MARIKA

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Oggi non si riesce più neanche a respirare.
Nell’umidità dell’aria sono annegati i colori, si sono sciolti, slavati.
E la colatura di questo freddo fetido bagno mi scende in gola, mi strozza.
Singhiozzo.
L’aria si spezza.
Il fiato mi manca.

Il campanello trilla forte, elettrico, sguaiato.
Il televisore urla qualcosa.
“Vai ad aprire, cazzo!”.
Un vecchio film scorre mentre cerco le pantofole.
Il pantalone acetato mi scende, largo, sull’inguine.
Levo le mani dal ventre.
Sporche, finiranno dopo il lavoro.

La porta, marrone, cigola.
Un volto s’affaccia dalla fessura.
E’ solo il sogno.
Il vano delle scale resta buio.
S’intravede appena il baluginare della luna, fuori, nel freddo della notte.
Nebbiosa, densa, opalina.
Nel vano della finestra delle scale.
“Vaffanculo!”

L’eco della porta inciampa nelle rampe, cade, rotola fin giù al portone.
Un sorso, un sorso per mandare giù questo fiotto d’aria madida.
La bottiglia, quasi vuota, puzza.
Vado a pisciare.
Il cesso domani devo lavarlo.
La domenica non passa mai.
Devo finire il lavoro.
Mi siedo sulla poltrona.

Sogno, sogno ancora.
E s’ingigantisce il desiderio.
Un mostro con i denti.
Due gambette sottili.
Un piccolo seno.
Non basta, non basta ancora.
Una mano.
Scorre.
Scorre piano.
Due occhi vuoti.
Una bocca.
Muta.

Non posso respirare.
Oggi non si riesce neanche più a respirare.
Mi serve l’aria.
Mi serve la luce.
Mi serve un profumo.
Un seno, duro, acerbo.
Annaspo.
Nel sogno si scava una fessura.
S’apre.
Una bocca.
M’inghiotte.
Annaspo.
Annego.

La mano corre.
Sull’autostrada del desiderio c’è traffico.
Siamo in tanti, restiamo bloccati.
La televisione dice che il freddo continua anche domani.
La notte è lunga.
La luna gela, là fuori.
L’aria s’addensa sui vetri.
Scivola via lentamente, pende nel vuoto, barcolla, cade, si frantuma in mille pezzetti, goccioline invisibili, nebbia giallastra, molle, densa, appiccicosa, come il fumo delle ciminiere.
Quella è spenta, là fuori, da anni, era la ciminiera della fabbrica, vecchia, arrugginita.
L’autostrada è bloccata.
La mano s’è fermata.
Il respiro s’è spento.

Ringhia, il campanello, furioso.
“Cazzo, e vuoi andare ad aprire?”
Il vecchio film in banco e nero mi spia, dalla televisione.
Due occhi come spilli dalla nera capocchia m’infilzano il cuore.
Sento le dita tremanti.
Il respiro s’è spezzato, è tutta la sera che va a e viene.
La lampadina bianca è morta, nel lampadario.
Il cielo è nero.
La luna s’è smorzata.
E’ caduta laggiù.
Vedi il bagliore che ancora s’intravede là, dietro alle case?

“Chi cazzo viene a quest’ora?”
La mia voce rimbomba nel vuoto della testa che scoppia.
Rimbomba anche un calcio che vorrebbe sfondare la porta.
Un sorso, devo mandar giù un sorso ancora, ancora un sorso.
Il liso pigiama puzza.
La bottiglia emana un acido tanfo d’aceto.
Sto di nuovo sognando.
La mano, sull’autostrada, riprende un attimo la sua inutile corsa.
Una coscia.
Una bocca.
Un desiderio malato.
Miele, e lana, carezze ispide.

Il tempo batte.
Forte.
Corre.
Come la mano sull’autostrada.
Il traffico s’è spostato un poco più avanti.
Ora che l’ho raggiunto di nuovo, devo ancora fermarmi.
Non c’è nessuno che può darmi una mano?
Cerco un aiuto ma non trovo nessuno.
Sono tutti intenti alle manovre, nelle macchine ferme nel traffico.
Domani scendo a comprarmi una rivista.
Così faccio da solo.

Il campanello morde ancora.
Un cane, fuori alla porta struscia la zampa contro il battente.
Marika sale le scale.
Le sue gambe luccicano, al buio, d’un riflesso di luna.
Dall’androne salgono lontani rumori.
“Marika!
Vuoi entrare un momento?”
“T’ho suonato tre volte!
Pensavo fossi ubriaco anche oggi.
Sei sempre ubriaco”.

