LA VOCE

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Io l’ho interrogato a lungo.
Uno stuolo di guardie e sacerdoti mi è stato testimone.
L’ho interrogato, ho scavato dentro di lui, mi sono spinto fin dove nessuno poteva immaginare si possa spingere l’interrogatorio di un prigioniero, l’ho sospinto ai limiti estremi di ogni resistenza e l’ho spinto nelle regioni più estreme della colpa, lì l’ho accerchiato in un assedio asfissiante e non riuscendo ancora ad espugnare la sua fortezza non mi sono arreso, non mi sono tirato indietro, non ho desistito, non ho ceduto, non ho fallito!
Ho provato con tutte le altre armi con cui si conduce la lotta contro la colpa che si nasconde dentro un prigioniero.
Ho usato l’astuzia di mille inganni, e con l’inganno non ho aperto le sue porte!
Allora l’ho accarezzato con la blandizia, con la furbizia più più scivolosa, e sono scivolato sulla strada che pensavo mi conducesse a lui.
Ho usato la carezza della voce per far più male con la violenza della mano.
L’ho spinto nel baratro del dolore, ma invece, l’ho innalzato sulla colonna dell’onore.
Ma, infine, l’ho inchiodato.
Domani mattina, all’alba, lo inchioderanno in cima alla sua croce.

Gli ho chiesto, burocraticamente, “Dimmi il tuo nome e dimmi da dove arrivi”.
Gli ho chiesto pure, quasi curioso, “Dimmi il tuo nome e dimmi che lavoro fai”.
Scocciato, gli ho chiesto più duramente “Dimmi il tuo nome e dimmi dove stai andando”.
E ancora, per dar forza al potere imperiale che rappresento in questa terra, gli ho chiesto “Dimmi il tuo nome e dimmi cosa chiedi tu agli uomini”.
Disperatamente, gli ho anche chiesto “Dimmi il tuo nome e dimmi cosa prometti loro”.
Ho chiesto.
Ho chiesto, ho chiesto e ho chiesto!
Ho chiesto e ho atteso.
E con pazienza, ancora, ho atteso.
Forte delle mie certezze, ho atteso.
Ho immaginato le sue risposte.
Le ho previste.
Le ho maledette dentro la mia testa.
Ho aspettato, poi, ho chiesto ancora.
E invano ho atteso, nel silenzio.

Ho pensato “Certamente è muto”.
Ho sperato “E’ tutto un inganno, una chiacchiera della gente del volgo”.
Sollevato, ho pensato “Posso lasciarlo andare, non è nessuno, è solo mentecatto”.
Nel silenzio, ho pensato “Il volgo è un popolo senz’anima. L’hanno venduto senza avere neanche una ragione”.
Con disprezzo, ho pensato “Traditori, l’han venduto per pochi miseri denari.
Eppure ci hanno pure guadagnato loro. Tanto poco vale questa merce nello scambio”.
Ed io, invece, ci ho guadagnato qualcosa forse nello scambio?
Impassibile, son rimasto a guardare, con gli occhi sbarrati nel silenzio, il corpo suo che si contorceva sotto la sferza sibilante.
Ho atteso le sue urla disperate, la tempesta del suo pianto, la sua richiesta vile di pietà.
Ho atteso calmo, come un piatto campo arso dall’estate, ho atteso sotto al cielo muto del silenzio.
Non è giunta una sola goccia di lamento, un’implorazione, una preghiera.
Io, il suo dio su questa terra, in quella nera dura cella, ho atteso invano, nel silenzio nero, duro, cupo, tetro.
Intanto, coi ferri acuminati, ho lavorato le sue carni, rendendo più profonde le ferite dell’attesa.
Ma, alla fine, la mia attesa è durata più a lungo della mia pazienza.

