PERCHE’ ?

Photo by Pierperrone

Photo by Pierperrone

Faccio spesso questo sogno.
Di notte sono indifesa, e non posso difendermi.
Sono sola, nuda nel buio, senza l’anima a coprire, pudìca, il mio dolore.
Nel buio, sono i fantasmi, gli incubi, sono lì, in agguato.
E mi piombano addosso, mi entrano nel sonno, mi imprigionano e mi torturano.
Come avvoltoi beccano le mie ferite che non sanno rimarginarsi.
In questo sogno ricorrente ed impietoso, rivedo ossessivamente quella scena, sempre la stessa, ogni volta uguale.
Immobile, resto, mi si spezza ogni volta il respiro, e gelo.
Son morta, anche se sono ancora viva.
E allora rivedo la stessa casa, la stesa finestra, sempre la stessa scena.
Non ci sono mai voluta entrare, là dentro, quando mi hanno chiesto di andare.
Ma la riconosco lo stesso, la sento, come una sensitiva, percepisco la perversa telepatia mi conduce là, dove il mio cuore ha vietato al mio corpo di entrare.
E rivedo, quella cucina, trasformata in obitorio.
Io non l’ho mai vista, prima, ma la vedo come fossi stata lì da sempre.
E il tavolo, quel tavolo spoglio, diventato un mattatoio, un tavolo mortuario.
La finestra, aperta, il cielo rosso che sanguinava.
E sento il passo leggero della morte, felpato, addestrato a cogliere le prede di sorpresa con la mira precisa di un cecchino delle forze speciali.
Rivedo mille volte, ogni notte, i due corpi, innocenti, ora che sono morti, uccisi senza potersi difendere, i corpi di due giovani in fiore, fiori recisi troppo presto, sempre troppo presto viene tolto il fiore dalle mani di sua madre.

Un maresciallo mi chiamò.
Era di sera.
Ricordo tutti i dettagli, non si consumano mai, a toccarli con la memoria.
Qualcosa li rende indistruttibili, fissi, eterni.
Ricordo dov’ero, cosa stavo facendo, come ero vestita.
Ricordo anche il profumo che c’era nell’aria, e il fiato che mi mancò, e come mi mancò, e come spalancai la bocca per cercare un fiotto d’aria, che invece s’era dissipata, eclissata chissà dove, forse era fuggita, impaurita, spaventata, vergognosa, presaga della tragedia che mi rincorreva sul filo.
E il cuore, sentìi, e, ricordo, il cuore che si aprì, e sanguinò, si svuotò fino all’ultima goccia, e restò freddo, gelato, morto.
Rivedo, nel mio sogno, il maresciallo, nel suo ufficio pieno di fumo, nella sera che calava.
Mi pensò, raccolse le parole che potevano fare più male, e cercò il numero di telefono.
E quel maledetto elenco telefonico, alto come un mattone, che non si disfece, bastardo spione, e mi vendette al maresciallo, non si nascose, invece di confessare a quello sbirro il nascondiglio del mio cuore nudo di madre.
Con poche parole scelte con cura, il tutore dell’ordine, il killer di Stato, mi ammazzò, senza avermi neppure mai guardata negli occhi.
Squillò il telefono per dirmi che potevo morire, ero in ritardo, ormai mia figlia era stata ammazzata.
Mi chiamò dalla caserma delle forze dell’ordine.
Il maresciallo.
Accadde mille anni fa.
Per dirmi, con quelle poche scarne parole, che mia figlia ormai non era più una terrorista.
E che io avevo fallito il mio compito di madre.
Poi, evidentemente soddisfatto d’aver svolto con esattezza precisa il suo compito assassino, riattaccò.
Senza neanche aspettare un mio cenno di risposta.
Che non sarebbe venuto, questo lui doveva saperlo: una morta non parla, neanche se resta attaccata all’altro capo del filo.
Neanche dieci minuti, dieci disperati e lunghi minuti, infiniti com’è il tempo che l’angoscia accresce all’infinito, e sentìi di lontano un pianto disperato.
Non era il mio pianto di donna, non più madre visto che, come più tardi purtroppo ho capito, mi avevano strappato la figlia.
Ma una lancinante sirena.
E gomme, pneumatici irosi che stridevano, mordendo l’asfalto coi freni.
Portiere sbattute come la mia anima presa a calci.
Accenti meridionali, e scarponi per le scale, e passi pesanti che si bloccarono davanti alla porta.
“Drrriiiinnnn”.
Raggelai.
Restai in silenzio.
Paralizzata.
Impazzivo e il mondo impazziva con me.
“Drrriiiinnnn.
Drrriiiinnnn”.
Il campanello era il demonio in persona.
Mi trapanava le orecchie.
Ma non riuscìi a muovermi.
A calci sfondarono anche la porta.
E poi, urli, ordini scomposti, maledizioni e mille male parole.

