LA RESURREZIONE DEI MORTI

_DSC0364
photo by Pierperrone

Irrompendo nel regno del nulla da una dimensione invisibile e trascendente, dal mondo finito, dal tempo cessato, gli squilli forti di tromba hanno spazzato l’immensa distesa del non essere, polverosa e fredda, vuota, come una raffica, un colpo di rasoio, una pugnalata.
Come la violenta sferza di un colpo di vento, una bora improvvisa, inaspettata, inattesa, inavvertita.
Stridenti, freddi, gelidi, gli schiaffi sonori di trombettieri invisibili, hanno raschiato il buio silenzio che giaceva quieto nell’immobilità infinita.
Bruciando ciò che si trovavano di fronte.
Il nulla.

Fremiti, allora, hanno cominciato a scuotere la pianura sconfinata.
Là, dove un tempo erano alte le montagne sferzate dai venti, ora, erose le cime fino alle radici più profonde della roccia dal corso dei millenni, veloce come tiri di cavalli imbizzarriti, ora, ormai, solo la sottile cipria leggera del tempo consumato dà moto ad un’impercettibile onda.
Prima risposta alle impetuose onde del suono che si susseguono alte.
Una tempesta irrompe.
Piomba sul silenzio piatto del nulla.

Nulla sembrava, all’inizio, muoversi.
Nulla esistendo, nulla poteva mai dar segno d’una risposta a quei richiami che cominciavano assordanti a giunger di lontano.
Immoto, lo spazio se ne stava fuori dal tempo, come rimirando se stesso.
Da sempre.
Un sempre al di fuori del moto perpetuo del divenire.
Nel buio.

S’erano acquietati, ormai, i furori giovanili delle luci lampanti dei giorni passati e sepolti nella polvere dei secoli.
Ed anche i riverberi delle rimembranze crepuscolari della fine dei tempi s’erano spenti.
Nulla, più, oramai, giaceva disteso nel mare sconfinato del nulla.
Tutto, oramai, era solo un immenso lago nero, senza più profondità alcuna.
Nè più, mai onde a scuoterlo.
O cullarlo.
Una quiete spettrale stava.
S’era rotta, oramai.
Il tempo infinito in attesa, indeciso, incerto su cosa davvero fossero, quei squilli lancinanti.
Un segnale.
Il segnale che s’attendeva da sempre.
Cioè, forse, da più, mai.

E anche noi, nelle profondità imponderabili di quel mare di nulla, polvere confusa nella polvere, superficie sotto la superficie pellicolosa del tempo finito, anche noi, tremebondi, inconsci, ma vegli da sempre, anche abbiamo udito il tremito che ha attraversato l’intero cosmo immerso nella quiete del moto dormiente.
Anche in noi, sperduti in quel lago oscuro, liscio come la nera lastra di un lucido specchio, nelle nostre coscienze di consunta materia, anche in noi, allora, aveva cominciato, piano, ad insinuarsi un’ansia a mala pena repressa.
Come un interrogativo.
Si faceva a tratti pressante.
Che significato avevano di quegli squilli striduli e acuti?

Erano trombe, non v’è dubbio.
Erano degli squilli di tromba.
Avevano rotto l’immoto silenzio del nulla.
Con scandalo d’ogni possibile legge ormai morta e sepolta.
Cosa stava accadendo?
L’impossibile aveva rotto l’argine e ormai si riversava sul nostro regno del nulla.
Travolgendoci.

Cosa?
Chi poteva, mai, aver provocato i demoniaco squasso che aveva spezzato l’equilibrio eterno della pace perpetua?
Quale sfrontata presenza nel regno dell’assenza assoluta?
Quale volontà?
Da dove veniva?
Da quale distanza?
Da quale irrealtà?

Abbiamo cominciato, dapprima, a gettare occhiate di sghembo d’intorno.
I nostri sguardi, senza aver bisogno di occhi per guardare, si sono distesi nella direzione del tempo passato e poi hanno corso sulle rotte che avevano percorso, un tempo, i venti che venivano dalle lontananze infinite del correr dei tempi.
Poi hanno veleggiato sulle infinite maree celesti che sospingevano, al tempo dei tempi, le vele luminose degli astri, uccelli leggeri dei cieli infiniti.
Infine hanno percorso le pazienti orbite, ormai raggelate, dei corpi stellari.

Abbiamo cominciato a cercare.
Inconsciamente, senza sapere.
Senza volere.
Senza neanche essere ancora, più, dei corpi di umani alla ricerca.
Ma alla ricerca di cosa, poi?
Alla ricerca d’un fiato di tromba.

