PICCOLA AUTOBIOGRAFIA LIBRESCA – MOLTITUDINI

Diciamo che le moltitudini del titolo, qui sopra, potrebbero anche essere folle, masse bibliche, tribù di varia umanità.
Intente, o distratte, come vi pare, a vagare da una parte all’altra, in cerca di qualcosa, e forse neanche in cerca, ma solo in movimento, in viaggio, alla ricerca, o alla scoperta, di tutto e di niente…
Insomma, moltitudini libere, o no, come volete voi.
Comunque, moltitudini.
Come le nuvole nel cielo.

Poesie.
Moltitudini di parole.
Che donano stupore.
Poesie di Fernando Pessoa.
Un autore, poeta e fingitore, che ha qualcosa che stupisce, che cattura, che stupisce, provoca meraviglia e sorprende.
Un poeta della vita.
Un autore di altre vite.
Un poeta che scrive poesie adoperando come inchiostro la vita di altre creature create da lui stesso.
Un autore che ha inventato altri autori per far parlare di poesia altri poeti che vivevano rinchiusi nella sua anima.
Una moltitudine.
Una sola moltitudine, solitaria, malinconica, ma sfacciata e provocatrice.

Le parole di Pessoa, o dei suoi autori eteronimi, stupiscono perchè parlano della vita di persone comuni, della vita di ogni giorno, del tutto e del niente di ognuno di noi di ogni giorno e di sempre.
Le poesie di Pessoa hanno qualcosa che sempre ci appartiene, è nostro.
Ed è così nostro, così familiare, così vivo, che ci accorgiamo subito che lui stesso è una parte di noi stessi.
E noi, quindi, siamo ortonimi della sua vita, quasi fossimo qualcuna delle creature inventate da lui per far parlare attraverso bocche immaginarie la sua voce.
Voce che, quindi, è la nostra stessa voce.

Stupore, meraviglia, curiosità, sorpresa, sono molle infallibili per catturare un lettore.
E’ così, questo si prova quando si scoprire che i versi di Pessoa raccontano l’esperienza della vita quotidiana.
Perchè la poesia meravigliosa di Pessoa, che è anche quella dei suoi innumerevoli eteronimi, è la poesia della vita quotidiana.
Poesia che parte dalla più insignificante esperienza della vita di ogni giorno, ma arriva lassù, sulla vetta estrema dove sa arrivare solo la poesia dei poeti Veri.
Portando, così, lassù, anche la nostra stessa vita, elevando alla somma poesia anche la vita di ognuno di noi, poveri comuni mortali, immersi nel bagno quotidiano dell’esperienza senza memoria.

Moltitudini di personaggi e moltitudini di parole.
Moltitudini di sentimenti e moltitudini di stati d’animo.
Ma moltitudini immerse in un solo uomo.
Così, un libro può parlare molte lingue, può dar voce a molte vite.
E raccontare un poco almeno di quella moltitudine di uomini che formano un poeta.
Pessoa, il poeta.
Ecco.
Un poeta, un libro.
Che è anche un poco lo specchio dei suoi lettori.

Un lettore, certo, ama rispecchiarsi in un libro.
Nelle pagine, nelle parole, nelle storie, nelle melodie della poesia, nelle scintille irrequiete dei sentimenti. Insomma, in un bel libro, piace rispecchiarsi, in qualche modo.
Ci si ritrova nei panni di qualche personaggio, o nelle situazioni di qualche storia.
Così si trasforma la lettura di un libro in un’esperienza diretta, personale.
E’ un’operazione che si compie per lo più stando comodamente adagiati, rilassati, spensierati.
Certo, non sempre è così, si sa, alle volte si legge disastrosamente compressi, o depressi, o repressi…
Comunque, rispecchiandosi in una libro, si trasforma la monotonia della vita quotidiana in un’avventura dello spirito e dell’anima.
E allora, si, allora si, un libro diventa uno specchio in cui ci scopriamo riflessi.

Rispecchiarsi, però, è scoprire l’immagine di sè riflessa in quello specchio.
Cioè, guardarsi e vedersi per come si è.
Anche se, a dire il vero, certe volte, non ci s’immagina proprio di vedersi come realmente si è.
Non si crede a ciò che lo specchio ci mette davanti agli occhi, si resta increduli, meravigliati, sorpresi, offesi, quasi, interdetti…
Si può restare molto colpiti da ciò che si vede di sè, nello specchio, riflessi nelle pagine di un libro.
Nelle parole di un poeta.
Di una moltitudine di voci, e persone, e poemi e sentimenti.
Pessoa.

Scoprire la propria reale figura, quella di dentro, intendo, più che quella di fuori, alle volte può anche mettere a disagio, ma sempre, poco a poco, piano piano, ci si abitua.
Ci si deve abituare.
Per forza.
Al nostro essere dobbiamo obbligatoriamente fare il callo, come si dice, adattarci, accettarci, prenderci per quel che siamo.
E dopo lo sconcerto iniziale, come capita sempre di fronte all’imprevisto, non subentra, poi, irrefrenabile, una specie di pungente curiosità?
No?
A me si.