“Marika, stasera non si riesce neanche più a respirare”.
“Povero Nonno!”
“Marika, figlia mia, non prendermi in giro”.
“Per Dio, lo sai, mi fai incazzare!”
“Marika, ti prego!
Ho bisogno
Vuoi entrare?”
Solo un momento, ti scongiuro.
Un momento soltanto!”
Quanto vuoi, stasera?”
“E cosa mai puoi darmi, tu, povero Nonno?”
“Tutto quello che vuoi!”
“Non farmi ridere, sei un morto di fame!”

I seni sotto al maglione sembrano scure colline perdute nell’ombra.
Dolce mistero notturno.
“Non allungare le mani, porco!”
“Dimmi quanto vuoi, Marika!?
Ti darò tutto quello che vuoi!”
Il cane bastardo è entrato nella camera buia.
E’ zoppo.
Ha pisciato già sulla zampa della sedia.
E s’è accovacciato davanti al televisore.
Adesso è lui a comandare.
“Dammi quello che vuoi.
Tanto lo sai che sei un morto di fame.
E poi non sei neppure capace di prenderti qualcosa di me!”

Il letto devo farlo aggiustare, domani.
E’ tutto sbilenco.
Sembra il pendio d’un curva.
Spinge lontano le macchine, verso il burrone.
E spariscono presto, si nascondono, si perdono subito, su quella vecchia autostrada.
Nella televisione formicolano strani insetti, lucciole bianche.
Piccole lucciole nere.
Una nebbia baluginante.
Rinchiusa in prigione.
Non riesce ad uscire.

Marika corre veloce.
E’ una potente auto sportiva.
Corre sulla vecchia autostrada.
Ha la vernice tutta scrostata.
Molte ammaccature.
Un modello fuori produzione, ormai.
Ha avuto molti padroni.

I due divanetti sono più comodi del vecchio letto sbilenco.
Beve, Marika.
Beve, la potente macchina da corsa impazzita.
Ci vuole molta benzina, per accendere il motore ruggente.
Per farla correre, ci vuole tanta benzina.
Per farla gridare di felicità.
Non c’è abbastanza benzina, nella stanza, stanotte.
Domani, devo andare a farmi visitare dal medico.
Un sorso, un sorso solo, ancora, poi devo ricordarmi dove ho messo la vecchia banconota mangiata dal tempo.

“Cazzo, ma che fai, hai già finito la benzina, lurido vecchio?
E dai, allora perchè cazzo mi hai fatto entrare, anche stasera?
Lo vedi, anche il cane s’è messo a dormire!
Sei anche tu come lui, un vecchio cane, una povera bestia impotente!”
“Dai, ti prego Marika. Ancora un momento.
Ti prego.
Dammi una mano.
Ho bisogno, stasera.
Devi aiutarmi.
Sennò m’ammazzo, stanotte!
Mi butto dalla finestra!”

Il silenzio è più cupo, quando anche la luna si mette a dormire.
Il buio aiuta i fantasmi crudeli.
Eccoli.
Li vedi?
Accorrono.
Arrivano!
Vengono!
Son qui!
Mi vogliono prendere!
Aiutami, Marika!!
Ti prego, non farmi portar via, Marika, ti prego!

“Marika, ti prego, prendimi ancora, dammi una mano, aiutami, dolce bambina”.
“Come piagnucoli bene, vecchio schifoso, stasera!
Quanto hai bevuto, oggi, davanti alla televisione?
Ecco, lo vedi?
Non ce la fai!”
“Ma no, no.
Ecco, lo vedi?”
Ecco, ecco, dai, ancora uno sforzo, dai non ti devi fermare, corri, corri, l’autostrada è libera, adesso!
Non devi fermarti, dai corri, ancora così, fammi correre ancora!”
Ecco, lo vedi, laggiù, lo vedi, c’è un motel!
Dentro ci siamo noi due che ci amiamo, là, come due focosi stalloni, lo vedi?”

“Sogni, Nonno, sogni, sogni di nuovo.
Lo vedi, nonno?
Ancora, non vedi?
“Non c’è niente, laggiù.
Non c’è un motel, là sull’autostrada.
E, poi, neanche tu.
Tu non sei un’autostrada!
La tua macchina è vecchia.
Si ferma, fredda, è senza benzina.
Non parte, non cammina, non corre.
E’ morta.
E anche tu sei morto, povero vecchio bavoso, non vedi?”
“No, Marika, ecco, lo vedi?”
“Ecco!!”