Trentanove anni fa.
Accadde tutto trentanove anni fa.
Io oggi ne ho ottantadue, di anni.
E allora, trentanove anni fa, ne avevo quarantatrè.
E a quell’età, io sono morta.
A quarantatrè anni, anche se ora ne ho ottantadue.
Accadde di sera.
Alle sette e trentacinque.
Mi ricordo.
Con precisione.
Avevo la sveglia sulla credenza.
La vedo, l’avevo proprio lì, davanti agli occhi, e guardai, guardai, guardai, fissandola muta.
Ma non abbi la forza di chiuderli, quegli occhi maledetti.
Disobbedienti, fissavano il tempo.
E si fermò, il mio cuore, si fermò proprio in quell’attimo.
Quando misi a fuoco che avevo perduto mia figlia per sempre.
Era finito il mio tempo di madre.
E non ha mai più ripreso a battere quel tempo, il mio povero cuore schiantato.
Il mio tempo di madre finì alle sette e trentacinque di una sera d’estate.
Da allora sono rimasta vedova, vedova come può restare vedova, a lutto, una madre che ha perso la sua unica figlia.
Aveva da poco passato i diciott’anni.
Era andata votare per la prima volta, proprio quella mattina.
Mio marito se ne andò subito dopo.
E’ fuggito.
Ha trovato riparo fra le braccia della morte.
Neanche un saluto.
Un telegramma.
Non una morte improvvisa, ma certamente consolatoria.
Io non ricordo neppure i suoi occhi, di che colore s’erano fatti prima di lasciarmi per sempre da sola.
La viltà di quell’uomo non ammette perdono.
Lo maledico ancora oggi, mio marito, vigliacco, è scappato, m’ha lasciato da sola nella cella gelata della vita.
Mi hanno dato l’ergastolo, quella sera.
Un ergastolo di tipo speciale.
Il maresciallo me lo comunicò quando mi portarono in caserma.
Mi informò che, da qualche parte, un tribunale speciale, che io neanche conoscevo, un giudice, autorità che mai m’aveva mandato un avviso di comparizione, m’aveva inflitto la condanna e mi aveva letto la sentenza.
Poco importava che io non fossi stata lesta ad ascoltare (m’ero persa, al telefono, dopo l’annuncio improvviso che mi aveva strappato mia figlia).
Generosamente, il maresciallo mi disse, m’era stato concesso di scontare la mia condanna su questa terra.
La pena di morte.
La sto scontando giorno per giorno, da allora.
Ogni ora.
Ogni minuto che m’è concesso di vivere.
Ho passato questi anni a cercare i perchè.
Madre di una terrorista.
Perchè?
Madre di una ragazza ammazzata.
Perchè?
Uccisa.
Perchè?
Giustiziata da una giustizia che non conosce giustizia.
Perchè?
Dovevano giustiziare anche me.
Perchè non l’hanno fatto?
Ho cercato tutti gli amici di mia figlia.
Ed ho chiesto loro: “Perchè”?
Ho implorato la loro comprensione.
Perchè?
Ho mendicato pietà, attenzione per il mio cuore spezzato.
Perchè?
Perchè mia figlia s’era trasformata in una terrorista assassina?
Io conoscevo solo la sua anima di dolce bimba innocente.
E me la sono venuti a rubare così!
Perchè?
Quale verità può esserci nel mondo per un destino così?

