MUTO MIRACOLO

photo by Pierperrone

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Figlio mio.
Figlio mio, posso chiamarti così?
Per una vita intera ti ho lasciato, per cercarti, e mai trovarti, nelle immense solitudini del mondo.
E stasera, invece, proprio stasera, mi accorgo che ti ho sempre lasciato andare da solo e non ti ho cercato mai davvero.
E ora, proprio stasera, figlio mio, io ti cerco?
Proprio stasera devo cercarti?
O non sei forse tu che sei venuto a cercare me?
In questa sera tremenda.
A pretendere di avermi vicino.
Io, io che sempre ti sono stato lontano.
Tu, stella persa in cielo.
Io, cielo spento.
Tu, luna nuova.
Io, notte buia.

Figlio mio.
E quando ho imparato il nome tuo, figlio mio?
Tu che non fosti sangue mio mai, prima di questa sera, figlio mio, da chi avesti il nome che porti addosso e che ti porta sulla croce?
Tu che predicasti amore, ti chiamasti amore, chiamando il cielo col nome di padre e il mondo col nome tuo.
Ed io che, sordo, non seppi udire mai il tuo richiamo.
Io che, muto, non seppi mai pronunciare il nome tuo.
Io che armai la mano del coltello lucente.
Che nel buio delle carni spinsi quel coltello, nel seno di tua madre.
Io, che cieco di furore andai girovago per il mondo, ti lasciai andare girovago per il mondo.
Ma io, peregrinando nel buio dell’abisso, cercavo solo di nascondere l’abisso di me stesso.
Tu, invece, cuore generoso, a lungo mi cercasti, invano.
E mi ritrovasti solo quando, oramai, eri giunto sull’orlo estremo del tuo abisso.
Ma quale differenza fra i nostri abissi!!!
Quanta!
E ora, mentre s’avvicina l’eco dell’abisso oscuro della notte senza fine, ora, finalmente, posso chiamarti figlio mio?

Questa notte il buio si farà più fitto, oscuro, si colorerò di tenebra.
E non giungerà il mattino, domattina, a rischiarare ancora il mondo.
E nel silenzio annegherà la notte.
Nel silenzio asfissiante che strozza ogni luce.
Ma la tua voce, in questo silenzio infinito del mondo, mi è giunta chiara, figlio mio.
E mi ha chiamato.
Padre!
Con quale forza suprema il tuo silenzio comanda al cuore mio!
Richiama, il tuo dolore, altro dolore.
Il sangue, cerca altro sangue più rosso del tuo.
Vidi le guardie, ebbre, all’osteria.
Ridevano sguaiate e si raccontavano l’un l’altra d’un invincibile silenzio.
Era l’infinita forza tua.
Il re dei re, sei tu.
Nudo, muto, hai sconfitto con la muta nudità del silenzio il potere nudo del giudice inflessibile.
La sue parole sorde, nude d’ogni significato, mute, rimbalzavano contro le pareti della cella, senza sfiorarti, senza ferirti, senza colpirti.
Tu, che lo sberleffo del popolo ignorante aveva chiamato re dei re, tu, ti sei fatto giudice dei giudici.
Tu che hai dato col silenzio forza estrema alla legge del silenzio, alla legge ti sei rivolto, alla forza della legge che ha ordinato al giudice di compiere, domattina, all’alba, il suo destino.
E tu, figlio mio, hai ordinato a me, nel silenzio del mio cuore, stasera, di venire a piangere ai piedi tuoi.

Io, Giuseppe, uomo modesto e mite, gran lavoratore, disonorato, ero stato scacciato dalla mia stessa famiglia.
Io, amato da una donna soltanto, tua madre, al di sopra del suo stesso bene, ho messo in dubbio, da allora, il suo amore fedele.
Io, sono stato accecato dal furore e arso dall’orgoglio ferito.
Io, ho messo quel furore e quell’orgoglio tra le spine della corona che hanno alzato sul tuo capo, o re dei re d’ogni popolo.
Io, ho messo la vita di tua madre sulla punta del mio coltello, sporco di grasso e grasso di fango.
Io, assassino e indegno del destino generoso d’esser padre, stasera ti cerco, figlio mio.
Ti cerco, stasera, figlio di cui ho conosciuto soltanto stasera l’alto nome scritto in cielo.
Io, Giuseppe, padre di Salvatore, orfano di Maria e assassino dell’amore.