Alla fine, liberando l’anima mia, ho urlato il mio ordine “Sia messo sulla croce!”
Gli ho urlato in faccia la mia rabbia.
La mia impotente disperazione.
Ho urlato, invano.
Per spezzare il silenzio, freddo, e pesante, duro, mortale che s’era fatto dentro la mia anima imprigionata nella cella al posto suo.
Ho urlato, per dare voce alla sua voce.
Ho urlato per riempire le mie orecchie del suono di una vita.
Ma la mia voce non bastava.
Non riusciva ad entrare nella sua bocca, a scendere nella sua gola, a vibrare sulle sue corde vocali, a farsi aria nei suoi pomoni, volontà nella sua mente.
La mia lingua si contorceva, ma inciampava, scivolava di continuo, finchè si è persa, secca, nella mia gola arsa.

Ho scolpito nell’aria pietrificata della cella i segni del mio volere assoluto.
I miei ordini perentori hanno condannato un uomo senza voce.
Un muto, un morto, un dio.
La sentenza di morte scritta sull’ispida pergamena dal cancelliere è la rappresentazioni eterna del mio impotente potere.
Sono stato incapace di trasmettere alle sue labbra il mio volere.
Anche se gli ho urlato in faccia la mia voce.
Gli ho sputato addosso il mio disprezzo, la mia sconfitta.
Gli ho scagliato addosso il nome suo, come fosse un duro sasso l’unico.
L’ho battezzato per la seconda volta.
Gli ho dato l’unico nome che si meritava.
“Traditore!”
Rabbioso, lo staffile del mio aguzzino s’è accanito sul fantasma del suo corpo martoriato.
Rabbiosa, ha ringhiato invano la fiamma nel camino.
Attendeva di mordere, ingoiare la sua razione giornaliera d’impotente disperazione.
Ma anzichè la sua carne, la fiamma ha morso la mia anima.
L’aria di pietra della notte s’è fatta, nella cella, coperchio d’un sepolcro.
Il mio.
Con le mani volte al cielo, ho cercato di sorreggere la volta incombente dell’inferno che avevo spalancato.
Nella notte, l’anima s’angoscia nel silenzio, che diventa mostro, eco dell’abisso, ombra della morte.

E l’ho lasciato annegare in quel lago scuro di silenzio.
L’ho condannato a morte per un reato non confesso.
Traditore, e vile, usurpatore del regno.
Re del suo popolo senza voce.
Ed ora, nel silenzio della notte, annego nel mio lago nero.
La sera tramonta nella notte.
Avrei voluto vedere il terrore nei suoi occhi.
Almeno la paura.
Il pianto dei condannati a morte.
Le richieste vane di pietà.
Così che io, re dei re, potessi dare segno del mio potere.
Vita o morte.
Il destino d’un uomo nelle mie mani.
Adesso, invece, il filo della mia vita è nelle sue mani.
Domani, all’alba, salirà sulla croce.
Ed io porrò fine ai miei giorni.
Sconfitto dal silenzio.
La voce che mi ha assordato.

4 pensieri riguardo “LA VOCE

  1. Non so perchè, ma in questa figura di giudice che non può non riportare a Pilato, ci vedo l’umanità. Noi tutti, uomini e donne che. al di là del credere o del non credere, rifiutiamo il Bene, in nome di altro… a tutti i livelli. Chi è in alto, in grande stile, chi è piccolo, in modo forse più mariginale, ma non per questo meno deleterio e condannabile. Tante piccoli rifiuti, valgono un unico grande rifiuto. E il mondo va come va…

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  2. Mia cara Patrizia,
    il mondo non va bene, in questo periodo, o almeno non quello che gira dalla nostra parte.
    Pare che la gran rivoluzione che stiamo realizzando – dico noi umani, in generale – non sia esattamente come l’avevamo sognata alcuni decenni fa.
    Speravamo in un ordine mondiale, in una ragione universale, in una giustizia per tutti.
    E cosa vediamo invece introno a noi?
    Il mondo in cui ognuno fa quel che gli pare e vada tutto il resto vada a ramengo… in pratica stiamo realizzando il trionfo della libertà, ma di una libertà che è arbitrio, legge del più forte, come accade nella giungla, nella quale tutti sono liberi e nessuna legge viola o limita quella libertà: ma è questo che vogliamo?
    Era questo che volevamo costruire?
    O, più precisamente, oggi vogliamo davvero costruire qualcosa oppure tutto accade come per caso?
    Io credo molto che stia accadendo proprio questa ultima cosa, la realizzazione del caso, ovvero, l’abbandono della progettualità dell’uomo.

