PINOCCHIO E IL SUO TEMPO

photo by Pierperrone

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Adesso sono molto vecchio.
Sotto l’albero sto, burattino di legno con i rami riversi a terra.
Salice su cui è inciso un nome di una lettera sola.
Un segno di tanto tempo fa che il tempo sta portandosi via poco a poco.
Il mio tempo è quasi finito.
Almeno, quasi.
Il mio tempo mi fu rubato ed io poi rubai il tempo ad un altro tempo che rubò ciò che non poteva più esser mio.
Il mio nome è il mio tempo e quando mi rubarono il nome, e col nome, la vita stessa, mi rubarono il tempo.
A un uomo non è concesso di viver senza tempo.
E un uomo senza nome e senza tempo, se non è più un uomo, cosa mai è ancora?
Carne, sangue, cuore, anima!
Rispondete.
Cosa mai ancora credete di essere, voi?

Non è una semplice questione di nome o di tempo, come potrebbe sembrare a prima vista.
Riflettete bene, prima di rispondere.
Non si tratta di dire, mi hanno rubato il nome e, così, un grumo di carne tiepida comincia lentamente a raffreddarsi, senza più un fuoco che intimamente la riscaldi.
Sarebbe sciocca e banale, una storia così.
Riflettete, voi, prima di tentare una risposta.
Io, con l’esempio mio, potrei darvi una lezione.
Io, che non fui più io, quando mi rubarono il nome.

Vagai senza requie, nè meta dove mettere i piedi al sicuro.
Maschera senza identità, vagai nella terra dell’oblìo, come una stella spenta nel buio della notte.
Mi dichiararono morto, le voci ufficiali di quei fantocci col un nome appiccicato su divise da carcerato.
Ma i morti veri mi cercarono, per darmi requie, e rifugio, e speranza, ancora, loro che di speranze non possono ormai averne più.
E così trovai ricovero tra i nomi appesi sulle spalle dei morti incarcerati dentro celle di zinco sigillate.
Ma non durò a lungo, quel vagare come mostro in mezzo ai mostri.
Andavo nudo e fui scoperto.
Cercavo di coprirmi con la veste rubata ad una identità sepolta senza sapere che offrivo l’ultima mia calda vena al vampiro affamato d’un briciolo di speranza.
Cercava, il mostro maledetto, un corpo a cui attaccare l’etichetta morta del suo nome.
Trovandomi, lo prese, e subito fui suo, senza tempo di chiedermi perchè.

Tempo, il tempo, maledetto, fu la spina che mi punse.
Il tempo che non fu più, da allora, il tempo mio.
Vivendo i giorni del nome di qualcun altro, mi chiesi cos’era mai vivere una vita già passata.
Esser rapito da un morto incartapecorito o consumato per l’eternità pone tanti dubbi a chi vive in quella forma di prigione.
Per esempio, io pensavo pensando a qualcosa ch’era stata già pensata da qualcuno ch’era morto avendo già pensato ciò ch’io adesso pensavo di pensare.
Si, lo so, è complicato, è un errore madornale.
Io, vivendo il tempo mio nel tempo d’un altro vissuto il tempo suo interamente, per esempio, vivevo nel passato o vivevo nel presente?
Il tempo mio presente era già passato certamente, dato che, un tempo, ero morto ed ora vivevo, addirittura, il tempo già passato d’un morto seppellito e consumato.
Ed se vivevo il tempo d’un morto già morto da tempo immemorato, la mia vita era vita solo apparentemente oppure era morte veramente?
E viver da morto, che esperienza era mai quella d’un fantasma che girava per la terra ormai liberamente?