Anche io ho cercato una verità, signora, strisciando, lungo questi trentanove anni dannati.
Io oggi ne compio quarantatrè.
Ero una creatura di quattro anni, quando rapirono mio padre e il sole sparì dalla mia vita.
Io non me li ricordo neppure, i bei lineamenti di quel sole che morì dietro un orizzonte rosso di sangue.
O forse dovrei dire… quasi.
Anch’io vedo i fantasmi, ma sono come allucinazioni.
I miei sogni, incubi, sono come visioni.
Avevo quattro anni quando la nonna, la madre di mio padre, venne, piangendo, a riempirmi di baci.
Signora, io sono il figlio del ragazzo caduto quella sera, ucciso insieme a sua figlia.
Quell’uomo, mio padre, mi torna difficile dirlo, io non l’ho conosciuto, quasi, se non per pochi giocosi momenti.
So che mi mise al mondo involontariamente, così, quasi per gioco.
Con una compagna di corso, così mi disse mia nonna una volta.
Poi lei se ne andò in cerca di qualcosa che non sono mai riuscito a capire.
E quell’uomo mi portò da sua madre.
Mia nonna, che mi fece da madre, e io fui, per mio padre, un fratellino più piccolo.
Ma a casa c’era poco.
E mia madre, scusi signora, mia nonna, era di poche parole.
Lavoro poco pagato, miseria, e la malattia.
In quella casa di paese regnava la miseria e, per un caso o per l’altro, io ci restai solo il tempo di essere messo in un istituto.
E lì sono cresciuto.
Chiedendomi, a mia volta perchè.
Perchè il mio destino era stato quello di esser solo e infelice?
Perchè non avevo un padre, come quelli di fuori, che si curava di me?
Perchè, ogni tanto, mia nonna, quando passava a trovarmi, mi accennava a storie di vita crudeli?
Perchè non mi diceva la verità?
Intanto io crescevo.
Il tempo passava, lento o veloce non saprei dirle, signora, io non conoscevo la verità.
Io la cercavo.
E questo mi metteva impazienza.
E, impazientemente, il tempo, a volte correva, a volte, si fermava di scatto e non voleva saperne di riprendere a correre.
Passavo le notti a guardare il cielo nero che s’allargava fuori dalla finestra.
E sognavo un mare infinito di navi volare lassù.
E un capitano, un eroe, un padre che mi chiamava…
Lorenzo!
Lorenzooo!!
Poi mi svegliavo, o mi addormentavo, non saprei dirle, davvero, signora.
Quando feci diciott’anni mi misero fuori.
Trentanove anni fa.
Quando lei, signora, aveva quarantatrè anni fa.
Gli stessi anni che ho io oggi, signora.
Allora, finiti gli obblighi di cura statali, avevo un mestiere, e molta impazienza di andare.
Cercai a casa di mia nonna.
Era morta senza farmi sapere.
Cercai in tutti i modi, non starò qui a raccontarle i dettagli, signora, ma forse lei può immaginare, credo di si.
Pezzo per pezzo, misi insieme i pezzi, faticosamente.
Alcune tessere del mio mosaico.
Molte me ne mancavano, all’inizio.
E le ho cercate.
Molte le ho trovate.
Qualche racconto, qualche parente.
Qualche parola.
Più che altro il bisogno che dentro di me si faceva sentire.
Poi, ebbi una vocazione, la chiamata, un mestiere antico, ancestrale.
Mi feci ladro.
Si, presi presto a rubare.
Allo spaccio, dopo, ci sono arrivato perchè avevo bisogno di soldi.
Anche la Madama, la conobbi presto.
E loro non hanno avuto segreti.
Così, da loro ho saputo.
Sono figlio d’un terrorista.
Me l’hanno detto a brutto muso, mentre mi mettevano i ferri.
I, non pensavo d’essere certo un brav’uomo.
Il mio codice d’onore è sempre stato in equilibrio sulla lama d’un coltello.
O meglio, sulla punta d’una pallottola di piombo.
Quando me l’hanno urlato sulla bocca, dentro di me s’è fatto il vuoto, come a lei, nonna.
Posso chiamarla, nonna, per favore, signora?
E da quel vuoto continua a colare sangue, piano.
Io non mi ricordo mio padre.
Me l’hanno mostrato in una foto, l’ultima, morto, una foto col buco in fronte.
Ben ripulito, sa lavorare il medico della scientifica.
Aveva le indagini di rito da compiere.
Poi mi hanno mostrato quella in cui stava riverso col capo sul tavolo.
Sembrava che dormisse.
Forse sognava.
Chissà, forse mi sta sognando ancora oggi.
Ed ho trovato altre foto.
Segnaletiche, per lo più.
Ed altre, senza valore.
Ma nessuna che mostrasse mio padre com’era davvero.
Io voglio sapere chi era mio padre quando era felice.
Signora, io sono venuto a chiederle una foto di lui.
Mi aiuta a cercarla?

