CONTABILITA’

…da “IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE DI BERNARDO SOARES” di Fernando Pessoa

Ho davanti a me le due grandi pagine del pesante registro; sollevo dalla sua inclinazione sulla vecchia scrivania, con gli occhi stanchi, un’anima più stanca degli occhi. Al di là del niente che questo rappresenta, il magazzino, fino a Rua dos Douradores, allinea gli scaffali regolari, gli impiegati regolari, l’ordine umano e la quiete dell’ordinario. Alla vetrata c’è il rumore del diverso, e il rumore diverso è ordinario, come la quiete che è vicino agli scaffali. Abbasso occhi nuovi sulle due pagine bianche, dove i miei numeri attenti hanno registrato i consuntivi della società. E, con un sorriso che serbo per me, ricordo che la vita, che ha queste pagine con nomi di stoffe e di denaro, con i loro spazi bianchi, e i loro tratti a riga e lettere, include anche i grandi navigatori, i grandi santi, i poeti di tutte le epoche: tutti non registrati, la vasta prole espulsa da quelli che fanno le valutazioni del mondo. Sulla stessa registrazione di un tessuto che non so cosa sia mi si aprono le porte dell’Indo e di Samarcanda, e la poesia della Persia, che non è né di questo luogo né di un altro, fa delle sue strofe, prive di rima al terzo verso, da distante sostegno alla mia inquietudine. Ma non mi sbaglio, scrivo, addiziono, e la scrittura procede, eseguita come di solito da un dipendente di questo ufficio…

Oggi, in uno di quei vaneggiamenti senza ragione e dignità che costituiscono grande parte dell’essenza spirituale della mia vita, mi sono immaginato libero per sempre da Rua dos Douradores, dal principale Vasques, dal contabile Moreira, dagli impiegati tutti, dal garzone, dal fattorino e dal gatto. Ho sentito in sogno la mia liberazione, come se i mari del Sud mi avessero offerto isole meravigliose da scoprire. Sarebbe allora la quiete, l’arte raggiunta, il compimento intellettuale del mio essere. Ma all’improvviso, e proprio nell’atto dell’immaginare, che effettuavo in un caffé durante la modesta pausa di mezzogiorno, una impressione di scontentezza ha investito il mio sogno: ho sentito che avrei avuto pena di tutto ciò. Sì, lo dico come se lo dicessi con tutta l’attenzione: avrei sentito la mancanza di tutto ciò. Il principale Vasques, il contabile Moreira, il cassiere Borges, tutti i bravi ragazzi, il fattorino allegro che porta le lettere alle Poste, il garzone, il gatto affettuoso – tutto questo è diventato parte della mia vita; non potrei lasciare tutto questo senza piangere, senza comprendere che, per quanto brutto mi sembrasse, una parte di me rimaneva con loro tutti, e che separarmi da loro era come dimezzarmi: cosa simile alla morte. Tra l’altro, se domani mi separassi da tutti loro e svestissi questi abiti da Rua dos Douradores, a quale altra cosa mi avvicinerei – perché ad un’altra cosa dovrei pur avvicinarmi? Quale altro abito indosserei – perché un altro ne dovrei pur vestire? Tutti abbiamo un principale Vasques, per alcuni visibile, per altri invisibile. Il mio si chiama davvero Vasques, ed è uomo robusto, gradevole, a volte brusco ma non di cattivo carattere, interessato ma in fondo giusto, con un senso di giustizia che manca a molti grandi geni e a molte delle meraviglie della civiltà, di destra e di sinistra. Altri saranno mossi dalla vanità, dall’ansia di maggiore ricchezza, dalla gloria, dall’immortalità… Preferisco l’uomo Vasques, mio principale, che è più trattabile, nei momenti difficili, di tutti i principali astratti del mondo. L’altro giorno un amico, socio di una ditta prospera grazie a buoni affari con lo Stato, considerando che guadagnavo poco mi ha detto: «Soares, lei è sfruttato», e mi ha fatto riflettere e capire che veramente lo sono. Ma siccome nella vita tutti dobbiamo essere sfruttati, mi domando se non sarà meglio essere sfruttato da un qualche Vasques, commerciante di stoffe, che dalla vanità, dalla gloria, dal risentimento, dall’invidia o dall’impossibile. C’è chi è sfruttato dallo stesso Dio, e sono i profeti e i santi nella vacuità del mondo. E rientro, come gli altri al loro focolare domestico, nella casa altrui, all’ufficio ampio, di Rua dos Douradores. Mi accomodo alla mia scrivania come ad un baluardo contro la vita. Provo tenerezza, tenerezza fino alle lacrime, per i miei libri di altri nei quali registro le scritture della contabilità, per il vecchio calamaio in mio uso, per le spalle curve di Sergio, che compila bolle d’accompagnamento poco più in là di me. Ho amore per tutto questo, forse perché non ho più niente da amare – o forse, anche, perché niente vale l’amore di un’anima e, se dobbiamo darlo per sentimento, tanto vale darlo alla piccola forma del mio calamaio come alla grande indifferenza delle stelle…”