“Non toccarmi, basta, sporco, lurido porco.
Non toccarmi ancora, fai schifo!”
“Devi andare a lavarti, piccola troia, puzzi.
Anche adesso.
Sei zozza, sporca, infetta, malata.
Devi andartene, non posso vederti, schifosa cagna randagia.
Vai via, adesso, vai!
Non mi servi più a niente.”

Non riesco neanche più a respirare, stasera.
L’aria è marcia, di fuori.
E porta la puzza qua dentro.
Se non se ne va, quella cagna, finirà per farmi impazzire.
Devo ammazzarla.
Mi ha trattato come un vecchio bavoso.
Domani vado a comprare un coltello.

“Sei stata brava stasera, Marika.
Grazie!”
“Tu, invece, saei stato il maiale di sempre.
Il solito povero vecchio impotente.
Piagnucoli come un bambino, finchè non ti danno la mano”.
“Sei il mio angelo nero, Marika.
Da dove sei arrivata?”
“Dal paradiso, Nonno, da un paradiso lontano.
E’ cosìdistante che neanche si vede, sulle carte geografiche!
Ma adesso devi darmi venti euro, altrimenti ti ammazzo!”

Domani vado a comprare il coltello.

10 thoughts on “MARIKA

  1. Caro Piero, leggendo questo brano mi viengono in mente le scene immagginarie del Bunga-Bunga anche sè in quel caso il ciarpame era di tutt’altro livello!
    E’ un brano molto particolare ma mi piace vederlo in proiezione della miseria umana e di tutte le ipocrisie che si nascondono dietro belle facciate che non accettano il decorso del tempo e lottano, visto il possesso del dio denaro, per inseguire le gioie sensoriali.
    Con amichevole affetto
    Francesco

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  2. E’ un pezzo di vita, una scheggia sfuggita da chissà quale finestra, scivolata via da qualche palazzone di periferia.
    Dare voce a questi poveri cristi è il mio modo di metterli in piazza, nel bene o nel male che rappresentano.
    Io non amo giudicare, e poi la condotta morale spesso è un falso metro di giudizio.
    Ma, se posso dire una cosa riguardo al tuo commento, qui non c’è niente del bunga-bunga.
    E’… tutt’altra disperazione.
    Un abbraccio,
    Piero

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  3. Non c’è ombra di giudizio in questo brano, c’è solo tanta miseria materiale e morale, quella che abita nascosta nelle periferie più buie delle città e tanta, tantissima tristezza per chi forse ha conosciuto anche qualcosa di buono nella vita e lo ha perso in un abisso senza fondo!

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  4. Due solitudini disperate che s’incontrano, due solitudini cattive. Rese cattive dalla solitudine e dalla disperazione, come un cane che si morde la coda. Sullo sfondo s’intravedono la miseria, la vecchiaia, i giorni che passano sempre uguali in un abbruttimento che nessuno vede, che nessuno coglie, se non loro stessi che, unici, si ascoltano, si odiano e si amano in alcuni sprazzi fulminei di tenerezza (le parole nonno e figlia, sono emblematiche, a mio avviso) E’ un racconto duro, con un linguaggio crudo che personalmente non amo, istintivamente… , ma mi rendo conto che è necessario, quando si devono descrivere realtà di questo tipo: il linguaggio si adegua ai fatti. Quindi non posso dire che non mi piaccia questo racconto, mi piace perchè costringe ad ascoltare anche quello che infastidisce e questo è bene se serve a capire e a riflettere.
    Ti lascio un piccolo regalo, una canzone che mi è balzata subito alla mente, dopo aver letto il tuo racconto.
    E’ anche un modo per farmi perdonare la mia piccola critica, fatta sempre con l’affetto che mi lega a te.
    Un grande abbraccio

