PICCOLA AUTOBIOGRAFIA LIBRESCA – LA FOLLIA

… DI QUESTO esperimento si dice che i matti fossero quattro. Oltre al trio di uomini convinti di essere Gesù Cristo, anche lo psicologo che aveva pensato di riunirli nella stessa stanza…

Beh, la follia attira sempre i curiosi.
Per strada non manca l’occasione di incontrare i poveri matti, abbastanza spesso, dico i matti veri, quei disgraziati contro i quali la vita si è accanita per lo più in modo scorretto e sleale.
E intorno a loro c’è sempre una piccola folla di curiosi che spia, che guarda, ride, si dà di gomito, addita di qua e di là, si agita, e in ogni altro modo cerca di divertirsi alle spalle del povero malcapitato inconsapevole.
Alle volte, è vero, non è facile capire chi è il vero matto e chi, invece, fa solo finta.
Altre volte, invece, più spesso, forse, più che matti, quelli che s’incontrano sembrano folli del tutto, fuori dalle regole, ma non in senso … sanitario, bensì solo per convenienza, per menefreghismo, o per non so più cos’altro…
Questo tipo qui di matti fa più rabbia che compassione ed ispira sicuramente i miei sentimenti peggiori; si vorrebbe non averli mai incontrati, e possono essere anche pericolosi…
I veri matti, quelli proprio veri, invece no, quelli fanno più compassione.
Si, incutono sempre un certo timore, la paura che possano perdere il controllo del tutto e che, come bambini spaventati e inconsapevoli del pericolo, possano nuocere a sè, prima di tutto, e poi a noi che gli stiamo intorno. Hanno sempre fatto paura, i matti,in ogni tempo ed in ogni forma di società.
Hanno sempre fatto paura al potere, soprattutto, che li teme come e più dei veri nemici, perchè loro, i matti, i pazzi, gli spostati, che sono creature originali e indipendenti, seppure fragili ed isolate, non si possono controllare, nè sottomettere o dominare.
La libertà, in fondo, ha a che fare con questa cosa, forse, con la follia.
Ma credo che alle persone comuni, quelli come noi, i matti fanno soprattutto compassione.
Si, penso che sia questo il sentimento che si prova con maggior chiarezza quando s’incontra uno di loro.
E poi, subito dopo, lo sconcerto, il disorientamento, il disagio, come se fossimo destabilizzati da quel modo di camminare sospesi sopra un filo che la ragione non riesce a vedere.
Noi, ciechi, proviamo certo anche un pò di timore, ma sorridendo in maniera un pò perversa, infine siamo presi da un senso di solidarietà, che ci mette un pò di disagio, certamente, ma che poi, alla fin fine, non è anche un pò liberatorio?

In questi giorni ne ho incontrati un paio.
Un paio di veri spostati, emarginati, o matti, come vogliamo chiamarli?
Uno sta al mare, a S. Marinella.
Anzi, più precisamente, credo sia nel territorio di Civitavecchia, in una zona extraurbana fra le due città.
Si è sistemato nell’area verde davanti ad un grande supermercato.
E sta lì, da giorni, settimane, mesi.
Si sosta, a volte, di pochi metri, ma non esce mai da un territorio non più vasto di una decina di metri quadrati.
Ha una bottiglia davanti, molto spesso, che credo sia piena (o meglio, credo mezza vuota sempre) di qualche alcolico paradiso.
Sta per terra, seduto, e saluta.
Saluta tutti, o meglio, tutte le automobili che passano sulla grande via Aurelia.
Decine e decine, migliaia ogni giorni.
Lui, imperterrito, saluta ondeggiando la manona.
E’ sporco, lunghi capelli e forse ha anche qualche altra menomazione.
Certamente deve avere qualche malattia, se non altro di quelle dovute alla mancanza totale di igiene personale.
Non c’è, a guardare in superficie, una vera differenza fra un cane randagio e quell’essere buttato per terra, al quale qualcuno ha anche regalato una cuffia abbastanza grande collegata ad una radio a modulazione di frequenza.
Si, forse il cane randagio non ascolta la radio con la uffia, ma certo ha qualche servizio comunale che si cura di lui.
Il matto dell’aiuola del supermercato no.
Non ha nessuno.
L’ultima volta l’ho visto sabato.
Era sera.
Tornavo dalla cena con degli amici.
Pizza e pesce fritto.
Lui non salutava.
Beatamente stava riverso nell’erba.
Ho pensato che dormisse.