Io mi riferisco a quel che penso parlando in prima persona, al singolare.
Mi riferisco a quel che io stesso vedo riflesso nello specchio.
Specchio nel quale vedo riflessa la mia immagine, che poi è la mia stessa anima.
Ma, in realtà è al plurale che io parlo.
Questo mi ha fatto capire lo specchio di Pessoa.
Io cerco di capire qualcosa di quel mistero che c’è dentro di me, come in ogni essere umano.
E così dell’umanità intera.
Intesa come immagine riflessa all’infinito dell’essere umano, estensione molteplice di esseri viventi tutti simili, o forse uguali, ingenuamente identici, nella loro psicologia.
Ed ecco, allora, Moltitudini.
Una sola moltitudine, questo è il titolo di una delle opera di Fernando Pessoa.
Edita in due volumi.
E ecco, allora, che le moltitudini sono almeno moltiplicate per due.

Pessoa, poeta portoghese, di Lisbona.
Il suo cognome, tradotto in italiano, suona così: “Persona”.
Quasi un sfottò del destino, vista la camaleontica poesia di questo poeta delle Moltitudini.

2 thoughts on “PICCOLA AUTOBIOGRAFIA LIBRESCA – MOLTITUDINI

  1. Scoprii Pessoa verso i quattordici anni credo, grazie ad un amico più grande che me lo presentò. Lui e Pavese. Due grandi che molto hanno contribuito alla mia crescita.
    Rimane uno dei miei poeti preferiti e non so perchè,ogni volta che lo leggo provo per lui uno strano senso di tenerezza. Forse non è altro che la tenerezza verso ognuno di noi che è uno e tanti nello stesso tempo. Eternamente condannati ad essere così, mentre sarebbe molto più semplice essere lineari. In realtà credo che l’importante sarebbe riuscire a comprendere le molte sfacettature di noi stessi. Comprenderle, divenirne consapevoli e già questo è un compito arduo… Possibile? Non lo so…
    Un abbraccio grande e un altrettanto grande grazie per questo scritto.

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  2. Non credo sarebbe possibile, sai, essere semplici e lineari, come tu dici.
    E forse proverei anche a convincerti che è più bello essere complessi e storti, come alberi d’ulivo, anzichè rami senza foglie.
    Ma sono certo che tu hai meditato le tue parole e ti rispecchiano davvero. E poi, in fondo, il desiderare quello si vuole non implica mica averlo già, oppure esserlo. Anzi. E credo anche che a volte si debba aggiungere un purtroppo.

    Non voglio fare l’elogio della complessità, ma direi solo che varietà è ricchezza, anche in questo. Se si sa come gestirla. Già!? Forse sono solo sciocchezze.

    Pessoa io l’ho scoperto, invece, da grande, ma Pavese l’ho incontrato al liceo.
    Insieme alla letteratura dei partigiani, alla storia della liberazione, al desiderio della libertà.
    Ed ecco di nuovo il desiderio.

    Pavese l’ho anche riletto da più grande, e mi ha colpito più la sua dolcezza, il suo saper mettere la vita nelle parole dei romanzi, che l’aspetto della ribellione.
    Che forse era anche involontaria, la ribellione, a quei tempi della dittatura e della guerra, perchè molti non volevano altro che essere liberi di vivere, di essere ciò che si voleva, uscire di giorno e di notte, parlare di ciò che vuole, discorrere per le strade, nelle vie di paese, lungo le ore infinite della notte, con un pò di sangue di bacco nelle vene, e sentirsi come dioniso o come apollo, come hermes o come afrodite…

    Sono due autori diversi, nel mio sentire.
    Pessoa lo trovo più moderno, contemporaneo ancora oggi, nella vita comune di qualsiasi passeggiatore sui sentieri della fantasia.
    Pavese, forse, era più terragno, e le sue passeggiate hanno più l’odore dei campi e delle vigne, mentre Pessoa sa di strade di città e di uffici da lavoro.
    Ma sono certo che è solo il mio sentire, perchè, poi, è dell’uomo, che parlano, non di altro.

    Ma Pessoa ha colto di più nel segno della molteplice esperienza della vita.
    Pavere forse è rimasto incastrato nella sua voglia di semplice linearità campagnola, dove i solchi si fanno linea diritta, la vigna diventa filari su cui attecchiscono grappoli e foglie, ma in quelli si è fatto male, tanto male da desiderare finire nel più duro dei modi la sua esperienza di vivere. E lo ha fatto davvero. Quel gesto terribile.
    Forse, avesse ammesso anche la molteplicità, sarebbe scampato alla sua mano.
    Forse avrebbe dovuto conoscere Pessoa.
    O forse lo conosceva, non lo so…

    Pessoa descrive i nostri spazi di evasione, più che i nostri impegni.
    Ci offre vie d’uscita, non punti di fuga.
    C’è quel pezzo che ho pubblicato un pò di tempo fa, del contabile che dal suo inventario di fogli inutili e qualunque riesce ad evadere a bordo di velieri volanti per raggiungere rotte fantastiche e città immaginarie. Ecco, quel modo di essere è la prima modalità per sfuggire alle grinfie della morte, che non è il mostro finale, quello che cattura e recide il filo, ma è il nonsenso quotidiano, lo scorrere dei giorni, lo svolgersi delle attività a cui non diamo più significato, o senso, o valore…
    Ecco, in questo senso, nelle sue nuvole in cui il non essere niente, ed il sapere di non poter essere niente, lì è la via di salvezza, che si alza verso l’infinito più profondo, verso il significato vero dell’esistenza.
    E se il nulla diventa un valore così prezioso, non è un male, amica mia carissima, ma è la salvezza.
    Qualcosa che, sul piano umano, assomiglia alla salvezza che Cristo ha portato sul piano religioso.

    Un abbraccio,
    Piero

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