    Ma, amica mia, il fatto che le cose nel presente vadano così non significa poi davvero molto.
    Il domani è sempre incerto, aperto, indefinito.
    Dentro di me, i sentimenti e la ragione esistono e si contendono il campo, e come in me, anche nell’intera umanità, di cui sono una molecola, come te, d’altra parte.
    In questa infinita contesa fra il bene ed il male non vincerà mai nessuno dei due per davvero, nessun contendente potrà davvero sconfiggere l’altro e liberarci il campo dal suo cadavere.
    Possiamo dirla anche nel senso che la storia di Davide e Golia è sbagliata, è solo il mito della speranza, non il canto della vittoria.
    Non può, pur se ci può far piacere, il bene, trionfare sul male in modo definitivo.
    E in questo pensiero, che è di male, no?, c’è pure del bene, perchè, se è pur vero che il bene non potrà trionfare, è vero anche il contrario: il male non può vincere, nè del tutto, nè definitivamente.
    E ti pare poco, amica mia, di questi tempi?

    In questo racconto continua la storia di Salvatore, anche se qui non ne faccio mai il nome.
    Una specie di natività all’incontrario, di viaggio dall’inizio alla fine, o viceversa, ancora non lo so.
    Il giudice aguzzino di questo racconto è il giudice che penso io, un giudice come io penso che debbano essere i giudici (come categoria, non come singole persone, ovviamente).
    Uno che deve decidere di condannare.
    Uno che, fra il bene ed il male, deve decidere da che parte stare.
    E ovviamente comunque decida, commette un errore.
    Anche se sceglie di stare dal lato del bene.
    Anche se spesso decide, invece, di stare dal lato del male.
    Perchè, altrimenti, non ha un ruolo nella storia, nella vita, nella società.
    Ma un giudice che non può concepire l’eternità della lotta che si svolge fra il bene ed il male che si svolge sotto i suoi occhi, quella lotta senza fine che è la realtà, ecco, un giudice, allora, è solo un povero cieco, un frustrato, uno sconfitto.
    E se per caso dovesse capitargli l’occasione di scoprire qual’è la sua vera condizione, allora, amica mia, cosa gli rimarrebbe da fare?
    Solo allestire un finale non lieto.

    Non so se sia questa la “morale” di questo racconto.
    Non metto mai insieme una storia e un significato, una morale.
    Tu spesso mi porti a ragionare sul bene e sul male, ma non ne so venire fuori dignitosamente, lo vedi.
    Le mie storie forse stanno diventando noiose.
    Forse devo finirla con questa specie di piccola quinta teatrale.
    L’unico modo per dargli ancora un senso, a queste storie, è lasciarle vivere da sole.
    Solo se, per caso, continuassero ad avere ancora un senso, queste storie, andando da sole per i fatti propri, se continuassero a sorreggere ancora il peso di un senso di realtà e di verosimiglianza, questi personaggi abbastanza inverosimili, vedendosi su un palcoscenico così solitario, solo in casi così estremi potrebbero continuare ad andare avanti, a vivere.
    Loro sono questo blog, in qualche modo.
    A mio vedere, senza dare senso eccessivo a queste storie, ancora mi diverte creare personaggi e metterli alla prova.
    Vedere se cadono o se restano in piedi, se reggono e se cedono.
    In questo periodo ho questa strana fantasia zoppa.
    Poca morale, poca politica, forse perchè la realtà, oggi, come dicevo sopra, è priva o quasi di senso morale o politico, e i fatti che si leggono ogni giorno sui mille mezzi di comunicazione superano ogni possibile fantasia, per quanto sono straordinari, nel bene e nel male.
    Raccapricciano e meravigliano, sconvolgono e ammaliano.
    Nessuna storia, oggi, può battersi con la realtà.
    La realtà è diventata iperrealista.
    Non mi resta che battere in ritirata.
    Verso territori da scoprire.
    Là, vanno, là sono diretti i miei personaggi.
    Là cerco di guardare anch’io.
    Anche se non ha gra senso tutto questo.
    Ed è la ragione, l’unica, per cui non metto la parola fine: voglio vederci qualcosa anch’io.