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  5. Cara Fausta,
    si, la parola tristezza è giusta veramente.
    Si conosce e si perde, la tristezza, con estrema facilità. Specialmente nelle periferie del mondo (che, essendo più vaste, infinite, sconfinate, includono anche gli abissi delle periferie urbane e di quelle umane).
    Ed è proprio in una di quelle periferie urbane ed umane ad essere ambientato questo racconto.
    Dove il bene ed il male sono solo la vita, dove distinguere diventa difficile e giudicare, impossibile.
    E tutto questo non è perchè voglio giustificare, con la miseria, la volgarità immorale (ben presente nel bunga-bunga, per esempio, ma anche in tanti commerci volgari di anime che avvengono nelle periferie di cui sopra).
    Spesso accade, invece, che certe vite siano solo quello, periferia umana, lontananza da un centro, da una direttrice, da una stella polare.
    Quelle periferie umane, allora, sperse nello sconfinato nulla dell’insignficanza, diventano deserto dell’anima, dove non attecchisce neanche una radice di umanità.
    Tutto ciò accade anche molto vicino a noi, ci capita spesso di leggerlo su internet o sui giornali, oppure di sentirlo in tivvù…

    Questo racconto non scava nell’orrore, inteso come vastità di manifestazione del male, non racconta di sangue, di morte, o di abominio umano.
    Si ferma sulla soglia.
    Sulla linea di un’intenzione.
    Domani vado a comprare il coltello.
    E’ quel gesto pietrificato che mi interessa.
    Come ci si arriva.
    Poi, che abortisca, oppure, al contrario, produca la sua messe di sangue, non mi interessa poi molto.
    Nel nulla di quelle vite, se ci sono riuscito a disegnare quel nulla, a farlo intravedere, in quel nulla matura l’indifferenza, l’invarianza fra la vita e la morte, come due facce sempre possibili di una stessa in-esistenza.

    Non ho idea se il racconto avrà un seguito.
    Non mi è chiaro, ancora.
    Intravedo una direzione, anzi, meglio, il racconto è nato da una specie di visione, chiara, si, molto chiara, di quello che vorrei descrivere.
    Solo che le storie poi vanno per i fatti loro, e adesso non so se Marika non abbia preso una direzione sbagliata.
    Oppure, al contrario, ha preso proprio la direzione giusta.
    Devo parlarci un pò.
    Vediamo cosa mi dice.
    Un abbraccio, cara Fausta.
    Piero

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  6. Mia cara Patrizia,
    la critica non mi dispiace affatto, lo sai, anzi, mi istiga al dialogo, che mi piace veramente: di cosa si parlerebbe se si fosse sempre d’accordo?
    Sarebbe solo un rimbombare di echi ottusi.

    Però hai ragione.
    Il linguaggio è quello che è.
    Ma non poteva essere un altro, qui.
    E, lo sai certamente, non è neanche davvero questo il linguaggio di Nonno e Marika: carissima Amica, che linguaggio ti immagini quando leggi sui giornali le mille nefandezze della quotidianità delle periferie che diventa cronaca ? Quei casi che si replicano sempre con dettagli di orrore e vergogna, delle mille periferie del nostro mondo?
    Io ho usato un linguaggio molto depurato. Al limite, già falsamente moralista per quanto non si è detto (voluto dire).
    Più che altro è la situazione scabrosa.
    Il non detto prevale forse sulle parolacce.
    Ma è questo il racconto. Il racconto di una realtà vera, non distante, che trasuda dai nostri notiziari falsamente moralisti anche loro.
    Ma loro di più!
    Almeno secondo me.
    O, per lo meno, a me non interessa mettermi in competizione sulla falsa moralità, nè mi interessa esprimermi su temi volgari, al limite del pornografico.
    Come hai detto tu, è proprio di due solitudini disperate che s’incontrano, s’abbracciano, si respingono, che si parla, corpi e anime che vivono nel vuoto, come asteroidi senza meta, su questa terra.
    Forse non hanno neanche un nome, come mille corpi celesti mai visti, mai censiti, mai battezzati.
    Ecco, quel vuoto, è il mio soggetto.
    Posso io dargli una voce?
    E’ troppa la mia presunzione?
    Ok.
    Mi limito a dargli un attimo di evidenza.
    E, così, anche un pizzico di esistenza (solo un pizzico, non di più, quanta ce ne può essere in un racconto immaginato): perchè, in fondo, non so se nel loro mondo reale, le mille Marike importate dai quattro angoli del mondo hanno davvero un’esistenza, ed i mille vecchi Nonni dimenticati hanno un attimo di vita.
    Un bacio, cara Patrizia, come sempre con affetto sincero.
    Piero

