IL NAUFRAGO

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Qua.
Sto qua.
Tu, Cielo, sei così vasto e non mi puoi vedere?
Tu, che guardi da lassù tutta l’infinita distesa delle acque, quaggiù, non mi puoi vedere?
E chi sono, io?
Non sono forse una creatura di questa terra che tu domini da sempre, da quella tua altezza inarrivabile?

Qua!
Sto qua!
In questa distesa infinita che sciaborda d’eterno.
Una goccia di vita in questa infinita distesa d’acqua che trema come avesse una paura tremenda.
Sono io a tremare, invece.
Tu, acqua, tu non tremi.
Tumulti!

Qua, Cielo, qua!
Guardami.
Volgi il tuo occhio verso di me, come io rivolgo il mio a te, chiedendo solo conforto.
Io, misera creatura persa in questa infinito Oceano mercuriale.
Io ti guardo, ti cerco t’imploro, Cielo.
E tu, Cielo, non ti curi di me.
M’ignori.

Sto qua.
Da giorni, vago, naufrago, nella vita che si perde tra le mille onde di questo Oceano infernale.
Non sento più le forze.
Il guscio di noce che mi culla, mi sballotta, mi scuote, mi agita, mi sbatte e mi tormenta, da giorni, e notti, e altri giorni e altre notti, tanti giorni e tante notti che non posso più contarle, questo misero guscio di noce mi contiene, mi sostiene, mi protegge dalla vorace fame dell’Oceano che spalanca le fauci su di me.
Ma, finchè, tu, guscio infinitesimo di noce, mi proteggi, tu, Oceano, nulla puoi veramente contro di me.
Solo incutermi terrore.

E tu, impavido Cielo indifferente, mi mostri, ambiguamente, da giorni, e notti, il tuo duplice volto.
Ogni volta impassibile.
Senza mostrarmi alcun segno.
Il tuo volto infuocato, dardeggiante dall’unico occhio solare, lancia contro di me saette e lapilli incandescenti.
Mi acceca!
Tenebroso, invece, ti nascondi dietro il manto notturno.
Mi empi il cuore d’angoscia solitaria.

Cielo.
Cielo di tutti gli uomini, ti sei dimenticato di me!
Hai a cuore i destini che ognuno ti affida, confidando negli dei che benevolmente accudisci, e invece, tu, di me, ti dimentichi.
Non sono forse anch’io un uomo come gli altri?
O appartengo già alla morte, ora che non sono altro che un naufrago perso in mezzo alle onde?
Aspetta.
Non rispondermi ora.
Medita.

Intorno a me l’infinita distesa delle acque oceaniche.
Io, misera goccia di vita che ancora ha sete di vita.
Io, figlio dei figli di coloro che impararono a dominare le correnti che agitano le acque d’Oceano.
Io, ora, non sono più niente per te, o Cielo, se non una goccia che sta per evaporare e ritornare ancora una volta fra le tue braccia?
Sei così indifferente, tu, o mostro dal volto di gelida pietra?
Gorgone in cui raggela il mio sguardo impaurito!
Io, nulla infinitesimo dell’Essere infinito?

E tu?
Tu cosa sei, allora, che non hai sentimenti, nè cuore, nè sai provare pietà per una vita che sta per esser divorata da questo mostro che ribolle sotto di me?
Cielo!
Che illusione, per gli uomini, quando conosceranno la tua indifferenza glaciale!
Non sei tu, dunque, niente.
Nessuno.
Niente, e nessuno, che sappia assicurare ad un uomo, agli uomini tutti, almeno il conforto d’un attimo nell’ultimo istante di vita.
Sei inutile, come ciò che non serve.

Annegano gli uomini, allora, in quest’Oceano che grava sopra di noi, ancor più mostruoso di quello che s’agita e geme e spinge, forte e tenace, famelico, impietoso, crudele, sotto di me.
L’intero mare dei sogni divori, tu, muto Oceano ingordo.
E con esso il mare dei desideri, tutti, ingoi, e quello della speranza, e tutti gli altri mari che ribollono nel cuore degli uomini.
Lasci solo che trionfi lo sconfinato, inanimato, mare dell’Illusione.
Nero lago di pece in cui si aggirano soltanto fantasmi.
Cielo, invece, io, di infinite speranze, e progetti, e desideri, e sogni, di questi mari infiniti mi nutro!