Un altro l’ho visto ieri.
In metropolitana.
Un signore benvestito, anziano, con lo sguardo perso.
La pelle del volto ed i capelli deboli e radi mi avevano fatto pensare, all’inizio, ad un uomo malato, di quelli devono fare delle cure terribili per combattere una malattia bestiale.
Era molto distratto.
Svanito.
Portava un grande orologio in similoro, al polso.
Una giacca color senape.
Era abbastanza distinto.
Ogni tanto parlava.
Urlava, quasi.
In una strana lingua incomprensibile.
Era un mugugno ad alta voce.
E poi cantava.
Le strofe di una vecchia canzone di guerra tedesca.
Lili Marlen, in una lingua che aveva a che fare con la nostra.
Certo non era in tedesco.
E poi faceva discorsi, tra la sua solitudine e la malinconia che traboccava dal tono molle della voce.
Per un paio di fermate è stato così, con quella sua cantilena che copriva lo sferragliare del treno.
Nessun musicante è intervenuto ad interrompere il suo soliloquio incomprensibile.
Credo che stesse in qualche modo impartendo a qualche parte indisciplinata del suo disobbediente se stesso una aspra lezione, forse una punizione, forse qualcos’altro.
Comunque, nell’intonazione del suo mesto gorgogliare restava sempre qualche inflessione della melodia di Lili Marlen.
Così, io ho pensato che avesse a che fare con qualche storia di donne.
Probabilmente qualche puttana.
Comunque lui non aveva l’età per aver fatto la guerra con i nazisti.
La sua guerra la sta combattendo ancora adesso.
Ma di un’altra guerra si tratta.

Ho parlato, qui sopra, dei matti di strada, quelli che s’incontrano in giro.
Quelli senza nome, senza fama, senza nessuna gloria, nè onore di cronaca se non, in qualche caso, qualche casuale trafiletto di cronaca locale.
Per la verità, anche per loro hanno provato a fare… un’enciclopedia, una vera raccolta scientifica, un repertorio di tipo archivistico, qualcosa a cavallo fra un’ironica raccolta di casi umani disperati ed un meticoloso censimento da casellario giudiziale.
C’era anche un sito internet vero e proprio, che raccontava i casi, uno per uno, con tanto di link, foto e descrizioni.
Ma adesso non c’è più.
L’hanno tolto.
Ma girando sul web ho trovato questo libero, si tratta del Repertorio dei pazzi d’Italia, di Roberto Alajmo, edizioni Il Saggiatore.
Vale la pena di leggere un poco, si.

A parte le mie considerazioni, il tema della pazzia, la mattìa, è qualcosa di serio, documentato.
Siamo imbevuti della cultura di matrice freudiana, no?
Ci ha circondato e nutrito negli anni dell’adolescenza.
Poi, col tempo, il progresso del mercato e della scienza l’hanno trasformata in una redditizia farmacopea, spesso forzosa e disumana… almeno per i pazienti.
Il carattere dell’imposizione, della costrizione, della contenzione e della sopraffazione è sempre stato insito e presente nella pretesa dei cosiddetti “normali” di voler obbligatoriamente curare quelli che sono chiamati matti.
Ci sono casi che appartengono alla memoria di tutti.
Per esempio, a me viene in mente un film, come “Qualcuno volò sul nido del cuculo“, di Milos Forman, con il grande Jack Nicholson, film anarchico, che descrive come può essere usata la follia a mò di arma per sovvertire l’ordine costituito.
Bello, istruttivo, e terribilmente triste.
Perchè poi, alla fine, si scopre che il potere può sempre ricondurre all’ordine la voglia di libertà.
Basta una scarica elettrica ben calibrata.
Che si tratti di sedia elettrica oppure di esecuzione lobotomica, poco importa, non c’è, in fondo una gran differenza.
Che volete, cosa vi aspettavate da una società che ancora crede al potere deterrente della pena di morte e dell’uso delle armi?
Ovviamente era ambientato in America, ma quel mondo è lo stesso nostro, non fa poi così tanta differenza neanche questo dettaglio.

Mi viene in mente anche la dolcissima Alda Merini, con la sua storia personale di emarginazione, marchiata per sempre con il fuoco manicomiale dalla buona società milanese, che l’ha… curata nella testa nell’anima.
Lei, forse, in manicomio, in quel luogo di detenzione sociale coatta, più che essere curata dalle terapie psico-elettriche dei medici delle parole, s’è curata da sola, con la terapia della poetica.
Ed è rimasta sana, più sana del mondo gli aveva inoculato la malattia dei folli.
Assomigliavano a veri lager, i manicomi, a delle carceri, erano luoghi di contenzione.
Anche se erano chiamati manicomi ed erano considerati luoghi di cura.
Lì, veniva praticata una scienza medica stretta parente di quella di Mengele, di Stalin e di Mao Ze Dong.
Solo che i fini erano diversi.
Non era la politica, ma la società, la molla da cui, qui da noi, si sprigionava quella forma di deportazione.
Mi viene in mente che anche Ascanio Celestini ci ha lavorato sopra.
Uno dei suoi primi lavori era una ricerca sui manicomi.
Con la sua voce ha raccontato il grande dolore racchiuso fra quelle pareti.
Era nella “Pecora nera” da cui, per divertimento, una volta ho preso una canzone.
Ma poi, certo ci sono ancora tanti altri racconti, testimonianze, canzoni, poesie, romanzi, film, musiche, quadri…
Il mondo dell’arte, la comunità degli artisti, sono pieni, intrisi di follia.
Una testimonianza, l’ultima che riporto qui, si trova in quest’altro video, del pittore Ligabue.
Ma tanti, tanti altri, sono gli artisti cosiddetti pazzi.

