REQUIEM

È un peccato, un vero peccato.
Ma com’è successo?

Oh, guardi, signore, è stata una cosa veramente improvvisa.

Si, inaspettata, non me lo dica.
Ma, mi dica, lei, che vedo così disperato e con salate lacrime agli occhi, mi dica, allora, come è successo?

Ma come, davvero, lei, signore, non sa cosa è successo?

No.
Io dico sempre la verità. Si potrebbe dire anche, e qualcuno lo dice, che io sono la verità fatta persona.
Ieri l’ho lasciato, questo povero diavolo, verso il tramonto.
Se ne tornava allegro come al solito nella sua vecchia spelonca.
Si, non proprio una casa, un palazzo, lui, lo conoscevo bene davvero, non amava il lusso, l’ostentazione, le pacchiane appariscenti lussuose dimore di certi signori che vivono in mezzo a voialtri.
Abitava in uno spertugio, un’apertura della terra, diciamo così.
Con molta modestia viveva discosto, in un sotterraneo, pieno di calore e compagnie infinite.
Aveva una gran fantasia, questo è vero, ma non la gettava mai in faccia ai mille creduloni curiosi.
Era una bestia, è vero, coi suoi pensieri grevi ed i suoi scellerati patti di sangue.
Ma era sempre corretto.
Quanto prometteva egli dava.
Non rubava mai niente a nessuno.
E non voleva, per sè, nulla che fosse prezioso per gli altri.
Niente ori, gioielli, inutili sfarzi.
Quelli, semmai, era lui a regalarli.

Oh, vedo, signore, che lo conoscevate bene, bene davvero.
Gli era tanto affezionato anche lei?
Gli voleva tanto bene davvero?

Io ero un poco suo padre.
Lo amavo, certo, come ogni padre ama le sue stesse creature.
Anche se, come tutti i figli di maggiore talento, anche lui, una volta, s’era ribellato al mio volere.

Si?
Tutti i giovani sono degli ingrati, almeno una volta, nella vita.
Vogliono sentirsi liberi, no?
E allora, quando arriva il momento, quando sentono che è maturato il tempo, per loro, possono arrivare ad uccidere, addirittura!
Almeno, nel loro cuore.
Ma è solo un momento.
Poi… volano liberi, come rondini in cielo, spensierati ed allegri.
Ed il suo?

Il mio?
Il mio aveva tradito.
Aveva tramato.
Armata la sua marmaglia di fratelli codardi.

Vigliacco!
Contro suo padre!
Non l’avrei pianto così, oggi, se l’avessi saputo.
Certo non l’avrei fatto un angelo, certo.
Ma addirittura tradire, mettere i contro il padre i fratelli!

Non lo faccia cattivo così.
Voleva spiccare il volo, ecco.
Certo, aveva ordito il suo piano, spinto i fratelli a voltarmi le spalle, partire, andare…
Ma io, che conoscevo a fondo il suo animo, so che non era il male a spingerlo contro di me.
Io stesso, diciamo pure così, avevo nascosto nel suo animo l’orgoglio.
Io stesso avevo piantato nel suo cuore una matta voglia di andarsene libero per il mondo.
Come una rigogliosa erba del campo, quel seme aveva dato germoglio.
E lui, povero diavolo, aveva deciso di andarsene.
Voleva scoprire il creato infinito, goderne le gioie, nutrirsi avidamente dei frutti più voluttuosi e saporiti.

E lei mi dice così solo perchè ora lo vede riverso a terra con la faccia nel suo stesso sangue impastato di polvere.
Io lo piango perchè a me aveva promesso la vita!
Ma non una vita qualunque.
La vita vera, quella dei miei desideri!
Povero piccolo diavolo.
Un traditore!
Ecco a chi mi ero affidato!

Non dica queste cose.
Non oggi, non ora almeno, la prego.
Lei neanche mi conosce, non sa nemmeno chi sono.
Mi vede vecchio, distratto, sorpreso.
Ma non sa chi sono davvero.

No.
Mi scusi.
Mi scusi davvero.
Mi racconti, mi racconti, la prego.

Io lo avevo messo al mondo per questo.
Era per questo che, in fondo, avrei voluto da lui.
Una volta…
Una volta siamo saliti su un monte.
Era ancora un giovane angelo.
Avevamo davanti il più bell’universo che fosse mai stato immaginato.
Avevamo negli occhi, nel cuore, tutto il tempo per leggerlo, riga per riga, quel libro di sapienza e bellezza infinita, per imparare a conoscerlo a memoria, parola per parola.
Il cielo, sopra di noi, brillava di stelle, ancora senza un nome, incastonate nella volta buia come scintillanti diamanti di luce.
Davanti a noi, una valle senza fine, vasta, sconfinata, coperta di distese di verde ed azzurro.
Dovevamo ancora decidere cosa farne, di tutta quella bellezza.
La vita non era ancora stata creata.

Non riesco a capirla, signore.
Forse l’età, o il dolore, le stanno giocando uno scherzo crudele.

No.
Eravamo soli, a quel tempo.
Io e lui.
Su questo pianeta ancora non era apparsa la luce.
Era tutto confuso in un mondo di caos.
Il logos era muto, attonito, colmo di muta meraviglia.
Le cose non avevano ancora avuto il battesimo magico del nome e il pensiero aleggiava confuso nell’etere informe.
Soltanto noi due, là, sulla cime del monte.