Amore.
Amore, senza nome.
Amore, che prendesti le sembianze di angelo biondo in camice bianco.
Amore, che prendesti il colore rosso della rabbia e del sangue.
Amore, che entrasti nelle carni di un povero giglio in forma di seme ed in forma di lama.
Amore.
Amore, dalle carni squarciate.
Amore, dal cuore spezzato.
Amore.

Stasera, luna, non guardarmi.
Luna, stasera, chiudi i tuoi occhi e prega.
Un miracolo accadrà, prima che giunga mattina, se mai, una mattina ancora potrà dar luce al mondo perso nel buio.
Luna, prendi un angolo buio del cielo e nascondi il mio pianto.
Luna, ombra, notte, tenebra, abissi, prendetevi per mano e spalancate le vostre terribili fauci.
Eccomi.
Accoglietemi.
Accogliete un povero uomo, debole, impastato di bene e di male, di carne e di sangue, di vita e di morte.
Nascondete per sempre un povero padre che scopre l’amore del figlio nel momento più estremo.

Stasera, o cielo senza stelle, non basta il manto della morte a nascondere un povero cuore straziato.
Stasera deve accadere un miracolo.
Nel silenzio del mondo si spande la mia muta voce potente.
Risuona più alto, nel muto silenzio, il comando muto della sua volontà.
Deve giungere fin dove non può più giungere alcuna parola a portare conforto.
Un figlio si deve salvare.
Solo la salvezza di un figlio potrà portare la salvezza di un padre.
Un padre deve salvare un figlio messo in croce dal muto orgoglio ferito d’un giudice sordo.
Al giudice quel padre dovrà dire ciò che non ha saputo dire a quel figlio.
Dovrà raccontare, quella muta voce di padre, il silenzio nel quale aveva smarrito la voce del figlio.
Al giudice quel padre dirà che, sordo, non aveva saputo ascoltare la voce dell’amore che, forte, chiamava.
L’orgoglio ferito gli aveva tappato le orecchie.
L’orgoglio ferito lo aveva assordato.
L’orgoglio ferito gli aveva fatto perdere un figlio.

E un muto cuore di giudice dovrà assistere al pianto muto d’un padre.
Un giudice che sa d’esser giunto al limite estremo del suo inganno fatale, si piegherà ad asciugare le lacrime d’un padre ferito, per provarne sollievo.
Si disseterà di quel pianto.
Vedrà nel riflesso d’una lacrima muta il muto fantasma d’un orgoglio ferito.
E, nell’estremo momento fatale del suo destino di giudice sordo, scambierà l’orgoglio ferito d’un padre per il suo orgoglio pentito.
La luna e le stelle non sveleranno l’inganno pietoso.
Il miracolo si compirà, questa volta.
Il muto silenzio della notte nasconderà i due muti uomini stanchi.
La volontà del silenzio germoglierà dall’amore di un figlio.
E prenderà le forme di giudice giusto.
Per condannare due vecchi ad espiare con l’eterno silenzio la colpa dei loro orgogliosi silenzi.
Si perderanno nel buio i loro ricordi, sbiadirà ogni memoria, svanirà ogni fantasma di morte.
E dovranno piangere insieme, stasera.
Dovremo piangere insieme, io, tuo giudice indegno, e tu, indegno padre d’un figlio.

6 thoughts on “MUTO MIRACOLO

  1. Queste tue parole raccontano una storia molto ricca di tratti delicati e teneri che descrivono e rafforzano la figura del padre e l’amore per la sua famiglia. Caro Piero, il tuo racconto rende molto bene e mi affascina, tra l’altro proprio domenica ho vissuto la rievocazione del presepe nel ruolo di S. Giuseppe, con mia figlia nel ruolo di Maria, quindi mi sono coinvolto nella storia sentendo ancora di più la profondità spirituale di questo periodo dell’anno.
    Sono molto contento di aver inserito il tuo blog sulla mia blog line, perchè questo mi permette di leggere i tuoi piacevoli racconti, spesso accompagnati da straordinarie fotografie.
    Ti lascio l’augurio di trascorrere un sereno periodo di festa e un buon Natale
    Con affetto sincero
    Francesco

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  2. Stasera, vigilia di Natale, solo silenzio.
    È quella davanti alla quale questo padre si specchia con tutto il suo dolore la vera notte santa……
    Ed è sulle tue parole che si ferma il mio cuore….

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  3. Caro Amico, sull’onda di questo dolcissimo racconto, ti lascio i miei auguri più cari di un sereno Natale nell’abbraccio della tua famiglia.
    Con affetto
    Patrizia

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