LE ELEZIONI

Diregno di George GROSZ

Diregno di George GROSZ

“Siamo tutti qui, aspettiamo i risultati e ci annoiamo.”
La sigaretta in bocca, Sergio sta sulla sedia, si dondola.
La barba scomposta, rossiccia, il volto magro ma non troppo.
E’ di altezza media, camicia a quadri, jeans stretti, stivali sporchi, larghi.
Una birra sul tavolo, pensa, Sergio, immagina, forse, sogna.
Studente non più liceale, universitario fuori corso.
La maledetta lotta di classe tra le labbra, più che altro un modo di dire, per uno studente che campa, in città, con i soldi che, dal paese, gli mandano da casa.
Lavorare?
Dopo la laurea, se mai verrà.
Una ragazza lui ce l’ha, Patrizia, mora, riccia, molto attenta ai cibi, gonne larghe, lunghe fino al polpaccio, un largo maglione, un cappello andino di lana.
E la rivoluzione tra i capelli, un altro mondo, una società migliore, una bandiera, una corriera, buone maniere.
Figlia di un colonnello della gendarmeria, disordinata, un poco sciatta, ma brava a scuola, tutti otto all’ultimo anno di liceo.
La maturità è dietro l’angolo, quando l’estate si farà più calda.
Conoscono l’amore, la droga, la libertà di volare.
Liberi, su un tappeto di parole sono andati a votare, stamattina.
Nel box stretto del seggio hanno sgualcito le schede, le hanno ripiegate più volte, a fatica, per nascondere la croce tracciata sul segno, a malincuore.
Nessuna preferenza, un simbolo eterno da portare in alto, un altro mondo da costruire.
La fatica immensa di lasciarsi dietro un presente di provincia.
Un’età da maturare tra scontenti e insoddisfazioni.
Che poi, cosa sia quello che non va, uno studente davvero non lo sa.
Lo immagina, più che altro, lo sente addosso come una catena, una costrizione, un morso che a tratti lacera l’anima.
Sensibile, l’anima dei giovani è sensibile come i petali di certi fiori, che basta che li sfiori per ferirli a morte.
E ferite profonde sono le lunghe onde della nausea che annegano le generazioni di paese.
Catene, costrizioni. morsi.
Dolore vero non si può chiamare, quanto rabbia sommersa, repressa, inespressa.

Insoddisfatta, Patrizia, si gira verso la radio, allunga un poco il collo, come per ascoltare meglio le parole gracchianti.
“I risultati li danno domani. Abbiamo tempo ad aspettare!”
Con il braccio allungato, la mano arriva alla maniglia del frigorifero.
Lo apre, facendogli ballare una danza zoppa.
La lampada, dentro, sorride sghemba, salutando la nuova cliente.
Poca merce, nel frigo di Sergio.
La sua casa di universitario fuori corso ha pochi mezzi e questo la rende triste.
La casa, non Patrizia, che prende una mela, la lucida sulla stoffa sintetica delle gonne leggere, e con un morso netto gli spacca la faccia.
Sergio la guarda, nella luce radente della finestra, ha un’espressione perennemente incazzata, col nasino birichino, la fronte leggermente lucida, più bianca sotto l’attaccatura dei capelli stretti in un nastro viola.
E’ bella, non c’è che dire.
Diciotto anni appena fatti donano a Patrizia una luce da acerba dea capricciosa.
Piccola, ha le fresche rotondità nascoste nei panni larghi, ma Sergio le conosce, le immagina spesso, e lei, angelo innocente e malvagio, a volte gliele concede, a volte gliele nega.
Dea capricciosa sa come tenersi stretto un ragazzo di paese.
La radio schiamazza dall’angolo della cucina, sembra mandare richiami allarmati, una voce impartisce indicazioni, consigli, avvertenze, la musica lentamente si riprende il campo di battaglia.
Stanno pianificando un attentato, l’alba della rivoluzione è arrivata, il momento in cui si scriverà una nuova pagina della storia.
I compagni sono andati via da poco, rumoreggiavano ancora, poco fa, sulla strada, schiamazzando come un branco di oche giovanili.
Non lasciavano tradire tensione, paura, terrore.
Dubbi nessuno.
Solo certezze, l’ottusa sicurezza delle parole d’ordine, la lama dei refrain politici che faceva affiorare la scia di sangue che univa i loro cuori roventi alle nude strade della città.
Il mantra della lotta di classe risuonava come una preghiera collettiva nelle loro menti rapite.
La nebbia della falsa sicurezza ideologica nascondeva ogni appiglio possibile alla scalata del dubbio, dell’analisi, della considerazione dei casi e delle possibilità, delle evenienze e delle circostanze.
Tutto era stato già scritto e tutto era stato già detto.