5 thoughts on “CONTABILITA’

  1. Adoro Pessoa, credo di avertelo già detto forse e questo brano che hai scelto è come un fuoco da cui si sprigionano mille e mille scintille: i pensieri e le considerazioni che si potrebbero fare. Ci sta tutto, o meglio ci siamo dentro tutti noi, con i nostri sogni rimasti tali, con la nostra stanchezza ed insoddisfazione, con il nostro desiderio di essere altro e di appartenere ad un altrove che solo noi conosciamo. Ed anche con il nostro poco coraggio.
    Ci sono le schegge impazzite, certo, diversi dal ritratto che Pessoa fa di sè e della moltitudine. Li ammiro, ma provo una dolce comprensione e tenerezza per la moltitudine.
    Ciao Piero, grazie per questo regalo.

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  2. Condivido tutto, mia cara Patrizia.
    Pessoa è anche per me uno dei poeti più grandi di sempre.
    La sua molteplice espressione della personalità, sono state contate 127 differenti forme eteronime assunte dal poeta per scrivere le sue opere, è qualcosa di sublime, anche se rasenta, e forse oltrepassa, la soglia della follia.
    Ma, si sa, genio e sregolatezza… non si dice così?

    Questo pezzo, che ho ricopiato, unione di due diversi frammenti, è qualcosa di meravigliosamente autobiografico. Nel senso che anche io sono un quasi contabile, anche io scorro spesso file di numeri, perdo lo sguardo sui colleghi che però hanno stanze quasi sempre indipendenti, ma passano e ripassano più e più volte dinanzi ai miei occhi persi in qualche considerazione che, Pessoa mi autorizza, mi portano lontano, sempre più lontano, dove resta impigliata qualche fantasia cosmica universale, e le piccolezze infinitesime della nostra piatta quotidianità si mischia con qualche eterno respiro dell’infinito…
    Anche a te capiterà certo, amica mia, perchè quel modo di essere autobiografico di Pessoa non può fermarsi alla forma dei dettagli del contabile Soares, no. Nella molteplice espressione delle vite di un poeta il contabile potrà bene inverarsi, almeno per un pò, in una dolce maestra che osserva spersa gli occhi di mille bambini, putti e pargoletti, annunciatori di un olimpo etereo e leggero dove il bello, il bene, il vero giocano con la vita e con i sogni…
    No?

    Un bacio,
    Piero

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    • Mi capita, mi capita, più spesso di quanto credi.
      Raramente con i bambini se non quando mi trovo mio malgrado, ad inquadrarli in quelle attività che non approvo ma che devo far fare.
      Sempre, durante le interminabili riunioni quasi sempre inutili, o quando mi ritrovo a dover scrivere relazioni o resoconti o programmazioniche nessuno leggerà usando lo”scolastichese”. Non hai idea di come io allora, mi senta proprio come Pessoa…
      Ciao e buon Ferragosto

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