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  7. L’ho capito Amico mio e sono d’accordo con te, il linguaggio non poteva essere diverso. Il tuo è un racconto, non una poesia e come ti ho detto, per descrivere o meglio, per raccontare certe realtà non si può usare un linguaggio neutro. E poi, pensandoci bene, chi l’ha detto che in poesia, non sarebbe stato lo stesso?
    Volevo dirti, per onor di verità, che è vero, a me non piace molto questo tipo di linguaggio, ma non è per moralismo, non so… è un’ istintiva repulsione e riflettendo, capisco che questa repulsione è dovuta al fatto che rifuggo da queste realtà, almeno quando scrivo. Mi faccio coinvolgere dalla bellezza, anche piccola, che mi sta intorno, da un mio sentire individuale e soggettivo che mi porta, come ancora ti ho detto, ad una scrittura “egoistica”. Ecco, questa repulsione di un linguaggio, probabilmente è una repulsione verso certe realtà. Vederle mi angoscia e allora, con vigliaccheria, mi rifugio in un altro mondo, quello che mi fa star bene. Almeno nella scrittura posso farlo. Nessun giudizio, questo è certo, assolutamente…chi siamo per noi per giudicare le vite degli altri? Questo spetta ad altri.
    Ecco…ora sai qualcosa in più del senso del mio scrivere e sai una cosa? L’ho compreso anch’io ora…grazie a te.
    Ricambio il bacio, con affetto. E’ il mio grazie.

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  8. Il paradiso è lontano, caro Piero, anzi nemmeno nel pensiero
    Questa visione racconto è terribile, cruda ma reale nello stesso tempo… Tempi di Oggi
    Bravo, gradita molto
    Abbraccione
    Mistral

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  9. Carissima Patrizia,
    il tuo modo di scrivere è molto concreto, pratico, fisico, se posso usare questa parola: le tue poesie più belle mi hanno fatto toccare con l’anima l’essenza di cose quotidiane, materialmente, direi; e sono legate ad al tuo universo sensibile che è un pò un’estensione del tuo corpo. Io questo ho sentito nel leggere le tue parole.
    Forse, secondo le classificazioni che tu, come insegnante, mi insegneresti, definiresti il tuo scrivere (non tanto “egoistico”, come hai detto), ma “intimistico”, no?
    I miei temi sono più… politici, me lo passi il termine?
    Per me, dare vita alle mie creature (sai che uso questo termine nello stesso senso con cui parlo di “fisicità” per le tue poesie) è un modo per… dargli un’ora d’aria. Vivono carcerati nei loro mondi, reclusi in celle di vita insignificante, di cui non sono neppure consapevoli. Sono morti senza neanche sapere di essere stati vivi. Ecco, io cerco di farli vivere almeno il poco tempo che stanno su una pagina del blog, davanti agli occhi di chi legge, e magari nel suo cuore, toccato da un sentimento di solidarietà per quelle povere creature. A questo aspirerei con lo scrivere (più o meno).
    In questi universi solitari c’è tanta umanità, molta più di quanta se ne possa trovare in tanta letteratura (editoriale, bloggistica, cinematografica, etc.) da evasione.
    Dirai che sono presuntuoso.
    E forse hai anche ragione.
    Ma finchè non vado ad invadere spazi di altri, che male faccio?

    Ogni tanto, spesso, penso che mi piacerebbe pubblicare editorialmente i miei scritti, magari avendoli messi a posto meglio. Alcuni, forse, potrebbero essere anche dignitosi, almeno, non peggio di certi prodotti da banco che si trovano sugli scaffali delle (no, non delle farmacie, ma delle…) librerie.
    Non parlo delle poesie, che sono solo dei tentativi molto artigianali, senza vera tecnica, quanto di alcuni racconti.
    Chissà, forse una volta ci proverò; ci penso.
    Adesso credo di avere trovato anche un nome, un titolo, per una raccolta.
    Chissà.
    Qualche volta tiro una stampa e mando … il manoscritto…
    Intanto ho montato le storie di alcuni personaggi in blog “tematici” (raccontoblog).
    Chissà, anche per questi raccontiblog, una volta li faccio girare.
    Chissà.

    Un bacio,
    Piero

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  10. Mia cara Mistral,
    grazie davvero, col cuore.
    Si, hai scelto le parole giuste: mondi di oggi.
    Pare di sentirli, di vederli, questi mondi, solitari come monadi leibniziane, bastanti a se stessi, eppure così fragili e bisognosi di compagnia.
    Tanto da stringersi addosso gli uni agli altri, per non morire di solitudine.
    Un abbraccio,
    Piero

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