Oh, Cielo!
Su, non fare l’ingenuo, ipocrita, eterno, irrequieto bambino.
Non m’incuti nessuna pietà.
Non piangere, ora, non far finta di provare dolore.
Non nasconderti dietro quel manto pesante di nuvole nere.
Non provo rancore.
Non saprei punirti per la tua infame codardia o per la tua indifferente freddezza.
E come potrei?

Il tempo scorre infinito, in questo guscio di noce.
Il mostro, sotto di me ribollisce, mai domo.
E quello qui sopra resta muto, e immobile, mi fissa, imperscrutabile sguardo di cieco.
La vita è sospesa, qua, sulla zattera d’un povero naufrago.
Fra la vita e la morte.
Cosa mai v’è, in quel mezzo, fra la vita e la morte?
Io.
Io vi sono.
Pescatore, rimasto impigliato in una rete tremenda.

Cielo.
Sto qua.
Un nulla sospeso fra la vita e la morte.
E tu, con i tuoi mille occhi notturni zampilli lucignoli che m’indicano rotte infinite verso invisibili mondi persi lassù.
Se solo sapessi quante cose vedo, io, di qua, mentre tu, cieco, resti impassibile, ferma, immobile lastra di pietra.
Eppure, finchè io potrò misurare questa infinita distanza che si separa, niente, nessun mostro potrà mai venire qua, su questo provvisorio guscio di noce a ghermirmi!

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6 pensieri riguardo “IL NAUFRAGO

  1. Capita prima o poi, e per alcuni è storia di tutta la vita, di sentire cielo e terra lontani, indifferenti, sordi ad ogni grido, ad ogni gemito, la sensazione che qualcuno abbia levato l’audio al mondo e tutto sia immobile, lontano, perduto….
    Siamo su un guscio di noce in questo mondo agitato, sconvolto, e abbiamo la voglia e la presunzione di essere noi a guidare la nostra leggera barca nel mare della vita…
    Voglia di gridare al Cielo e sentirlo lontano, chiuso, come se non sentisse la nostra voce “Dove sei, non vedi che ho bisogno di te, non senti che ti chiamo?”
    Credo che solo chi vive nell’indifferenza, chi non si mette di fronte a se stesso per cercare una strada su cui camminare a testa alta – un po’ ruzzolando, un po’ inciampando, un po’ correndo – sempre desiderando e sognando il bene nostro e di tutti, non si accorga di questo silenzio…
    Ma finché grido non lo sento, finché mi agito non vedo che all’orizzonte le acque si stanno calmando….
    E il mio guscio di noce è più forte di quanto pensassi e, nonostante tutto, lo sto guidando e nella bufera sento un refolo di vento che mi spinge….
    C’entra qualcosa tutto questo con quello che mi è venuto di getto leggendoti? È ciò che sento…
    Quello che scrivi è sempre un piacere per la lettura ed uno stimolo per il pensiero!
    Un abbraccio
    Fausta

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  2. C’entra, si, c’entra, certo.
    Anche se la mia metafora non vuole essere davvero una metafora.
    Mi è chiara nella mente, e anche più dentro, la situazione fisica di quello sballottamento in mezzo al mare in movimento perenne.
    Un naufrago, una zattera, un nero oceano, un cielo, le stelle.
    Tutto ciò ha effettiva esistenza, in questo racconto.
    Potrebbe essere l’invocazione, o il lamento di un Crusoe alla deriva, o di un clandestino abbandonato dagli scafisti.
    Anche così c’entrerebbe, no, carissima Fausta?
    Non che siamo figli della manzoniana esposizione dei sentimenti di Lucia sul battello che naviga sul lago durante la fuga, sappiamo che anche nel cuore analfabeta in tumulto di un fuggiasco si nascondono i sentimenti più potenti: è il miracolo dell’arte, dar voce a chi non ne ha, parole a chi non ne conosce abbastanza.
    Qui non c’è neppure bisogno di un personaggio.
    E’ solo un cuore in tumulto.
    A cui, l’autore, indegnamente, peraltro, ha offerto soltanto una voce.

    Un abbraccio,
    Piero

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  3. molte volte scrivere aiuta alla mente di scaricare mediante l’oggettivazione tutte le derive che impediscono al ragionamento, all’espressione dei sentimenti, alla frustrazione di essere piccoli fili d’erba in mezzo alla bufera. Scrivere aiuta a farsi le domande e a cercare delle risposte, la prima domanda -perchè io?
    Non è facile trovare risposte valide, l’occasione può essere quella di far buon viso a cattiva sorte lasciandosi scorrere, se possibile, addosso le nefandezze, ma spesso è troppo difficile farlo quindi subiamo.
    Non so, se hai delle motivazioni specifiche per urlare scrivendo tutto questo ma certo stiamo vivendo e forse subendo una vita che non ci piace/soddisfa, o meglio una vita che non ci aspettavamo (questo vale per me).
    Ti auguro che il gheriglio ti porti in salvo e lì dove arrivi trovi la possibilità di distenderti ad osservare la bellezza del cielo nell’azzurro del giorno, e l’oceano di stelle della notte, per placare i tuoi tumulti.

