INCUBI REALI

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Salire gli ultimi scalini della scala nella metro è lo sforzo per entrare nel mondo.
Ogni mattina, questo sforzo.
Lo stesso sforzo per quegli ultimi tre o quattro gradini che portano nella bocca della realtà.
Tutto ciò che vi è dietro è ancora sogno, intorpidimento, tepore, calore protettivo, tana, ventre, utero materno, amore… tutto ciò che la vita è dal lato individuale, privato, riservato, nascosto…
Può anche essere inquietante, questo mondo esclusivo, inaccessibile, segreto, ma resta reale quanto basta per essere il rifugio da cui si parte ed in cui ci si addormenta ogni volta.
Ma…
Salite quegli ultimi gradini, gli ultimi tre o quattro, gli ultimi due, l’ultimo…
Salite sulla piattaforma, sul binario.
Salite!
Mischiatevi con gli altri, con gli sconosciuti, con la massa, la folla, la gente, la calca, la confusione.
E’ come se vi rubassero il portafogli: cosa che, peraltro, spesso capita, nella ressa.
Ma insieme al portafogli, ed ai soldi, e agli appunti, utili o inutili, vi rubano anche qualcos’altro.
L’identità.
Il nome.
L’esistenza.
Nel numero indistinto degli sconosciuti si diventa sconosciuti a nostra volta.
Sconosciuti gli uni agli altri.
E anche a noi stessi, in fin dei conti.

Varcare la soglia del vagone, alle volte, spesse volte, vuol dire contraddire alle leggi della fisica, vincere l’incompenetrabilità dei corpi, dimostrare che la materia e l’antimateria possono entrare in contatto e litigare senza però annichilirsi reciprocamente.
Uno, tutti, sopravvivono.
Ogni mattina.
Inesorabilmente.
Domattina ritroverai sul binario la stessa massa informe, accalorata, rumorosa anche se sta in mortuario sonnolento silenzio….
E soprattutto ingombrante!
Varcare la soglia del vagone è come entrare in un tempio del demonio.
Non so se ci avete mai pensato.
Un vagone della metro viaggia nelle viscere della terra.
Sospinto da un’energia invisibile.
Riscaldato da un calore mefitico.
Tenuto in vita da fili e cavi artificiali.
E si sprofonda tra i vorticanti tentacoli di demoni dalle mille braccia.
Si annega in un vortice che stritola, spezza, spazza, strangola, strazia…
Inghiotte…
Ma poi sputa.
Ad ogni fermata.

E dai finestrini è possibile, quando ci si ferma in ogni stazione, vedere ancora, a tratti, i mille volti che l’inferno, là fuori, può assumere sulle banchine.
Forme demoniache o bestiali.
E stamattina m’è toccata una scena bestiale!
Una ragazza che raccoglieva l’immondizia.
Uscita da un incubo impensabile.
Una storia dell’orrido.
Una scena vera, reale, certa, effettiva, concreta… eppure terribile e tremenda.
La dignità mortificata.
La donna fatta schiava.
Chino a raccogliere gli escrementi del consumo.
Bottigliette di plastica vuote.
Brick di succo all’albicocca.
Carte di giornali.
Mozziconi.
Cellophane degli incartamenti.
Fazzoletti.
Si direbbe un bel modo di fare pulizia.
Si.
Certo.
Immondizia raccolta a mano.
Infilandosi sotto ai sedili.
Strisciando come una scimmia.
Solo, un paio di guanti di plastica gialla.

Il treno poi riparte.
Inesorabile.
Batte irregolare il tempo del macchinista.
Ritmato dai segnali rossi e verdi dei semafori in testa la treno.
Silenzioso, sbuffante, dopo il sibilo delle porte che si richiudono tagliando in due i ritardatari che si infilano di soppiatto fra le porte che si serrano come lame.
Il treno elettrico riparte, ansimante, traballante, scossone dopo scossone, ma veloce, elettrico, pulsante.
Negli occhi resta ancora la scimmia accoccolata sul marciapiede.
Scimmia umana.
E dieci o venti metro più in là, i suoi compagni.
Altri due babbuini col catarifrangente bianco e giallo.
Luccicante.
Brillante.
Stravaccati a terra.
Il fumo nelle mani.
Il vuoto nella testa.
La folla è un animale cieco.
Gli occhi del vagone presto restano ciechi, nelle viscere della città che inghiottono il treno.
Tutta la folla viene ingozzata dal tunnel che porta nel ventre della terra.
Tutti veniamo sballottati dal ruminare della metro, che digerisce e vomita, e poi mastica e inghiotte e rivomita sul prossimo binario, alla prossima stazione.
Il giorno comincia così, oggi.
Con questi incubi reali che restano attaccati al fondo degli occhi più profondo.
E non riesco a cancellarli.
Restano attaccati, come i passeggeri alle traverse del vagone.
Non vogliono scendere neppure al capolinea.
Neppure adesso che ormai s’è fatta sera.

