui è capitata una sventura del genere.
    Così, giorno per giorno, le fila dei fuggiaschi aumenta…

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