E non è questo il pensiero più complicato, cose mie rimaste senza nome.
Prima di risponder all’inquietudine d’un vecchio che s’abbandona a domande senza senso, riflettete ancora un poco, ve ne prego, cose care, per il bene che vi devo sino in fondo.
Se sono morto mentr’ero vivo e poi, da morto, un morto mi rese vivo nuovamente, quante volte venni al mondo, come uomo oppur fantasma, comunque vi piaccia di chiamarmi?
Nacqui una volta solamente, come tutti nacquero alla vita, oppure anche due, che per i morti il tempo scorre e corre avanti e indietro sempre più liberamente?
Nacqui dunque due volte sole, una da morto che si faceva vivo e l’altra da vivo che si faceva dunque morto?
E se nacqui per morir, poi, da vivo e me ne andavo in giro nel mondo liberamente, quando la morte mi prese ponendomi sulle spalle il nome consumato d’un morto consumato, vuol dir che potei morire una seconda volta certamente?
Quale madre mi concepì, mettendomi al mondo due volte almeno, e non certo da vivo, ma da morto certamente?

Può sembrar cosa da pazzi, questa storia così strana.
Ma voi, mie cose amate, dovete darmi una risposta, ora che il mio tempo volge alla termine.
E più certamente ancor del tempo che penosamente vissi, devo suggerirvi un’altra cosa, affinchè possiate darmi una risposta meditata, or che in punta di morte estrema son giunto, finalmente.
V’ho detto, ladrescamente morte mi rubò il nome, e con lei la vita, in una strada buia, una sera senza luna.
E da morto disperatamente vissi lunghi giorni, e notti senza luna, cercando in mezzo ai morti un nome per viver, da morto almeno, l’ultimo spezzone di vita concesso ad un pezzente morto che s’aggirava tra i morti ancora da vivente.
E un morto mi rubò l’apparente vita che vivevo aggirandomi nel buio con la lanterna che fiocamente, ormai, illuminava la mia pazzia oscura.
La morte, fu così, che mi prese il nome e un nome, poi, mi diede successivamente, quando a lei piacque di volermi lanciar nel mondo nuovamente?
Allora posso dir che h’è la morte madre di tutto e che la vita è solo un’apparenza folle, esistenza evanescente?
Posso dir ch’è per la morte che si vive veramente?
Ed or che attendo, cosa attendo veramente?

Ormai è tardi e le voci vostre udir non posso più.
Le luci dei miei occhi si son spente, tanto tempo fa.
Un tempo che fu mio, vissi, un tempo, nel tempo della luce.
Ma ormai son cieco, e vecchio, un albero cadente.
Solamente il segno mio resta inciso ancora, qua, sull’albero del tempo.
Un segno che accarezzo lentamente con la mano, andando avanti e indietro, per tutto il poco tempo che mi resta.
Un tempo che durerà ancora eternamente…

8 thoughts on “PINOCCHIO E IL SUO TEMPO

  1. Ed eccolo Pinocchio e la sua follia…. quando e come è iniziato questo suo rincorrere i pensieri, quei pensieri che si arrotolano nella mente come il filo di un gomitolo di cui qualcuno si è accaparrato il bandolo iniziale?
    Resterà tra i vivi sentendosi morto finché la morte pietosa non darà fine al suo girovagare senza tempo?
    Sono bellissime le sette righe finali…..
    Buonanotte Piero!

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  2. quanti pensieri si coagulano nel mentre girovaga e domande, e quante risposte rimangono aperte. E’ la morte che ci accompagna fedele sorella della vita, ci ritroviamo fin dalla nascita con l’obiettivo di vivere per non morire, e lottiamo ogni giorno per allontanare il buio, ma spesso siamo sopraffatti dalle complicate domande che la vita ci pone e diventa un vicolo cieco da cui si cerca la non facile uscita. Può bastare un nome per giustificare tutto, oppure è solo un viatico per distrarre, mentre è l’agire, il vivere quotidiano che ci caratterizza, il nostro comportamento che ci offre la luce della speranza che vivere è meglio di morire, sull’importanza del nome saranno i posteri a darne sentenza.
    Caro Piero, trovo queste riflessioni molto catartiche, nel senso liberatorio di pensieri aggrovigliati che fluiscono nel tempo cercando delle risposte, ma sarà il tempo a darle e l’obiettivo è quello di dilatare il tempo e spostare la fine sempre più in là.
    Molto interessante.
    Con simpatia
    Francesco