Con questi presupposti era impossibile sfuggire alla curiosità.
Quando ho letto l’articolo di Repubblica che parlava dei Tre Cristi, dei tre matti che uno psicologo americano, Milton Rokeach, medico dell’ospedale pubblico di Ypsilanti, Michigan, aveva riunito per svolgere un vero esperimento sulla follia più profonda, sui disturbi della personalità, anzi, meglio, sui deliri dell’identità, non ho potuto fare a meno di comprare il libro.
Mettere insieme tre individui che credono di essere Cristo, ma poteva anche essere Napoleone, o George Washington, si perizia di dire nell’introduzione l’autore dell’esperimento, sembrava un modo, come dire, intelligente per affrontare la malattia e cercare di trovare un metodo curativo.
La lettura del libro si è rivelata molto interessante, anche se davvero triste e profondamente dolorosa.
A parte le storie personali delle tre cavie inconsapevoli, storie di sangue, violenze, traumi di morte e abbandono, sono le cronache del rapporto scientifico – perchè di questo si tratta, di un vero rapporto scientifico – a fare davvero tristezza.
Cosa significhi realmente la parola delirio, come si manifesta nei fatti un disturbo grave della personalità, che forme prende un’allucinazione, cosa comporta la perdita del controllo totale si può capire bene leggendo quelle pagine.
Su quale baratro di vuoto e di orrore si sporge lo sguardo!
Noi siamo ancorati ad alcune certezze che chiamiamo realtà.
Il nostro nome, la nostra identità, il nostro passato, il mondo intorno a noi, la percezione del sè e dell’altro.
Dalle pagine che scorrono si scopre che nulla è più soggettivo di ciò che chiamiamo “oggettività” o “realtà”.
Quando qualcosa fa entrare in crisi la percezione del mondo (e quella di sè, che ne fa parte) e non si condivide più la realtà con gli altri nostri simili, allora la solitudine diventa qualcosa di veramente mostruoso.
Dalle pagine del libro gronda questa tristezza infinita.
Tanto che, conclude nella postfazione l’autore, di quell’esperimento lui si è pentito.
Ha avuto, dice, troppo poco rispetto per le persone coinvolte, seppure uomini con crudeli storie alle spalle, di dolore e follia.
A quei naufraghi disperatamente aggrappati ad una parvenza di realtà del tutto immaginaria, vittime di un folle miraggio, andava riconosciuta almeno un pò di pietà.
Quel miraggio si chiama vita comunque.

6 thoughts on “PICCOLA AUTOBIOGRAFIA LIBRESCA – LA FOLLIA

  1. Qualche anno fa – mi sembra il 2009 – andai a Siena per vedere una mostra creata da Vittorio Sgarbi intitolata “Arte, genio e follia” un viaggio tra 300 artisti che hanno avuto a che fare con la follia nella loro vita. Era molto ben organizzata, ben spiegata, e oltre alle opere c’era la descrizione e le foto dei manicomi dal medioevo ad oggi. Mi è tornata in mente leggendo il tuo post: tante sensazioni forti, mi sembrava di sentire dentro di me le urla e i pianti di quelle povere anime, una sensazione che mi è rimasta addosso per alcuni giorni. Ora, nel mio quartiere, ci sono quattro o cinque persone con vari disturbi. La prima cosa che mi viene agli occhi è la loro grande solitudine. Se poi si riesce ad entrare in contatto con loro sanno esprimere una grande dolcezza…ma non bisogna fidarsi troppo, a volte basta il rumore di una frenata perché il buio cali su di loro… e diventano imprevedibili!
    Sì, pietà e tristezza, e un grande senso di impotenza…
    Vado a cercare il libro
    Ciao!
    Fausta

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  2. Premetto che, ovviamente, non ho nessuna intenzione di promuovere alcun libro o editore ed anche che questi non sono inviti alla lettura dei libri.
    Restano considerazioni a margine di letture che ho trovato … exciting, mi piace, qui, questo termine inglese.

