PICCOLA AUTOBIOGRAFIA LIBRESCA – premessa

“…Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’ estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità…”

Con queste parole di una canzone di Guccini comincio questa piccola autobiografia libresca.
Le parole sono quelle giuste per questa sera di settembre, domenica pomeriggio, avanzato ma non ancora imbrunito, vespro, in qualche lingua ormai desueta.
Gli ultimi raggi di sole sfuggono alla coltre di nuvole che si addensa svogliatamente.
Sembrano navi, isole in movimento, spinte da correnti astrali invisibili, da venti d’alta quota che ci sfiorano la guancia appena, come un lontano respiro che viene dal cielo, un soffio, il rifiatare del tempo dopo le pesanti fatiche dei lunghi e bollenti giorni d’estate.
Nel cielo, in questo cielo abitato dal isole di nuvole, si sente una tensione, un’ansia, come un’attesa, un’aspettativa ancora da realizzare.
Che cosa stiamo aspettando?
Forse il tempo.
Che si manifesti, dia i suoi segni, impartisca i suoi ordini.
Forse obbediremo.
Aspettiamo.

Aspettano tutti e tutti sembrano aspettare qualcosa.
Forse s’aspetta che vengano le prime piogge.
E’ svanito, dunque, il caldo che ci ha fatto ardere, d’estate.
E’ passato.
Oppure s’aspetta altro, che venga la sera, ormai.
E’ quasi giunta, è prossima e vicina.
Ora, proprio mentre l’ultimo spicchio di sole arancione sta facendo capolino fra una nube e l’angolo alto di un palazzo.
Qua di fronte.
I raggi paiono colpi di pennello largo, sfumature che striano la tela della volta.
Sull’azzurro stanno stese già chiazze grigiastre, colature giallastre, batuffolature bianche di leggere, bambagiose nuvole pigre.

Più di tutto, è una sinopia incompiuta.
Vi è segnata un’atmosfera sospesa, ma pigra.
Come le figure di lavoranti stanchi, che hanno finito, quasi, la loro lunga giornata.
E aspettano, ora.
Aspettano, pigri, che l’ora, la sirena, la fine della giornata, giunga… finalmente, si, giunga…
Alla fine, per cosa?
Cosa s’attende?

Come i lavoranti, oggi, noi, però attendiamo che la domenica passi.
Stanchi?
Chissà.
Forse solo annoiati del giorno di festa.
Di tutta quella banale normalità che s’è attesa per un’intera settimana, mentre il lavoro ci deruba della nostra insignificanza benevola.
O ce la nasconde.
La domenica pomeriggio è una lunga agonia: queste parole, forse, sussurrano in cielo gli uccelli passanti.
Volano a piccoli gruppi, forse in cerca del nido sicuro, nell’ultima luce, scappando dalla paura, dal buio… Si lanciano strani segnali, striduli strilli, rochi, lontani…
Si stanno chiamando?
Oppure si mandano avvisi?
Di quale nuovo pericolo si tratta?
Forse preso lasceranno questo cielo.
Staranno cercando una nuova casa dove ripararsi dalla nuova stagione che ormai s’avvicina.
Cosa si aspetta?

Oggi è giorno di vigilia.
Anche per questo si aspetta.
Al mare, nella quieta frescura assolata dell’ultimo bagno di sole, in molti aspettavano.
Era come un’assidua, fiduciosa, attesa che riempiva l’aria lentamente.
S’aspettava, pareva, che passassero finalmente le fatiche d’estate.
E giungesse domani.
E il benefico fresco che porta l’autunno.
Aspettavano alcuni vecchi uomini, anziani, ormai, educati, abitudinari abitatori del tempo che scorre.
Per loro le parole di Guccini, chissà, sono un pò troppo retoriche, letterarie, patetiche, forse.
In questo tempo, in questo mondo, fra gli uomini, si è poco avvezzi alle delicate forme dell’arte.
Ma nello spirito, quei naufraghi dell’estate trascorsa, aspettavano.
E consideravano che ormai, domani, è già giunto l’autunno.
E’ il tempo di fare, nel silenzio del cuore, un nuovo bilancio.
Un altro anno è andato.
Ormai è lontano.
E’ tardi.
Raggiungerlo, è impossibile, si sa.
E’ passato.
E’ corso a raggiungere gli altri.
Oggi resta il presente, mozzo, spezzato, che non è più ieri, non è più estate, e non è ancora l’autunno per fare qualcosa, programmi…