Ma quando era questo tempo, signore?
Lei parla senza ragione.

No.
Io so quello che dico.
La mia bocca dice soltanto la verità.
La verità nasce dal cuore.

Io non posso capirla.
Lei vaneggia.

Io sapevo.

Cosa sapeva?

Lui soltanto aveva lo spirito per spingersi avanti.
Un passo sempre più oltre.
Per prendersi quello che io gli avevo, un giorno, indicato, dalla cima del monte più alto:
“Guarda, ammira.
Vedi quanto è bello il mondo che è stato creato.
Esso è stato creato soltanto per pochi.
Per quelli che hanno coraggio.
Per coloro che sapranno conoscerlo.
E solo chi lo avrà voluto conoscere potrà, poi, dopo, riconoscerlo ancora.
Per impadronirsene e distruggerlo.
Oppure per farne un dono prezioso, un puro atto d’amore.
Ma gli altri, gli altri no.
Saranno ciechi, ciechi negli occhi e nel cuore.
E quindi non sapranno conoscere, non vorranno vedere.
Terranno gli occhi stretti dalla vile paura”.

Sono stupefatto, signore.
Non so se lei sia pazzo, o preda di un senile delirio.
O forse è il dolore.
Io vedo questo povero diavolo riverso qui in terra e sento lei che pronuncia odiose bestemmie.

No, no!
Non mi offenda, non ne ha nessuna ragione.
Lei non conosce la storia.
Non può sapere, lei è uno dei ciechi.

No, la prego, signore, non sia lei ad offendere, ora.
Io per decenza l’ho chiamata pazzo, per non offendere un povero vecchio che bestemmia.
Forse ha solo perso il senno a causa del dolore improvviso, mi sono detto.
Ma la sua storia non ha senso, offende il nome di Dio.

È che non sa, invece.
È lei a non sapere, cieco negli occhi e nel cuore.
La conoscenza.
La conoscenza, ecco il vero dono che avevo riservato a quel povero diavolo che pra è steso aui davanti ai miei piedi.
La mia creatura.
Avevo messo il mondo intero ai suoi piedi, l’intero universo, tutto il creato, tutto!
Affinchè non ne avesse paura.
Come lei.
Come i tanti, i ciechi, gli ignoranti.
Voi, invece, tutti, siete soltanto spaventati, impauriti, terrorizzati dinanzi all’immensa vastità del sapere.
Vi sentite sopraffatti dall’infinita montagna della conoscenza che vi sovrasta.
Vi siete fatti obbedienti.
Obbedienti, si.
Remissivi, acquiescenti.
Come le vili creature, i vigliacchi.
E non avete mai avuto il coraggio di osare…

Signore, lei mi incute timore.
Si, è vero, timore.
Mette paura la sua follia dolorosa di povero vecchio.
Metterebbe pietà se non fosse intrisa di volgare menzogna e furore contro la parola di Dio.

Taccia.
Taccia!
Lei parla senza sapere!
Tremeranno, i vili, di paura, e si inginocchieranno dinanzi ad idoli vuoti, a feticci, magie, vuote formule a cui sarà il nome di verità.
Ma essi, vigliacchi, terranno gli occhi serrati, non oseranno mai guardare.
Ciechi.
Ma spalancherete le bocche per dar voce all’orrore del vuoto che avete nel cuore.
Terrete chiusi i vostri occhi, per sempre, e urlerete, urlerete nel vuoto, come cani nel buio.
Per un’eternità che non avrà mai fine, per voi.

Noi sappiamo leggere, signore, anche se, forse, glielo concedo, teniamo i nostri cuori come occhi serrati.

“Questa è la strada, figlio mio.
Guarda.
Guarda bene, ed ammira questa grandezza…
Quando la luce illuminerà gli abissi di tenebra, deciderai di andartene.
Mi tradirai, quel giorno.
Inviterai a tradirmi anche i fratelli che avrai, giorno dopo giorno, cercato di portare dalla tua parte.
Ma loro non ti potranno capire.
E denunceranno il tuo gesto.
Trameranno contro di te, perchè avranno una cieca paura.
E, alle tue spalle, ti colpiranno.
E ti troverai riverso ai mei piedi, Lucifero”.
Questo gli dissi, all’inizio dei tempi.

Vedo, signore, che deve averlo amato davvero, questo povero diavolo che ora giace qui, morto, dinanzi ai nostri piedi stanchi e pieni di polvere.
Vedo lacrime sgorgare dai suoi occhi, copiose, salate.
Lei piange, signore…

3 thoughts on “REQUIEM

  1. Sì, era lui, il più bello, un prodigio di scienza e intelligenza…. la sua luce doveva illuminare gli occhi dei ciechi perché si aprissero alla bellezza e alla sapienza..
    Così bello, così grande da aver creduto di poter essere il Tutto, di poter fare a meno di chi gli aveva dato la vita e tutti i doni!
    Ma non è poi questa la continua tentazione dell’uomo?

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  2. Chi può dirlo? volerlo sapere mi sembrerebbe parte della solita tentazione (e come ci si casca facilmente!!!)
    Però, per come lo “sento” io presente nella vita e nella storia direi di no, al di là di quello che sembra: l’amore non si guarda addosso, non cerca la propria soddisfazione, non la impone agli altri…
    Utopista? forse ma serena nonostante tutto

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