Si, Lorenzo.
Puoi chiamarmi nonna.
Ma posso farti una domanda, Lorenzo?
Perchè?
Perchè, Lorenzo, sei venuto a cercarla da me?

6 thoughts on “PERCHE’ ?

  1. un bel racconto emozionante, una storia che si intreccia con altre storie e ci conduce nella vita di un uomo in cerca della sua identità.
    Una piacevolissima lettura
    Cari saluti
    Francesco

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  2. Storia triste, storie di vittime. La vita qui sembra un fiume in piena che trascina con sè, tutto ciò che incontra. Le vite passate e quelle future. Ma c’è una vena sotterranea di calore e di tenerezza che torna. Nell’incontro dei due superstiti che, se anche distrutti e piegati da qualcosa che non avevano nè voluto, nè cercato la cercano e chissà…forse la ritroveranno scavando ed arrivando al prima di tutto…
    Un abbraccio.

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  3. È così reale, così possibile questa storia che mi ha colpito al cuore come un pugnalata.
    Cercare di rimettere insieme i pezzi di vita di un dramma, che non si sa neppure perché è iniziato né come, è difficile ma sembra essere inevitabile…
    Cercare quei piccoli avvenimenti che lì per lì non sembrano avere peso ma portano in un baratro da cui è difficile uscire. Eppure nessun evento, per quanto duro sia, può spegnere il desiderio di trovare un cuore che comprenda, una mano che carezzi
    Sono sempre emozionanti i tuoi racconti!
    Un abbraccio Piero

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  4. Cara Patrizia,
    storia che, mi accorgo scrivendo, mi appartiene, almeno indirettamente, un pò.
    Direi biograficamente, ma solo nel senso della cronologia degli anni vissuti, passati in mezzo a storie come queste, anche in mezzo a storie come queste.
    Non so se, davvero, so scrivere quello che sento.
    Non lo so; ma è qualcosa di intenso, di vivo.
    Chissà, ci proverò ancora, e poi, se non ne verrà fuori granchè… beh, posso sempre decidere di smettere, di cambiare storia.
    La commento così, un pò a distanza, questa storia, perchè ancora non sono riuscito ad arrivare al punto vero di quello che vorrei raccontare.
    Intanto ti abbraccio,
    Piero

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  5. Questo è il secondo passo, cara Fausta, di questa storia; come dicevo prima, vedremo se riesco a centrare quello che vorrei raccontare.
    Ve lo sentirete dentro, se ci sarà.
    Altrimenti, beh. almeno ci avrò provato e comunque potrò raccontarlo in altre parole, a discorsetto, a chiacchierata.
    Una buona domenica,
    Piero

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