ERA IL 1976

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Accadde trentanove anni fa.
Trentanove anni fa, era nel 1976, io avevo 17 anni.
Sergio ne aveva 25; ma non ha mai compiuto i 26.
Patrizia, invece, nel 1976 aveva appena 18 anni.
Anche lei, ha finito presto il suo viaggio, non è arrivata a 19 anni.
Lorenzo, invece, il figlio involontario di Sergio, nel 1976 aveva 4 anni.
E Lorenza, la madre di Patrizia, ne aveva compiuti 43, la stessa età che compie Lorenzo quest’anno.
Lei, Lorenza aveva 25 anni quando restò incinta, mentre Ludovico, il padre di Patrizia, ne aveva 26, quando conobbe, come in un cantico della Bibbia, la giovane Lorenza.
Non si erano sposati, convivevano, e sarebbe durato poco, ancora, anche dopo la tragedia che li colpì.
E li divise.
Per sempre, purtroppo.
Ma questo l’ho capito dopo.
Io, per quanto mi riguarda, nel 1976 ne avevo 17, di anni, e già cercavo di capire il mondo.
O almeno ci provavo.
Ci credevo.
Volevo capirlo, quel mondo che mi sfuggiva eppure mi pareva marcio.
E cambiarlo.
Ed avevo ragione.
Ma anche questo l’ho capito davvero soltanto in parte, dopo, crescendo.
Allora, in quei giorni, nel 1976, a 17 anni, credevo di poter assediare il mondo e di riuscire, un giorno, ad espugnarlo, farlo mio, conquistarlo.
E invece era lui che, giorno dopo giorno, accerchiava me e si prendeva la mia vita circondandomi da tutte le parti.
Anche per Sergio e Patrizia era stato lo stesso.
Volevano conquistare il mondo.
Ma non per farsene una collana.
Volevano renderlo più giusto, più dritto, più bello.
Ma lui, il mondo, invece, non si è fatto prendere da loro.
Anzi, è lui che ha preso loro.
Quando si macchiarono del sangue d’un uomo, il mondo, infuriato, spalancò le sue fauci voraci.
Con gli artigli affilati ed i denti acuminati, affamato, li sbranò.
E alla fine, non non ci furono prigionieri.

Io, tutto questo non l’ho capito a 17 anni, quando mi hanno raccontato la storia di Sergio e Patrizia.
Ma l’ho capito dopo, poco a poco.
Ero uno studente.
Liceale.
Una classe indietro a quella di Patrizia.
Crescevo.
Come loro.
Studente.
Studenti, Sergio e Patrizia.
Le lezioni, la storia, la filosofia.
Le stesse lezioni, la stessa storia, la stessa filosofia.
E la politica, che conquistava le strade e alzava barricate.
Urlava i suoi slogan a squarciagola.
Nei nostri cuori, il sangue si faceva caldo.
Nel mondo che ci accerchiava, invece, si faceva ribollente.
Nei nostri cuori regnava il sentimento della giustizia.
Nel mondo che ci assediava non c’era posto per la giustizia.
Io pensavo fosse facile farsi capire dal mondo, ma invece il mondo era sordo.
Pensavo di capire il mondo e di farmi capire da lui.
Ma forse non c’era niente da capire, come diceva una canzone di quegli anni.
C’erano le assemblee, i collettivi, le cellule, i partiti.
I discorsi, gli argomenti, le piattaforme da votare.
Costruivamo una Babele di parole e qualcuno ci metteva pure la sua rabbia.
Le parole, si sa, sono pesanti come pietre.
Ma per Sergio e Patrizia avevano la forza della polvere da sparo.
Gli argomenti erano affilati come lame.
I progetti, vaghi come sogni.
La rivoluzione, un gioco da bambini.
Questo, eravamo in quella scuola.
Liceali con il libretto rosso nelle tasche.
O nero, poi, il libro ed il moschetto.
Tanto, oggi, che differenza fa?
Attorno a noi, il mondo non stava fermo a veder passare i nostri giorni.
Progettava per noi il domani, il futuro, il destino per ognuno.
A me toccò di esser nato un anno troppo tardi.
Non seguìi Patrizia e Sergio nel tragico gioco della morte.
Rimasi a maturare un anno ancora.
Per loro non ci furono neanche ancora i giorni.