Come tempesta erano giunti.
E, come uragano, altri ancora giungevano.
Squilli.
Torme di squilli.
Stormi, nembi innumerabili di striduli acuti.
Un’infinito martellare di suoni che saccheggiava la placa tranquilla dei morti.
Una tortura.

Nulla, all’inizio, dava segno di ciò che stava accadendo.
Nessun significato possibile.
Neanche un appiglio per spiegarci il fenomeno che stava accadendo.
Nessuna ragione, reale o apparente, poteva spiegare tanto scandaloso sconquasso.
E l’ansia si rapprendeva dentro le nostre menti spalancate sul vuoto.
Un baratro immenso.
E lame di ghiaccio ci perforavano il cuore.

Il demonio.
Questa è, sicuramente, la sua terrificante voce infernale.
Questo, abbiamo, ad un momento, pensato.
Il suo richiamo.
La chiamata.
L’invito.
La levata.
L’alba dei morti.

Ma successivamente, piano, poco alla volta, assai lentamente, così come ci eravamo, un tempo ormai lontano, consumati in misera polvere, granello a granello, i nostri corpi – disfatti, dispersi e confusi nella polverosa distesa del nulla infinito in cui s’erano sparse le polveri delle cose mangiate dal tempo finquando non era cessato anche lo scorrer piano del fiume del tempo – hanno ricominciato miracolosamente a comporsi.
La pace eterna, pian piano, ormai stava lentamente svanendo nel un nuovo, incontenibile, brivido di un moto di vita.
Il tremito dell’esistenza cominciava già a rianimarsi.
I nostri cuori, da polvere a pietra.
E poi, oramai, son già diventati ammassi avvizziti.
E poi, infine, a secolo a secolo, ecco, siamo di nuovo pulsanti grumi di muscolo e sangue.

E così, un battito ritmico ha incominciato ad impadronirsi del tempo.
Si è intrecciato agli squilli rochi di tromba componendo la strana regolare sinfonia monotona della vita indifferente che scorre.
Una nuova guerra sembra aver preso a combattersi nel nero cosmo infinito.
Confusa, la vita è ritornata a combatter contro il tempo tiranno.
E così anche i cieli, i mari, i corsi dei fiumi, le rotazioni degli astri, gli anni, le stagioni, i mesi, i giorni, i minuti, gli istanti.
Cigolando, il tempo ha ricominciato a prender parte alla mortale tenzone.
Il metallico ticchettìo degli ingranaggi dell’orologio ha iniziato, di nuovo,a farsi spazio nel sordo silenzio del nulla.
Millennio dopo millennio, come gocce di calcare infinito, le colonne della vita avevano cominciato a innalzarsi, a contorcersi, a intrecciarsi e fondersi.
Inestricabile intreccio.

Noi siamo restati a lungo a guardare.
Dal buio alla luce.
Abbagliati.
Muti.
Senza parlare.
Inebetiti e sorpresi.
Impauriti.
Raggelati.

Il folle terrore ci ha attanagliato.
Ci ha incatenato alla nuda, bianca, pietra di marmo che è andata lentamente, di nuovo, prendendo forma sopra di noi.
Così abbiamo visto, ciascuno di noi, il nome proprio di ognuno, inciso a scuri caratteri scavati nel marmo.
E poi, vermi, insetti, viscide creature si sono confusi nella bava che s’è andata formando nelle nostre mute bocche, congelate in un uno spaventoso urlo di liberatorio terrore.
Abbiamo guardato e siamo restati impietriti.
Sotto gli stessi attoniti sguardi d’orrore dei nostri occhi tornati ad essere acquose sfere di luce, le mani, a migliaia, dalla moltitudine di noi ch’eravamo nuovamente risorti alla vita, avevano cominciato nuovamente a graffiare la terra, come quei vermi che ci avevano vomitato solo pochi attimi prima…

Siamo vivi di nuovo.
Ora.
Luce e speranza sono confusi con il terrore e l’orrore.
Non abbiamo memoria, nè tempo per guardare dietro di noi.
Da dove giunse quel vento che scosse il nulla perpetuo?
Chi volle dar fiato a quegli squilli di tromba?
E dove andremo, ormai, noi creature risorte nel giorno che sta certamente per morire sopra di noi?
Troveremo mai più un rifugio?
Dove mai ci spingerà questa corrente cui diamo il nome spaventoso di vita?