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  3. Cara Fausta,
    alla fine, forse, è la vita che, guardata tanto da vicino, assomiglia alla pazzia fino in fondo.
    Il povero Pinocchio ha avuto una brutta esperienza, una volta, e ha deciso di rimediare al suo destino compromesso facendo un compromesso con la vita…
    Ma la vita, o la morte (non è detto che siano così diverse le due cose), si sono prese una rivincita.
    Su cosa?
    Sulla debolezza di Pinocchio?
    Sulla sua normalità?
    Sulla sua distrazione?
    Non so, e non importa.
    Nelle storie di vita che conosciamo ci sono casi come questo, di vite colte dalla disgrazia e naufragate nella tragedia…
    Ma per il nostro amico non è proprio così.
    Perchè a lui resta la forza di porre le domande.
    Fino alla fine.
    Anche nell’ultimo istante.
    Lui chiede, e si chiede, e in fondo, chiede a noi stessi.
    Ma uno che si affanna a chiedere con tanta foga per sopravvivere a se stesso e al proprio destino, non è forse un folle?
    Quindi, per vivere, per restare vivi, serve la follia.
    E’ la scintilla che tiene accesa la nostra fiamma.
    Altrimenti, dinanzi alle asprezze della vita, almeno in certi casi, almeno, ci si dovrebbe ammazzare.
    E invece si resiste.
    Si mette alla prova la propria volontà.
    Si duella all’ultimo sangue col destino.
    Pinocchio potrebbe aver incontrato sulla sua strada, quella sera, per esempio, una malattia.
    Una diagnosi funesta, assai o poco, che differenza fa?
    E quel cimitero in cui si rifugia, non è solo un accento un pò più marcato sulla parola Ospedale?
    Quanti, intorno a noi, hanno subito una rapina del nome così?
    Non è un furto della vita, la malattia?
    E nel cimitero/corsiad’ospedale, lui non cerca forse una nuova identità?
    L’esser di nuovo sani, GUARITI, non è un nome nuovo per chiamarsi di nuovo vivi dopo il viaggio nella morte?
    Quanti conosciamo che portano un nome come quello?
    Ma, si domanda Pinocchio, chi ha preso chi?
    Il girone infernale delle cure, per esempio, con i suoi effetti collaterali fatti anche (ma non solo) di paure ed ansie infinite ed incurabili, non è un altro modo di esser rapiti un’altra volta?
    E ci si potrebbe domandare – e lui lo fa, certo, che lo fa – quanta differenza ci sia fra le due vite, quante vite tocchino ad una persona, quante madri abbia un’esistenza spezzata come quella, quanta morte ci sia nella vita e quante morti possa ricevere una persona prima di morire veramente…
    Quale sarà il sollievo, l’esser finalmente morti, oppure il protrarsi del dolore?

    Io ho parlato di malattia, e mi pare che la metafora di Pinocchio calzi con la malattia.
    Ma potremmo immaginare anche altre forme per la storia.
    Il dolore, quello intimo e profondo, è come uno zelig che può prendere mille forme.
    E le domande di Pinocchio sono la cura più intima, direi la sola risposta, che una vita può dare per combattere contro la morte.
    Non le domande precise sue, ma il processo di domandare e domandarsi, domandarci, chiederci, interrogarci…
    Di lì nasce la coscienza.
    La conoscenza di sè.
    E la responsabilità di sè.
    E, chissà, forse anche la conoscenza della vita e la responsabilità della vita.