Di quei giorni conservo una fotografia sfuocata.
La conservo tra le vecchie pagine d’un diario di quell’anno.
Lo tengo chiuso in un cassetto buio.
Ormai ha trentanove anni anche lui.
Eravamo in tanti, quel giorno, l’intera scolaresca, appresso a uno striscione, sotto una bandiera.
Eravamo bellissimi, con i lunghi capelli folti.
Eravamo eroi greci, con il vento sulle ali.
Eravamo tutti liberi, per volare.
Ma, come Icaro avevamo solo cera nelle ali.
Il futuro, chiedevamo a voce alta.
E quello, per noi, si preparava.
Uno di noi, neanche mi ricordo più chi era, portava una vecchia Polaroid.
Uno scatto secco.
Un colpo solo.
Come quello che ha preso in fronte Patrizia che guardava il cielo fuori alla finestra.
Ed ecco qua il primo piano.
Tre ragazzi belli come il sole.
Poi, più dietro, mille altri, come il fiume in piena della vita.
Sorridevamo, mentre urlavamo per le strade i nostri canti.
Io l’ho conservata per dispetto.
Quella foto, adesso, s’è fatta scura, s’è messa a lutto.
Due di noi son fuggiti via da quel teatro in movimento.
Son restate, al posto loro, due vuote nere sagome d’invisibili fantasmi.
Ma, ne sono certo, domani, quando verranno, Lorenzo e Lorenza, sapranno riconoscere il sorriso che stan cercando.

4 pensieri riguardo “ERA IL 1976

  1. storie che hanno una vita che sta accanto a noi, ci segue, ci accompagna e a volte ritorna come un fiume, e travolge la nostra quotidianità. Ormai sono ricordi, ma quanta sofferenza misurare il tempo e quel vuoto che ha ingoiato gli ideali.
    Una piacevolissima lettura.
    Cari saluti Piero.
    Francesco

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    1. Caro Francesco, ciao, scusa il ritardo nel rispondere al commento.
      Si, è passato tanto tempo, ma a me resta l’impressione che non ci sia stata una vera giustizia per quegli anni bui.
      In questo racconto a pezzettoni non voglio fare una cronaca dei fatti, ma solo raccontare uno stato d’animo molto personale riferito a quel periodo.
      Non mi interessano, qui, i fatti, ma i contorni, le sensazioni, i punti di vista personali.
      E anche se ormai sembrano passati secoli da quegli anni e la memoria è stata rimossa (ipocritamente, dico io), volevo … rievocare un pò di quelle fiamme.
      Un abbraccio e grazie, come sempre,
      Piero

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  2. Era il 1976 e le mie figlie erano ancora abbastanza piccole per capire tutti gli avvenimenti ma ne parlavo con loro in modo semplice cercando di aiutarle a trovare pensieri di pace con cui crescere…. speravo che per loro non ci sarebbe stato bisogno di lotte, morti e sangue per vivere in un mondo più giusto…..
    Speravo…
    Ora lo spero per i nipoti….

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  3. Cara Fausta,
    anche se abbiamo qualche anno di differenza, abbiamo vissuto molte esperienze in comune.
    Io ero studente, nel 1976, ero… la voce narrante di questo racconto.
    Anche se i fatti che ho vissuto io personalmente non sono quelli qui descritti – io fortunatamente stavo in una città piccola e pacifica e di fuoco e morte non ne ho vissuti – il clima, il sapore amaro, l’odore acre, quelli in bocca me li sento ancora.
    Si sperava in un futuro migliore: tu seminavi nella coscienza delle tue figlie piccole; io ero un terreno che veniva seminato in una scuola che faceva crescere le coscienze, anche se avevo un padre carabiniere che mi metteva di fronte alle prime contraddizioni della vita… volevo un mondo migliore per tutti, non potevo che volerlo anche per quelli come mio padre, che mi insegnava la giustizia e la legge e che, anche se lì, a Benevento, non rischiava la vita, pagava il prezzo che ogni divisa comporta per un uomo in termini di minori libertà e maggiori vincoli.
    Questo non c’è nel racconto, non poteva esserci.
    Ci vorrebbe un romanzo, ma io non ne ho le energie, anche se mi piacerebbe.
    Gli ingredienti ce li abbiamo tutti, per raccontare una storia complessa, bella, dura, profonda…
    Ma ci vuole una continuità che non posseggo, tempo che non ho, forze che mi mancano, e poi tutto il resto che fa parte di un romanzo…
    Ma almeno un assaggio…
    Un caro abbraccio,
    Piero

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