Patrizia rivolse lo sguardo verso la finestra, alla luce che si faceva dorata e che accendeva i suoi occhi come candele.
Sfuggiva quello di Sergio, più cupo, con quegli occhi neri sotto le palpebre pesanti di sonno.
Il fumo delle sigarette aveva saturato la cucina, ma attutiva le pulsazioni regolari, annoiate, dei cuori che battevano due ritmi musicali differenti.
Sergio era stanco, si sentiva vuoto.
Aveva provato, con le sue equazioni razionali, i suoi argomenti sprezzanti e taglienti, i suoi giudizi politici inattaccabili e acuminati, a motivare i compagni incerti, a rassicurare le loro ritrosie, a tacitare i loro pentimenti politici.
Non c’era più tempo.
Le elezioni erano giunte, il Governo non aveva risposto positivamente alle loro richieste ed il prigioniero era nella stanza di là.
Erano due settimane che l’azione era cominciata e il piano teneva alla perfezione.
La televisione, la radio, i giornali, erano pieni dei loro proclami e dei loro ricatti.
La polizia aveva riempito ogni angolo della città.
Posti di blocco erano ad ogni incrocio.
Pattuglie giravano di ronda per le strade, di notte.
Il prigioniero forse era morto per la ferita che, per sbaglio Ludovico gli aveva inferto con il coltello durante un interrogatorio più feroce degli altri.
Il sangue aveva sporcato tutto il pavimento ed era stato molto difficile ripulire la stanza senza dare nell’occhio con l’acqua sporca o i panni macchiati.
Cinque, forse ormai erano sei, i giorni, e i lamenti del vecchio legato, di là, ormai s’erano fatti sommessi rantoli che ormai neppure più s’udivano dalla cucina.
Nessuna notizia dalla seduta governativa.
“Il giorno delle elezioni è arrivato e nessuna notizia è giunta dalla seduta di quei babbuini in giacca e cravatta.”
Pensavano le stesse parole, Sergio e Patrizia, ma quanto era diverso il significato di quelle stesse parole.
Sergio pensa che si deve portare il corpo sulla piazza centrale della città, approfittando del’ombra notturna, proprio dietro al palazzo presidenziale.
E lasciarlo lì, sul sedile di fianco al guidatore, come un pacco qualsiasi, freddo, inutile, inerte.
La causa era rimandata, l’occasione per la rivoluzione doveva essere nuovamente fissata e stavolta si doveva prendere in ostaggio direttamente il signor Presidente.
Patrizia, sottovoce, aveva urlato, come in certe circostanze di pericolo si può urlare sottovoce, che stavolta dovevano continuare l’azione.
Strappare uno ad uno i pezzi a quel vecchio corpo incartapecorito e mandarli con dei pacchi al signor Presidente in persona.
Accompagnando ogni consegna con un messaggio da leggere al popolo, chiaramente un ricatto, solo così si poteva piegare la resistenza del Governo e condurre il popolo alla agognata rivoluzione.

Dalla finestra, i raggi di luce che s’erano fatti colore amaranto, gravavano sulla stretta cucina come l’ombra pesante d’un polveroso sipario…
Pochi passanti, di sotto, distratti, si dedicavano alle insulse faccende della vita quotidiana della città.
Un cane guardava verso la finestra della cucina.
Il caseggiato era consunto dagli anni, molte tracce avevano lasciato i cani passando lì sotto.
Patrizia non si avvide del pietoso animale che sembrava avvertirla.
Scrollò la cenere della sigaretta nel posacenere colmo e sbuffò l’ultimo fiotto di fumo.
Un foro, improvviso, per un attimo, s’intravvide sulla sua fronte, come un’ombra, scuro passeggero notturno.
Il capo si riverse all’indietro nascondendo lo sguardo stupito.
Un fumo più acre si sparse per la cucina, velenoso, asfissiante.
Anche Sergiò ondeggiò per un momento sulla sedia sbilenca.
Poi, cadde con la testa sul tavolo, come si fosse addormentato di colpo.
Stette immobile mentre la sigaretta per terra ancora fumava.
Il cane si voltò e distrattamente riprese il suo girovagare per le strade della città.
La musica alla radio s’era fatta movimentata.
Ma nessuno, ormai, più ascoltava l’orchestra tanto lontana.
I risultati non si fecero attendere, l’indomani.
Il partito unico, al governo da sempre, aveva vinto ancora una volta le elezioni.
Solo, c’erano stati cinque o sei voti contrari.
Ma quelle schede dovevano essere annullate perchè risultavano piegate irregolarmente.
Sicuramente il boicottaggio di qualche gruppo eversivo.
Il corpo d’un vecchio industriale fallito, sparito da giorni, era stato ritrovato in un caseggiato di periferia.
Era morto.
Aveva perso molto sangue da una ferita da arma da taglio.
Ma l’arma non era stata ritrovata sul luogo.

4 thoughts on “LE ELEZIONI

  1. un racconto ben costruito che pesca con azione chirurgica da molte storie disperse tra letture di libri e giornali. Una storia accattivante che trasporta nel tempo forse nel periodo del terrorismo delle Br oppure in un altro tempo, ed è questa la magia del racconto, una dispersione temporale. Il finale si chiude in modo inaspettato ma la sorpresa fa parte della creatività dello scrittore.
    Caro Piero, ottimo racconto, mi è piaciuto molto.
    Un caro saluto
    Francesco

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  2. Grazie, caro Francesco.
    Chissà, forse avrà un seguito, questa storia.
    Ho un’idea in testa.
    Ma forse anche così potrebbe essere abbastanza.
    Vedremo.
    Dipende dal calore, dal desiderio che alcune cose che ho dentro hanno di venir fuori, vedere la luce.
    Chissà.
    Intanto, grazie ancora.
    Un caro saluto,
    Piero

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