    Un caro abbraccio
    Francesco

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  4. Caro Francesco,
    forse non ci conosciamo ancora abbastanza bene da riuscire a vedere dove sta nascosta, dentro di noi, la musa quando ci chiede di prestarle la voce.
    Io, per esempio, non ho motivazioni speciali per urlare, nessuna; anzi, la mia vita borghese è molto comune e anche abbastanza regolare, fortunatamente.
    Ma la musa mia alle volte mi chiede la voce per raccontare storie speciali, assai distanti dalla mia realtà d’ogni giorno.
    Come questa qui, per esempio.
    Che, peraltro, resta una storia molto fisica e poco metafisica.
    La metafora di una metafora, se mi passi l’ardire, e così il senso ritorna al materiale muoversi della materia.
    Ecco.
    Non vorrei dare l’impressione di uno che vive border line.
    Certo, quando ci muoviamo e andiamo in giro, anche sotto le nostre abitazioni, o nelle stazioni, o agli angoli delle strade, o nei percorsi di periferia, ci capita di costeggiare storie di dolore sconfinato, di abbandono, di solitudine disperata; solamente che passando indaffarati, non abbiamo tempo di prestavi attenzione.
    Barboni, poveracci, prostitute, ragazze madri, drogati, ladruncoli, spostati, alienati, pazzi, alcolizzati, emarginati, poveri, anziani, uomini o donne, soli, immigrati di ogni colore e razza… è solo uno sparuto esempio.
    Io non posso fare a meno di passare e andare; solo a qualcuno dò via qualcosa di beneficenza; 50 cent, un euro.
    Ma non posso evitare di percepire, o meglio, di domandarmi, di interrogarmi di cosa sentono, cosa provano, cosa hanno dentro.
    Perchè sono proprio come me, come mia madre, mio fratello, anche se noi siamo più fortunati.
    Tutti uomini.
    Tutti il cielo ci guarda.
    E resta lì muto, nonostante i grandi sogni che facciamo.
    Chi ha la fede, ci vede il tempio del Signore.
    Chi è sacerdote delle religione scientifica ci vede il laboratorio per grandi esperimenti, chi ci vede il mondo dei sogni, chi altro e altro.
    Anche i poveri.
    Anche i naufraghi.
    Che quando vedono una stella subito cercano di calcolarne angoli e distanze per trarne elementi utili per tracciare una rotta alla speranza.
    Che non può morire, neanche se affonda il guscio di noce.
    Perchè la speranza è immortale.
    Ma materialmente, non moralmente.
    E allora… ecco il racconto.
    Un abbraccio,
    Piero

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  5. Siamo tutti naufraghi, per usare una frase che ultimamente va per la maggiore. Ma in questo sentirsi, a volte persi e abbandonati,tutti indistintamente, siamo sinceri, senza finzioni e senza ipocrisie. I più fortunati, come noi, per brevi momenti, o per situazioni che riguardano la nostra interiorità. I meno fortunati, molto di più e per cose forse molto più importanti.
    Poi il naufrago, in balia della vita, chiunque esso sia e per qualunque motivo si senta solo e abbandonato, affronta tutto a suo modo: rassegnazione, lotta, convinzione che qualcosa cambierà, fede, rifiuto estremo. Tutte soluzioni degne di rispetto, perchè tutte sono modi con cui l’uomo parla col cielo e la terra.
    Ciao Piero, buona domenica 🙂

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  6. Grazie, carissima Patrizia.
    Naufraghi che non vorrebbero, però, veder cessare il proprio peregrinare fra i flutti, per quanto angustioso sia il mostro che li agita, no?
    Però, ti confesso una cosa.
    Quello che volevo evidenziare in questo racconto era un’altra sensazione, più che lo sperdimento… fra le procelle della vita.
    … poichè nei commenti ho visto che nessuno ha “sentito” ciò che avrei voluto esprimere, ne deduco che proprio non sono riuscito a raggiungere… la meta.
    Che resta là.
    E quindi, io, da naufrago, me la figuro in mente come destinazione da raggiungere ancora…

    Un abbraccio forte, e buona domenica,
    Piero

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