Pochi giovani, al mare, oggi, a perdere tempo.
Son belli i giovani, assai.
Nudi, sulla spiaggia, a farsi baciare dal sole e bruciare dalla salsedine un pò amara.
Più giovani mamme e papà un poco attempati.
A badare ai piccoli pargoli scomposti nella distesa di liquida sabbia o sgambettanti nella densa acqua schiumosa.
Aspettavano.
Tutti aspettavano.
Che il tempo passasse.
Consapevoli o meno…

Ho detto che con le parole di Guccini do’ avvio ad una piccola autobiografia libresca.
Voglio precisare che non si tratta del racconto della mia vita, oh, no.
O forse, si, ma solo in parte.
Si, forse di fatto lo è, ma solo di striscio, lateralmente.
Insomma, vorrei solo mettere in queste pagine, in modo anche abbastanza casuale e disordinato, i libri che più mi sono piaciuti, che mi hanno colpito, che mi hanno lasciato un segno.
Stamattina, passeggiando sotto al sole rinfrescato dal venticello di brezza consolatoria, sulla spiaggia sgombera di ombrelloni e bagnanti assetati di tintarella, si chiacchierava, così, disinvoltamente, dei libri.
Che libri ti piacciono?
A me?
Beh, quelli che mi hanno incuriosito.
Mi piacciono quelli che riescono a farmi provare meraviglia.
Che sono imprevedibili, che aprono sentieri sconosciuti, che portano dove nessuno poteva immaginarsi.
Avventura, biografie, fantascienza, filosofia, finzione, fotografia, gialli, letteratura, poesia, racconti, saggi, storia… sicuramente ho dimenticato qualcosa.
Li ho messi in ordine strettamente alfabetico, i generi, così, per bellezza, tanto per dire che ho scelto un criterio.
Ma non me ne frega niente di quest’ordine.
Io non li ho letti in questo modo, che peraltro sarebbe anche impossibile e senza senso.
La lettura mi è sempre piaciuta, da quando ero ragazzo.
L’isola misteriosa, Ivanhoe, L’orlando furioso (forse in una versione in prosa, ma poi anche in poesia), Salgari e quella Malesia animata da tigri, pugnali, foreste misteriose, esotiche fantasie e avventure piratesche…
Poi, crescendo, nella fase più formativa, Silone, Hemingway, Neruda, Majakowskji, Esenin, Fromm, Kafka…
E, nella lunga fase matura, il piacere di costruire percorsi, strade, mappe più o meno coordinate, seguire scie, tracce, messaggi chiusi in misteriose bottiglie…
Scoprire che il mondo è vasto, più di quello che si possa mai immaginare, che leggere è molto più che arrivare alla fine per vedere come si chiude una storia.
Leggere è come viaggiare nello spazio e incontrare gli alieni.
Creature diverse da noi e che non potevamo neanche immaginarci.
Contaminarsi con quelle presenze, mischiarsi, perdersi e ritrovarsi, questo offre la lettura.
Alla fine sei come il capitano Nemo, o come il capitano Kirk dell’Interprise, o il capitano Achab…
Solo in questo senso è un’autobiografia, solo perchè parla dei libri letti da me.
Ma piccola, perchè, modestamente, non ha nessuna intenzione di dare un esempio.
Bensì, solo la voglia di condividere con qualche compagno le qualche considerazioni che un libro mi porta a lasciare su una pagina bianca.
Sperando di saper raccontare quale fu l’elemento che mi fece provare la meraviglia e la voglia di arrivare all’ultima pagina, là, dove sta scritta sempre la stessa, ultima parola, FINE.
E che anche chi legge queste mie note, forse noiose, si faccia contagiare da quella gioiosa sensazione che mi diede la lettura di un libro, una volta, allora, chissà, ma che ancora ricordo, poco o molto che sia il tempo passato da quell’ultima pagina…

Cominciamo da un libro recente.
I tre Cristi di Ipsylanti.
Però… dovete avere pazienza.
Continua la prossima volta.

6 thoughts on “PICCOLA AUTOBIOGRAFIA LIBRESCA – premessa

  1. Bella questa idea. Mi piace assai…
    Sicuramente noi siamo anche i libri che abbiamo letto e che ci hanno in qualche modo cambiato. (e ancra non è finita…)Quindi sono d’accordo con te quando dici che parlando dei libri letti parliamo anche di noi,
    Un abbraccione

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  2. Si, si, siamo fatti anche di libri, fatti dai libri, fatti coi libri… come vuoi e come è.
    Sarò contento assai (come sempre) di leggere i tuoi commenti.
    Un abbraccione anche da me.
    Piero

    Mi piace

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