OTTO DICEMBRE

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photo by PIerperrone

La due cavalli si mosse lentamente.
La messa in moto era stata difettosa, quell’asinello soffriva d’asma e tossiva nella polvere.
Una bestia da soma, un mulo, un asinello sempre carico di legna, assi, tavolini, semilavorati, sacchi di juta pieni di trucioli.
Una benedizione.
Una manna dal cielo.
Portare al mercato le povere merci lavorate in bottega con il macinino era sempre meglio che doversele caricare a spalla, e se la gazoline costava cara, sempre meglio d’un asino vero, che mangia tutti i giorni ed ha anche bisogno di cure e stallaggio.

Maria era salita al volante.
L’umo, stanco, s’era messo dietro, per riposare, o forse per nascondere le lacrime che ci perdevano in mezzo alla barba sporca.
Nella sera, il limite dell’orizzonte s’era fatto bluastro.
In cielo,la falce di luna faceva compagnia alle prime stelle solitarie.
Nel viaggio ne avrebbero viste tante, di notte, di stelle, ma quelle più tristi erano le prime stelle che s’accendevano di sera, sole, sembravano profughi in fuga.
Proprio come noi.
Il pensiero di Giuseppe era confuso, amaro, rabbioso.
Un uomo che sta per diventare padre non può capire la sua gente che lo scaccia, la famiglia che lo rifiuta, il paese che si nasconde per non vedere.

Maria guidava piano.
La polvere aveva riempito l’abitacolo dell’utilitaria e s’impastava con le lacrime e il sudore.
Le mani della ragazza tremavano un poco, come il respiro, singhiozzante, che si spezzava a tratti.
Ma lei non sapeva piangere.
Aveva dimenticato.
La vita, con dure lezioni, le aveva insegnato che per una ragazza bella non c’è spazio per piangere, il pianto spetta solo ai bambini.
Nel tempo di guerra per una ragazza non c’è spazio per piangere, solo per soffrire in silenzio.

Lontano, da dietro, una jeep li seguiva con i grandi fari alti accesi.
Sembrava voler spingere la vetturetta fuori dai confini del paese.
Era il padre di lei a guidare.
Rabbioso, malediceva quella figlia puttana.
Aveva giurato sul suo onore di rimettere le cose a posto, ammazzare quel giovanotto spudorato che aveva osato mettere incinta la sua bambina…
La sua Maria.

Quante volte aveva provato piacere ad accarezzarla.
Guardarla nuda, al lago, mentre faceva il bagno nell’acqua argentata, era gioia pura, come dissetarsi alla fonte della purezza.
Un padre, un uomo, un pretendente, un amante.
Erano troppi, due uomini, per una dolce ragazza, in paese.
Lui aveva giurato che l’altro avrebbe finito per pagare cara la sua vicinanza a Maria.
Ma chi era a giurare sul sangue d’un uomo?
Un altro uomo chiedeva il sangue d’un uomo?
Perchè?
Per una nuova preda da catturare?

Maria diceva che non era stato Giuseppe a metterla incinta.
Gli schiaffi, i ceffoni, i digiuni, le urla, niente l’aveva convinta a confessare il peccato.
Il padre, di nome Gioacchino, era per tutti, in paese, un uomo mite, ma per Maria era solo l’orco che schiumava di rabbia.
Non poteva bere la fandonia dell’angelo in camice bianco sceso dal cielo a portare la buona novella.
In ospedale, dove lavorava Maria, di angeli in camice bianco ce n’erano troppi.
E anche Giuseppe, nel suo sozzo camice bianco, in falegnameria, era un angelo biondo.
E giù schiaffi, e calci.
Pugni nello stomaco del povero Gioacchino.

La strada s’era fatta una lunga scia che serpeggiava nell’ombra.
La vettura andava piano, nella notte, sbandava, sembrava precipitare dal bordo del burrone che fiancheggiava, come un inferno, la parete irta della montagna.
Sottile come il confine fra il bene ed il male, quella via che correva strisciando fra la roccia ed il vuoto, era l’unico modo per tenersi aggrappati alla vita.
Maria s’era spostata sul sedile di fianco, quando Giuseppe, finalmente, s’era riavuto e aveva preso il posto di guida.
Guardavano il vuoto davanti, di fianco, ed il pieno di dolore, freddo come la roccia scoscesa che s’alzava fino al cielo senza pietà.

Erano sfatti, svuotati, stanchi, demoralizzati.
La fuga già sarebbe stata un dolore, ma esser scacciati di casa, disonorati, svergognati per aver commesso un atto d’amore, era fin troppo per due giovani così innamorati.
La vita s’era fatta dura, per loro.
E fin troppo presto avrebbero avuto un figlio nato in una terra sconosciuta, un senza dimora, un fuggiasco.
Parevano perdersi d’animo ad ogni momento.
Ma si sa, nelle vene, l’amore compie miracoli.
E basta vedere il sole, lontano, buttare un fiotto di luce su un fiume distante.
E si fanno mille progetti.

4 thoughts on “OTTO DICEMBRE

  1. So che avrà un seguito questa storia che è così vera e così vicina ad un’altra ascoltata e poi letta e riletta e riletta per comprenderla fino in fondo e per assaporarne la verità e la durezza chiusa in parole addolcite….

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  2. Forse, cara Fausta, un seguito potrebbe esserci davvero.
    Non sono del tutto certo, però.
    Non so se ho il cuore grande abbastanza per una storia così, o abbastanza parole.
    In questo avvio ero preoccupato di toni e parole che erano venuti fuori, perchè è come dici tu, questa storia è storia vera e dura, cruda, amara e che finisce male.
    Cosa posso dire, io, di originale, in una storia così?
    Però, è vero, mi fa piacere dare la vita a chi, invece, dalla vita ha avuto così poco, è il mio modo di fare “politica”.
    I poveri cristi, come li chiamo io, con la minuscola, non hanno voce in capitolo, nessuno li interroga – a parte la polizia qualche volta – e quindi non hanno una vita.
    E anche Giuseppe, Maria e Salvatore sono poveri cristi, costretti a fuggire, come tanti altri poveri cristi…
    Ma sei proprio sicura che vorresti sentirla, una storia così?
    Un caro saluto
    Piero

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  3. Sicura, perché è proprio da tanto dolore che paradossalmente arriva la “salvezza” (ognuno può intenderla come vuole e sente….)
    Anche per i poveri cristi….. se le menti e i cuori riusciranno ad aprirsi!
    Tu lo hai il cuore grande per andare avanti!
    Un abbraccio
    Fausta

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