    A Firenze, l’ultima volta che sono venuto, sono passato dalle parti di San Frediano, dove, mi pare, una volta c’era il manicomio.
    Ed anche qui a Roma, c’è il Santa Maria della Pietà, immenso luogo di dolore, ex manicomio e chissà che altro.
    Sicuramente qualcuno avrà scritto una storia di questi posti, ormai vuoti e spalancati come immense bocche che urlano al cielo impazzite. Il pittore Bacon ha fatto molti ritratti in cui ha ripreso quest’immagine di muta follia, muta solo perchè le tele non emettono suoni, ma sono in realtà assordanti per quel loro restare eternamente sospesi nello sforzo più strenuo e atroce dell’urlo.
    Anche Munch, no, ha scattato la più nota istantanea dell’urlo dell’uomo, ma forse tra i due c’è una differenza molto forte, o almeno sono io ad azzardare questo paragone (per differenza).
    Munch aveva ripreso l’uomo nella sua essenza esistenziale, il dolore, il vuoto, il desiderio, la solitudine, la malattia, tutto, dentro, spingeva verso quell’urlo sul ponte di Kristiania, un uomo, che rappresenta tutti gli uomini, vomita al cielo tutta la sua disperazione. Nel suo diario scrive questo:

    Una sera camminavo
    Lungo un viottolo in collina
    Nei pressi di Kristiania –
    Con due compagni. Era
    Il periodo in cui la vita
    Aveva ridotto a brandelli
    La mia anima.
    Il sole calava – si era
    Immerso fiammeggiando
    Sotto l’orizzonte.
    Sembrava
    Una spada infuocata
    Di sangue che tagliasse
    La volta celeste.
    Il cielo era di
    Sangue – sezionato
    In strisce di fuoco
    – le pareti rocciose infondevano
    un blu profondo
    al fiordo – scolorandolo
    in azzurro freddo, giallo e
    rosso –
    Esplodeva
    Il rosso sanguinante – lungo
    Il sentiero e il corrimano
    – mentre i miei amici assumevano
    un pallore luminescente –
    – Ho avvertito
    Un grande urlo
    Ho udito,
    realmente, un grande
    urlo –
    i colori della
    natura – mandavano in pezzi
    le sue linee
    – le linee e i colori
    Risuonavano vibrando
    – queste oscillazioni della vita
    Non solo costringevano
    I miei occhi a oscillare
    Ma imprimevano altrettante
    Oscillazioni alle orecchie –
    Perché io realmente ho udito
    Quell’urlo –
    E poi ho dipinto
    Il quadro L’urlo

    Francis Bacon invece fa urlare ai suoi ai suoi senza caratteri il dolore della follia, fors eil dolore della sua follia, delle pulsioni feroci della sua psiche e del corpo incontrollabili.
    C’è questo articolo in cui si descrive il personaggio: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/arte/recensioni/bacon-londra/bacon-londra/bacon-londra.html
    Non credo di sbagliare , se fai una carrellata di immagini sui suoi quadri, chiedi a google dell’urlo di Bacon, ti apre le porte della follia.
    Le porte di quelle celle, di quei luoghi dove la memoria resta impigliata nella follia, ma non quella di chi vi era rinchiuso, bensì quella, ben più reale, di chi faceva il carceriere di povere vittime innocenti e, ancor di più, di chi non impediva che tutto ciò accadesse e continuasse a succedere.

    Poi, fortunatamente, li hanno chiusi quei luoghi.

    Un salutone,
    Piero

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  3. Non conoscevo la poesia, l’ho letta avendo davanti il quadro e l’ho “vista” …
    Non ho presente Bacon, leggerò molto volentieri l’articolo…
    A proposito….il manicomio a Firenze era a a San Salvi (da cui prendeva il nome).
    Se ti può interessare trovi su facebook “Chille de la Balanza” che dal 1998 lavora all’interno del vecchio manicomio con teatro e varie attività per conservare la memoria di questi luoghi.

    Liked by 1 persona

    • Hai scelto gli oggettivi giusti, carissima amica.
      Ma trattando con un pò di leggerezza l’argomento, viene fuori che, alla fine, la follia è un materiale umano molto diffuso, si trova agli angoli delle strade, nelle case, negli ospedali, ma anche nella musica, nei quadri, nella poesia, e in ogni altrove.
      Forse una dose di follia è in ogni essere umano, solo che solitamente si nasconde, o si lascia dominare.
      Altre volte, invece, sfugge al controllo e allora… nascono dei geni, oppure delle vittime… o entrambe le cose in una stessa persona…
      Un caro abbraccio,
      Piero

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