IL VIANDANTE

Viandante - photo by Pierperrone

Viandante – photo by Pierperrone

Una storia.
Una storia antica, eppure mai tanto viva, attuale, presente.
Mi piace.
Mi piace che venga raccontata ancora oggi, che passi ancora di bocca in bocca.
Oh, certo, io sono solo una di quelle tante bocche che negli anni, nei secoli, nei millenni, addirittura, l’hanno fatta viaggiare nel tempo e sulla terra: uno spazio infinito.
Ha percorso migliaia di giorni, più più numerosi ancora del numero pur ragguardevole dei chilometri, e ha compiuto questo viaggio per questo, per arrivare fino a me, almeno, anche fino a me!
Ed ora io vorrei metterla su un nuovo – ma certamente vecchio – binario e fargli fare un’altra tappa del suo viaggio instancabile.
Verso dove?
Qual è la sua meta?
Dove è diretta?
Forse la sua destinazione è lontana, certo, io non la vedrò mai.
O forse è più vicina di quanto s’immagini, è qui, è poco lontano, là dove è il mondo degli uomini giusti, buoni, uguali, fratelli.
Per questo mi piace questa storia, una specie di favola, una parabole che tuttavia racconta qualcosa che ci riguarda da sempre.
Io l’ho voluta illustrare con alcune foto che scattai alcuni anni fa, nel viaggio che facemmo, io ed i miei, nella terra d’origine di questa storia che oggi racconto: anzi, che una voce professionista racconta per me.
Così, quelle foto s’abbinano a questa storia per dargli volti, colori, espressioni, immagini, frammenti di realtà quotidiana.
E ora, basta con le chiacchiere, ecco la storia.

4 thoughts on “IL VIANDANTE

  1. “Mi piaccion le favole…raccontane un’altra” diceva il buon Francesco.
    Non voglio essere ironica, credimi, non con te, che so bene che scrivi e scegli solo ciò in cui credi veramente.
    Quel che mi affascina non è tanto la storia in sè, bella sicuramente, raccontata magistralmente, come piace a me. Quel che mi affascina è che racconta un’idea di perfezione, che sappiamo bene, non appartenere all’uomo. Eppure, questo ideale di perfezione, di arrivo definitivo alla verità, ha viaggiato dentro questa storia per lungo, lungo tempo e ancora vive. E ancora l’uomo cammina verso di esso, credendoci (avolte di più, a volte di meno). Ecco, questo mi colpisce.
    Belle le foto, la cura che hai messo nella scelta, si tocca con mano. o forse è meglio dire, col cuore🙂
    Ciao Piero, un abbraccio grande.

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  2. Le favole restano favole.
    Sappiamo che i personaggi delle storie non sono reali e che il bene ed il male non si distinguono mai, nella realtà, in modo così netto come invece si racconta nelle fiabe.
    Questa testo viene da una fonte religiosa buddhista e quindi guarda le cose, la vita, come ogni visione religiosa, di un punto di vista assoluto, totale.
    Ma di questa storia religiosa mi piace il senso del rispetto per l’uomo, ciò che oggi si sta perdendo sempre più.
    Come la storia del Cristo che predica l’amore per l’uomo, così, il monaco Mai Sprezzante, vivono la loro vita in maniera assoluta, totale, incurante di ciò che incontrano per strada, certi, con la certezza che solo la religione sa dare, che il mondo cambierà seguendo il loro esempio.
    Io non so se davvero cambierà.
    Non so se le religioni hanno davvero mutato l’animo dell’uomo.
    Anzi, credo proprio di no.
    Ma certo le storie belle fanno piacere, aprono l’animo.
    Come se fossero sole ed aria pulita, entrano attraverso le nostre finestre e ci ravvivano il cuore.