    Un bacio, amica mia.
    Buonissimo Natale a te e tutti i tuoi cari: tra quelli metto i tuoi bambini di scuola.
    Piero

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  3. Sono entrata tra queste tue ultime parole, come ero entrata prima nel racconto e le ho sentite mie….
    Io credo ancora nella speranza, e spero ancora che al Bene venga dato uno spazio maggiore, anche se il Bene richiede tempi lunghi, più lunghi di quanto vorremmo.
    Vorrei vederlo accadere presto, prestissimo ma so che non può essere e vado cercandone i piccoli segnali.
    Quel silenzio che non è sottomissione, che non è incapacità di parlare o di difendersi, obbliga il giudice a mettersi davanti a se stesso e lo “scardina” dalle sue sicurezze…. non ha appigli a cui aggrapparsi per formare un giudizio….
    Vedi, penso che sia proprio tutto questo rumore del mondo ad impedire alle persone di accettare la propria verità, si fugge dal silenzio, dai momenti di sosta, dal tempo della riflessione…
    Per questo è così bello leggerti perché le tue parole fanno riflettere, come se fossero silenzio…. spingono a capire, ad andare in profondità…. e se si inizia il viaggio non si sa come, dove è l’arrivo…
    Tanti auguri, che sia un Natale sereno e lieto, di chi ha visto una scintilla illuminare il cielo…
    Buon Natale a te e alla tua famiglia!
    Fausta

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  4. Carissima Fausta, diciamo che viviamo perchè questa lotta fra il bene ed il male non cessi mai.
    Diciamo che lo pensiamo un pò come diceva Gaber per la libertà: libertà è partecipazione.
    Partecipazione a cosa?
    A questa lotta, a questa eterna lotta fra il bene e il male.
    Noi stiamo dalla parte del bene.
    Anche se, è inevitabile, inesorabile, inspiegabile, involontario, necessario e fatale che anche dentro di noi la lotta abbia luogo… siamo noi stessi parte del campo di battaglia.

    Il silenzio: e che dire?
    Ogni parola non sarebbe che profanazione.
    Il silenzio mi piace, trovo che sappia parlare benissimo, e sappia dire più di mille discorsi, in modo preciso e inequivocabile.
    E ha parlato anche al giudice, con tutta la sua forza, con tutta la potenza della sua voce che viene dal profondo.
    Oggi, il silenzio, si è vero, mette soggezione, paura, spavento, sgomento… ed è vero, a volte il silenzio può anche mettere ansia, angoscia, terrore, ma in quel caso, forse, non è il silenzio il colpevole, ma il fatto che si sta in attesa di una voce, che si vuole una parola, che si attende un suono, un intervento esterno, un aiutino… o peggio, il silenzio, come dici tu benissimo, ci invita a riflettere, a cercare dentro noi stessi, a metterci in sintonia col mondo, con l’universo, col creato… e questo per molti è come mettersi sull’orlo del baratro, sul limite del vuoto, come stare in equilibrio precario, e quella parola che si aspetta, che si cerca disperatamente altro non è che una mano a cui aggrapparsi… ma in tempi d’egoismi, sfruttamenti, profitti, che aiuto vogliamo ci aspettare? Forse una mano che si spinge giù, non certo una che ci trattiene…

    Per il resto, grazie, sei davvero sempre cara.

    Augurissimi anche a te, cara Fausta.
    Buon Natale a te e tutti i tuoi cari.

    Piero

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