Annunci

6 Replies to “LA RESURREZIONE DEI MORTI”

  1. Sono muta, arrivata alla fine del brano ma, non so spiegarmi il perchè, provo una sensazione di gioia: niente finisce, tutto riprende vita.
    Non ho cercato di capire ma solo lasciato andare il cuore…
    Mi è tornata in mente la poesia di John Donne
    “Morte, non essere troppo orgogliosa, se anche
    qualcuno ti chiama terribile e possente
    Tu non lo sei affatto:
    ………..
    Perché tanta superbia?
    Perché tanta superbia? Trascorso un breve sonno,
    eternamente, resteremo svegli, e la morte
    non sarà più, sarai Tu a morire.”
    e quelle trombe hanno avuto il suono sconvolgente del Tuba Mirum della Messa da Requiem di Verdi.
    Ciao Piero…
    Fausta

    Liked by 1 persona

    1. Cara Fausta,
      devo dire che non avevo letto i versi che tu mi hai regalato. Ma sembrano… no sembra che io li abbia copiati… a parole mie.
      Vuol dire che persone diverse, in tempi diversi, possono avere comunque sensibilità comuni, condivise, elettive.
      Non contano il tempo, lo spazio, la lingua in cui le persone vivono e si esprimono, ma ciò che si ha dentro, così si scopre che l’uguaglianza degli uomini non è una questione di censo, di benessere, di giustizia, di politica o di fede.
      E’ che proprio gli uomini hanno un comune sentire.
      E deve essere messo in comune, si deve coltivare.
      Perchè è questo che si oppone al razzismo ed agli integralismi, di qualsiasi natura essi siano.

      Un caro abbraccio,
      Piero

      Liked by 1 persona

  2. Se qualcuno avesse dei dubbi sul tuo inguaribile ottimismo nei riguardi dell’uomo e della vita, basta che legga questo tuo racconto. Da qualunque angolazione lo si legga, da qualunque lato lo si rivolti, la vita con le sue possibilità, ne esce fuori sempre vittoriosa.
    Quello che racconti potrebbe essere come l’inizio di tutto oppure come un’ipotesi su cosa succederà alla fine di tutto. Comunque lo si intenda viene da pensare: – Se è successo una volta, potrebbe succedere di nuovo, anche sul già esistente- Una sorta di purificazione totale con conseguente nuovo inizio. C’è chi lo teorizza…sarebbe bello.
    Io invidio questo tua capacità di credere fortemente ed incondizionatamente, credimi Amico caro, la invidio davvero e la uso come pungolo per mitigare un po’ il mio inguaribile pessimismo.
    Un abbraccione 🙂

    Mi piace

    1. Grazie, amica mia.
      Si, è vero, tu sei un pò pessimista, o forse solo più realista di quello che chiami, per me, ottimismo.
      Io, forse, un pò meno ottimista di quel che mi dici, ma si, è vero, credo nell’uomo.
      Anche perchè, avendo tanti dubbi sul piano religioso, a cos’altro potrei credere se non a ciò che siamo?
      Uomini!

      Non è detto che questo sia davvero ottimismo.
      Parlare del genere umano è un’astrazione davvero impervia.
      Cosa dovremmo dire?
      In fondo il bene ed il male, nelle nostre azioni, sono strettamente intrecciati, così legati che, mi sto convincendo, da ogni azione buona, non solo nasce il bene, ma che, se si guarda – si vive – da un punto di vista diverso quell’azione, quella stessa buona azione, potrebbe essere anche il male a vincere?

      Ecco.
      Forse l’uomo ha una cosa che le altre creature non hanno.
      La coscienza.
      E da questa specificità tutta umana discendono conseguenze assai rilevanti.
      La coscienza di sè ci inchioda alle responsabilità.
      E poi, un’altra cosa è tipica del genere umano.
      La cultura.
      Nel senso che esistono pratiche umane che insegnano come comportarsi, a quali valori ispirare le proprie azioni.

      Credere a queste cose significa avere speranza, se mi passi il termine (e così, si, lo vedo, divento ottimista), speranza che l’uomo applichi la sua coscienza e attraverso la cultura si indirizzi verso un mondo migliore.
      Per il suo stesso bene.
      Per egoismo di specie, almeno.
      Ma, restiamo attaccati alla nostra debolezza di bestie umane, ancora.
      Radice troppo profonda, questa nostra natura, perchè la coscienza ci possa trasformare in … angeli del bene.
      Però, almeno, con la cultura possiamo sperare.

      Ecco, così siamo qualcosa di misto, imperfetto, una contaminazione, un esperimento della natura, per qualcuno, alcuni, molti, creature di Dio.
      Siamo, però, al mondo, frutto del brodo primordiale.
      Cellule, proteine, acidi, materia chimica, flussi fisici.
      Non siamo spirito assoluto.
      Materia.
      Si.
      Però siamo anche spirito.
      Mescolati, non agitati (come direbbe Bond. O forse, più agitati che mescolati, come allo 007, forse, non piacerebbe).

      Beh, adesso ti saluto,
      un abbraccione, cara Pat.
      Piero

      Mi piace

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...