    Un caro abbraccio,( e scusa per la lungaggine)
    Piero

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  4. sei sempre scusato per la aggiungine perché mi fa piacere leggerti! La prima cosa a cui avevo pensato era stato quello della malattia ma possono essere tante le strade in cui ci sembra di aver perso la strada e il nome…. e il porsi domande è quello che tiene in vita…

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  5. Caro Amico, faccio fatica, lo ammetto senza vergogna, a seguire queste tue riflessioni, La vita, la morte, sono temi grandi, difficili… Questo Pinocchio che muore e poi rivive ancora, anche se in una forma strana, mi lascia piena di domande. Ho letto la tua risposta a Fausta ed allora alcune cose mi si sono chiarite. E’ vero, noi viviamo forme di “morte” durante i nostri giorni, ma la morte, quella vera, credo sia un’altra cosa. E qui entrano in gioco le convinzioni personali di ognuno di noi. Chi crede in un’altra vita, chi crede che non la morte sia la fine di tutto, chi non sa cosa penare e spera soltanto. Ma non credo sia questo il tema che tu volevi affrontare con il tuo scritto. Mi spiace di non riuscire ad approfondire bene questa tua proposta di riflessione, va oltre le mie capacità…
    Un caro abbraccio.

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  6. Caro Francesco,
    questa storia di Pinocchio è venuta su come una metafora di tutto ciò che è quotidiano e che, pure, ha un senso che resta sempre inspiegabile.
    Credo che nella vita di ognuno ci siano accadimenti a cui si dà importanza… catartica, come dici tu.
    Quello che diventa un punto di svolta, un centro, un paletto, un trauma, una specie di morte impropria.
    Su quei momenti costruiamo le nostre rivincite, rinascite, rielaborazioni…
    Vita e morte sono due nomi che hanno molti significati.
    E così, può capitare anche una storia come quella che è toccata al povero Pinocchio, che non credo sia molto meno infelice di tanti altri esseri umani che conosciamo davvero.
    Lui si lamenta, è vero, dell’inferno che gli tocca vivere (o morire) quaggiù… ma quanti sentiamo lamentarsi come lui?

    In fondo era una storia che si è mascherata di parole pesanti, difficili da sopportare.
    Ma chissà, forse è una storia vera, o, almeno meno finta di quanto sembri.
    Chissà.
    A presto,
    Piero

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  7. Mia cara Patrizia,
    non ti preoccupare; le storie possono arrivare oppure non arrivare; è questione di alchimia e se per una volta non riesce non fa niente.
    Vuol dire che io, come mago, come alchemico, alchimista, guaritore, sciamano, non sono proprio infallibile…
    Devo farmene una ragione (come si dice oggi).

    E’ venuta così, questa storia, naturale e, in un certo senso, vera, neo-realista, quasi, ma anche un pò surreale, o meglio, iper-reale.
    In fondo, è tutto vero, ciò che il mio Pinocchio vive e dice, solo che ciò che lui lo racconta come può, come sa.
    Ha pudore, forse, dei dettagli più estremi, o fa il misterioso.
    Oppure chi l’ha raccontata, questa storia, non ha saputo scegliere le parole giuste, non ha saputo raccogliere colori e pennelli adeguati al quadro che voleva dipingere.
    Comunque è la lingua che sento intorno a me ogni volta che ascolto i racconti delle persone che mi circondano.
    Storie, verità, mondi che per ogni uomo che incontro sono veri, dolorosi, spesso, infernali, eppure che restano ignoti nei dettagli, fino a sembrare assurdi, incomprensibili…
    Come deve essere sembrato a te questo racconto.

    … la vita, la morte.
    Mia cara Patrizia, non volevo parlare della morte, è vero.
    Non della morte “reale”, quella vera (?).
    Ma della morte come metafora.
    E della vita sempre come metafora.
    Chissà, forse qualche altra volta ci tornerò su, e forse sapro scriverne meglio… il tema è quello della vita, quello di ciò che si passa vivendo, sia che ci piaccia, sia che ci provochi dolore, oppure qualsiasi altra cosa.
    La vita che a volte diventa come la morte, a volte addirittura peggiore.
    Perchè certe volte pare che vivere, continuare a vivere possa diventare una pena, un castigo, una condanna. Casi in cui la morte potrebbe sembrare un sollievo….
    E lo sai, è la vita, a me, che interessa davvero.

    Un bacio forte forte,
    Piero

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