    Mi è piaciuto legare insieme questo racconto che proviene dalle viscere del tempo con le foto che raccontano il viaggio indiano, perchè quel Paese, quel popolo, quella gente, quegli animali, quegli alberi vengono dalle viscere del tempo.
    Se fossero poche migliaia di individui, come qualche tribù amazzonica in via di estinzione, diremmo, potrei dire che si tratta di una realtà sopravvissuta al passato, archeologia sociale che galleggia sulla corrente del tempo, sul flusso della storia…
    Invece si tratta di un continente intero, di un miliardo e oltre di esseri umani, di milioni di chilometri quadrati, di miliardi di animali, di triliardi di alberi e piante… questo mondo è diverso dal nostro, Patrizia mia cara.
    La storia, il tempo, gli uomini, la vita, la natura, tutto, lì, è un ammasso di tempo che potremmo chiamare primordiale.
    Si: ma chi siamo noi, per giudicare ?
    Siamo meno di un terzo di quel popolo/popoli immenso.
    Siamo artificiali, pieni di protesi tecnologiche che ci hanno resi bionici, esseri non-più-umani che guardano lo scorrere della storia tutt’attorno cercando di acchiapparne i lembi e deviarne il corso.
    Siamo diventati pericolosi per noi stessi e per il mondo intero, lo stesso pianeta ci teme e forse ci combatte.
    Chi siamo, allora, noi, per giudicare?
    Lì ho visto ciò che davvero l’uomo è nella natura.
    Un essere debole, nudo, sporco, in pericolo, ma anche orgoglioso, industrioso, credulone, romantico…
    Ho visto esseri come me e come te, donne bellissime e uomini ancora più belli bagnarsi nell’acqua sacra del Ganga, il Gange, e lavarsi per purificarsi là dove si gettano le ceneri dei corpi arsi sulle pire e dove galleggiano carogne di bestie sacre intoccabili e morte.
    Intoccabili come certi uomini che condividono lo stesso destino di bestie randage agli angoli delle strade, sui bordi delle vie, negli anfratti dell’ombra dove si nasconde vergognandosi anche l’immondizia.
    Ho visto il destino farsi sarcastico e crudele, privilegiare il popolo delle vacche e ponendolo più in alto di qualche casta sub-umana e sub-animale.
    Come se ci fosse uno strato bestiale intermedio fra gli uomini superiori e quelli inferiori.
    E questo, bada, amica mia, lo so che fa rivoltare lo stomaco e la coscienza.
    Ma c’era anche qualcosa di naturale a governare quei destini, un cordone ombelicale che noi abbiamo spezzato per sempre.
    La natura è una madre che forse non è giusto giudicare: noi giudichiamo, invece, sempre. Abbiamo i casi, nella mente, di madri che ammazzano i figli e chiediamo giustizia per quelle morti innocenti e quelle colpe incancellabili.
    Ma la Madre-Natura non possiamo giudicarla.
    Essa è come un dio, al di sopra di noi.

    Amica mia, resto coi piedi di qua.
    Noi dobbiamo sempre promuovere la dignità dell’uomo, questo io credo fermamente, lo penso, lo vivo (spero) ogni giorno.
    Ma … saper affrontare la vita con umiltà credo sia anche un buon modo di vivere.
    In fondo, il comandamento che mi sento di condividere è “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
    Un pò narcisista, se vuoi, ma siamo occidentali.
    Meglio, però, dell’altra versione “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, troppo negativo, passivo, scostante, individualista…
    Il monaco Mai Scostante, invece, mi pare, aveva trovato una formula più … possibile, realista, quotidiana “nutro per voi un profondo rispetto…”.
    Mi pare un’ottima via.

    Un abbraccio,
    Piero

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  3. Sono le quattro di una notte insonne e questo racconto mi tiene compagnia, così coma la bellezza delle foto e i miei pensieri li ho letti tutti lì nelle tue parole….
    Credo che la nostra vita dovrebbe essere un cammino che porta in sé la tensione verso la perfezione….. una meta che non possiamo raggiungere almeno per ora ma che spinge e attira nello stesso momento….
    Questo cammino, lo stesso che percorre Mai scostante, lo ritrovo nelle pagine di un Testo che parla di un Uomo che ha proposto un modo di vivere che tanti considerano un’utopia (tanto che è stato ucciso)….
    Un Uomo che ha detto “Non giudicare…. ama il prossimo tuo”… ed ha corretto quel “Non fare agli altri…” che sa un po’ di presunzione – che si legge nel Vecchio Testamento – con l’altra forse più difficile ma più umana “Fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”….che è impossibile senza nutrire per l’altro un profondo rispetto…
    Se riuscissimo a camminare con lo stesso sentimento del monaco sono sicura che alla fine il mondo si risveglierebbe cambiato e cambiato in bene!
    Grazie Piero!
    Fausta

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  4. Carissima Fausta,
    la notte è fatta per dormire!
    Ma l’insonnia alle volte tira brutti scherzi.
    Mi fa piacere che questo blog ti abbia tenuto compagnia, ci rende amici, più di quanto i bit informatici normalmente consentirebbero per la loro natura.