8 pensieri riguardo “INCUBI REALI

  1. Mi hai fatto rivivere delle sensazioni provate per anni e che avevo rimosso visto che da 7 anni non godo più del servizio pubblico lavorando fuori città. Sai che facevo quando arrivavo alla stazione di Milano Lambrate (una delle più afffollate)? Prendevo il treno nella direzione opposta a quello della massa umana, mi allontanavo dalla mia direzione di due fermate e poi risalivo sul treno diretto verso il Centro e tutto per non spingere ed essere spinto e potermi sedere a leggere il giornale😉

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    1. Si, ogni tattica è possibile e buona.
      In genere la fermata vicino casa mia non è troppo affollata e se non accadono cose strane tutto fila liscio.
      Ma… ogni tanto accadono, invece, le cose strane, anzi le cose terribili!
      Un abbraccio,
      Piero

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  2. Leggere quello che hai scritto – che è la tessa cosa che mi raccontano parenti e amici romani – mi fa sentire una privilegiata a vivere a Firenze con i suoi autobus quasi mai pienissimi e mai nei miei orari….

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    1. Sei abbastanza fortunata, Fausta, si.
      Le metropoli hanno anche questi aspetti terribili.
      Ma per quanto siano negativi questi aspetti, Roma resta sempre incantevole (ma non nella metro, almeno, lì, solo molto sporadicamente…)
      Baci,
      Piero

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  3. Caro Piero, a me fa paura vivere così, tra una Folla Umanità
    Sono fortunata a vivere in un piccolo centro e, quando, per forza di cose mi trovo in città come Roma, Milano o altra, preferirei avere le ali.
    Un abbraccio di buona domenica
    Mistral

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    1. mi, piace, farfallina, la tua immagine di angelo con le ali.
      Purtroppo, alcune volte, qui, le ali le hanno anche i demoni, oppure si vedono babbuini striscianti o viscidi serpenti…
      Un abbraccio,
      Piero

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  4. Ho preso la metro solo una volta, quando sono stata a Roma, appunto. Ma non era così tremenda anche perchè, probabilmente, non erano orari di punta.
    Quello che più mi colpisce in questo tuo racconto è il “non essere”, il diventare dei volti visti ma non guardati. E che caso strano…ho buttato giù anch’io qualcosa su questo tema proprio l’altro giorno. Ma non sono ancora convinta, c’è qualcosa che mi sfugge, so cos’è ma non riesco ad esprimerlo come vorrei. Ci sto lavorando…
    Tornando al tuo racconto, l’immagine più forte è sicuramente quella della ragazza. Una persona che fa un lavoro umile, probabilmente sfruttata e sottopagata. Quanti/e come lei? Li vediamo e non li guardiamo. La fretta del quotidiano che toglie spesso la capacità di soffermarsi, di provare sentimenti almeno di empatia, di provare almeno un moto di rabbia. Che lascia il tempo che trova, certo, ma che ci fa sentire che ancora non siamo davvero morti dentro.
    Non t’invidio Amico mio, Io la strada per il lavoro la faccio a piedi (da due anni soltanto) ma quando lavoravo lontano, dovevo andare per forza in macchina perchè i mezzi pubblici non coincidevano con i miei orari. Ricordo però gli autobus di quando andavo a scuola: più o meno era una sofferenza: pieni zeppi, sempre… Io già allora non sopportavo la ressa e tante volte scendevo prima e me la facevo a piedi. Ma questo non c’entra nulla, scusami…
    Un abbraccio

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    1. Scusarti, e di che, amica mia?

      Questo racconto è… impressionista, diciamo così.
      Ripreso dal vero, anche se riportato più tardi.
      Lo shock è stato proprio la ragazza, con i suoi due colleghi, giovani, probabilmente sottopagati.
      Ma la scena vergognosa era il modo… animalesco di raccogliere le immondizie.
      Davvero una scena bestiale.
      E dov’era qualsiasi formazione professionale, qualsiasi attrezzatura di lavoro, qualsiasi controllo, qualsiasi supervisione…
      No, neanche le bestie possono essere impiegate a lavorare così.
      Mi sono vergognato davvero!
      E non sapevo neanche che fare, in quella calca.
      Io andavo nella direzione opposta, verso il centro, il lavoro, la bellezza ingannevole dei monumenti, della storia, dell’arte…
      Ma lì erano fermi al tempo degli schiavi.
      Come in una scena fuori dal tempo…
      Hai visto?
      Tu hai colto bene proprio il centro della scena.
      Ed io dovrei scusarti?
      Facciamo così.
      Ho voglia di leggere il tuo scritto; sai che mi fa piacere.
      Mettilo a posto e pubblicalo.
      Oppure, se vuoi, giramelo sulla mail:
      pierperrone@gmail.com

      Un abbraccio,
      Piero

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