    La storia del monaco mi è piaciuta molto e l’ho trovata adatta a coprire le foto, ad accompagnarle perchè è antica e parla del rispetto degli uomini per gli uomini.
    E’ chiaramente una parabola, buddhista, si, ma davvero molto spirituale.
    Proprio come dire “ama il prossimo tuo come te stesso”.
    Ed è vero, chi ha pronunciato quelle parole l’ha pagato a carissimo prezzo.
    Il monaco, in fondo, è stato molto più fortunato.
    Questo aspetto del cristianesimo, mi permetto di dirti, da amico, è una delle cose mi lascia molto perplesso: il ricorso alla morte del figlio perchè Dio possa redimere gli uomini – cosa che in realtà non mi pare di vedere intorno a me – e anche l’avere scelto la Croce come simbolo della religione, così come la grande statua di San Paolo, nella basilica vicino casa mia, armato di uno spadone pauroso, ecco, questo ricorso ad immagini, segni, simboli di morte e di dolore mi incutono soggezione.
    Una religione d’amore dovrebbe scegliere segni d’amore.
    Nei Vangeli ce ne sono molti.
    Preferisco quelli.

    Ma la figura di Cristo resta un importantissimo simbolo, valido per tutti gli uomini, credenti e non credenti.
    Universale e assoluto.
    Il suo esempio indica a tutti gli uomini la strada da seguire.
    Amare il prossimo, non contrapporlo al narcisismo del proprio essere.
    L’essere fratelli, non competitori.
    Saziarsi delle cose importanti, non di quelle superflue.
    Scacciare i mercanti dal tempio per lasciare spazio libero allo spirito.
    Se gli uomini vivessero in questo modo, secondo l’esempio del Cristo, non ci sarebbe nemmeno bisogno di una Croce.
    Ecco, detta così viene bene, no?

    In verità non sono affascinato neppure dalle religioni orientali.
    Giuste, umane, “democratiche”, forse più terrene, meno metafisiche.
    Ma proprio per questo le vedo più come un indirizzo morale che una via per l’al di là.
    Ma c’è un aspetto che mi ha colpito molto, leggendo qualcosa su questa materia (che però non conosco molto bene, quindi ti dico più un’impressione maturata durante il viaggio che una cosa di cui sono certo).
    Il rapporto con la natura, in quel mondo, è rimasto intatto, non si è tracciata una linea di demarcazione fra ciò che è in basso e ciò che, invece è in alto, in cielo.
    L’uomo, come le piante e gli animali, come la vita e la morte, stanno sullo stesso piano.
    Non vi è intervento, umano o divino, che possa rompere l’ordine inflessibile della natura.
    Non vi è un altro mondo che interagisce con questo nei mille modi che il cristianesimo invece ritiene possano esistere.
    I miracoli, la resurrezione, la vita eterna…
    Sono il massimo che un cuore umano spaurito e inconsolabile possa desiderare per veder lenito il dolore dell’esistenza, l’incertezza del destino e anche per dare un indirizzo etico-morale alla condotta di vita.
    Ma hanno un prezzo carissimo da pagare alla vita stessa.
    Anzi, alla Natura.
    Quella cesura, quel taglio netto, fra il mondo degli uomini e di Dio e il resto, che è l’ “immonda” (rectius, inferiore) natura.
    Un bosco, un animale, un fiume, il mare, non hanno, in fondo, la stessa dignità dell’uomo, nel quale, solo nel quale, è riposta la scintilla divina.
    Posso essere impreciso, anche nelle parole che ho usato, ma io quel rapporto diretto, incensurato (nel senso di senza censura, senza taglio, senza peccato) dell’uomo con la sua materna Natura lì l’ho sentito, era presente e vivo.
    Da noi, ormai… l’uomo ha messo le ali dell’angelo.

    Un caro abbraccio,
    Piero

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