IL NOME DI PINOCCHIO

 

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Le cose, evidentemente, non accadono per caso.
Avvengono perché c’è un perché.
Le cose sono legate tra loro da catene di circostanze, ragioni, motivi.
Li chiamiamo cause, per brevità.
Oppure destino, per superstizione.
E sono loro a determinare, evidentemente, l’inizio o la fine di ogni cosa.
La nascita o la morte.
Le cose, tutte le cose, in fondo, hanno una nascita ed una morte.
Ciò che accade comincia, in un dato momento, e poi, in un altro momento, finisce.
In fondo nulla dura in eterno.
Tutto avviene in questo mondo e tutto, prima di finire, lentamente si consuma.
Ma una sola cosa è vera, ciò che accade non è mai frutto di una indeterminata volubilità d’un dio o degli uomini.
E anche ciò che chiamiamo natura, che poi altro non è che l’universo stesso nella sua interezza, segue regole ferree, concatenazioni di cause e circostanze, processi e cicli a cui diamo il nome di evoluzione.
Ma se c’è una ragione anche a ciò che ora sto dicendo, ecco, questo è presto detto.

Io, quella sera, presi il nome che mi aveva chiamato.
Un nome, dall’oscurità del tempo, mi aveva cercato.
Tanto insistentemente che dovetti obbedirgli.
Tra i viali dove del cimitero antico della città, dove il tempo è più relativo che altrove, dovetti accondiscendere alla volontà perentoria che mi aveva chiamato.
Dovetti piegarmi al suo volere.
Obbedire ciecamente.
Non ebbi modo di fissarmi in mente neanche le date di nascita e di morte di quella cosa che s’era impossessata della mia volontà.
Avrei almeno potuto darmi un contegno, una dignità, scegliendomi un nome racchiuso fra due date, avrei potuto rubare un’identità del tutto compiuta.
Non mi sarei trasformato in un schiavo del destino.
Avrei preso in prestito, diciamo così, il tempo fisso di un’esistenza, mi sarei iscritto in un segmento del filo senza fine della vita e, per il breve tempo che mi sarebbe stato concesso, mi sarei raggomitolato sul mondo girando su me stesso, come, noiosamente, da sempre, si ravvolge il filo senza fine della vita sulla spoletta che gira raggrovigliando quel filo in una matassa inestricabile.
Poi, un giorno, forse una sera, una Parca pietosa, ma anche crudele, non avrebbe reciso il filo con un taglio.
Mi sarebbe restata l’attesa, fino a quel punto, chiamiamola pure la curiosità, di sperimentare sulla mia pelle se quel taglio sarebbe stato un taglio di netto, uno strappo deciso, oppure una lenta agonia, la consunzione della materia.
L’attesa, un conto alla rovescia per me, esistenza rubata racchiusa fra due date già scritte su una lapide del cimitero, si sarebbe risolta in una tensione terribile, certo, un’ansia che col tempo sarebbe divenuta insostenibile…
Ma poi, prima o poi, uno strappo, una scossa, ed ecco, sarebbe arrivato il momento fatidico della fine del mio tempo…

La causa delle cose possiamo anche chiamarla volontà.
In fondo, nella vita di un uomo, è la volontà a decidere le cose che accadono.
O almeno così si vorrebbe che fosse.
Si dovrebbe vivere così.
E la mia volontà?
Quale fu la mia volontà?
Quale fu la mia scelta?
Mi rubarono il nome, e con esso la vita, senza che un briciolo di volontà contribuisse a determinare gli eventi.
E fin qui, lo posso anche capire.
Ma poi?
Ecco, ecco qual è la verità: un morto condannato a vagare tra i vivi per l’intera eternità senza fine non può più avere una volontà.
E comunque, certo, se mai ne ebbi una, di volontà, prima di esser privato della vita, quella volontà, la MIA volontà, cessò, sicuro, d’esser viva con me, proprio nel momento in cui, a me, la vita fu rubata con quel sordido gesto del furto, nel lato ombroso di un oscuro vico che si perdeva nel buio della sera, penetrando come un budello cieco nelle viscere dell’eternità senza senso.
Io persi tutto me stesso, in quell’oscurità senza senso.
E così, senza poter opporre resistenza, né potendo opporre la mia volontà, un’altra sera mi trovai ad esser fatto ladro a mia volta.
Rubai il mio nuovo nome, ch’era scolpito sul marmo d’una lapide grigia, e me lo caricai sulle spalle.
Ora, era un redivivo Sisifo.
E potevo spingerlo, quel nome, e con esso il mio destino, su e giù per gli alti ed i bassi della vita.
Della mia nuova vita.
D’una vita inutilmente vuota.
Orribilmente rubata.
Vissuta non so quando da qualcun altro che aveva portato su di sé, prima di me, quel nome che ora avevo rubato.
Una vita che era trascorsa in qualche modo che a me, ora, sarebbe restato oscuro per sempre.
E che alfine era cessata.
In un momento che restava ignoto per sempre.
E tutto questo per qualche oscura ragione che a me sfugge del tutto.

Mi sono caricato d’un fardello non mio, così, senza darvi importanza.
Non pensai a nulla, non m’immaginai il significato d’un simile gesto.
Prendersi un nome che chiama.
Anzi, che comanda, intima, ordina, dispone ed ottiene.
Avrei dovuto averne paura d’un nome così.
E invece?
Avrei dovuto oppormi, fermarmi a riflettere, ponderare rischi e pericoli.
Ma come si fa?
Una situazione come la mia non si è mai posta a nessun altro, prima, nel mondo.
Certo, ognuno, quando nasce, non porta ancora un nome scritto addosso come un marchio di fuoco.
A questo pensai, in quel momento, forse, mentre rubavo quel nome.
Mentre girovagavo perso negli incubi scuri dei viali sempre bui del cimitero, quel pensiero m’era parso di gran consolazione.
Se nessuno porta addosso un nome scritto col fuoco, allora anche io, come gli altri, potevo ancora sperare.
Anche io ero ancora come quegli altri.
Uno, come chiunque.
Come ognuno degli altri.
Non pensai, invece, che alla gran differenza mi rendeva diverso da tutti.

Tutti hanno un padre.
Una pietosa burocrazia, almeno.
E’ così che si provvede a colmare quel vuoto assoluto sul corpo d’ogni nuovo essere e far sì ch’esso possa prendere il nome di uomo.
Un nome serve a dare il nome di uomo ad ogni nuovo essere umano, per prendere in consegna quell’essere dalle mani d’una morte precoce, inspiegabile, fuori dal tempo dell’uomo.
Per me, invece, quel destino sarebbe forse dovuto toccare due volte?
Un padre, una pietosa burocrazia, sarebbero dovuti nuovamente intervenire per sanare l’insano gesto d’un furto?
E, se al primo, aggiungessimo anche il mio, di furto?
Non si tratterebbe forse di due atti inconsulti?
Così, credo, almeno, si spiega quella volontà.
Fu il tentativo di rimettere ordine nell’ordine inviolabile della realtà che pure era stato violato una sera, con le conseguenze che ora abbiamo messo davanti agli occhi del mondo.
Io obbedii a quell’ordine, presi quel nome che m’aveva chiamato a sì gran voce che non avevo potuto far finta di non ascoltarlo, dalla soglia della morte che l’aveva rifiutato.
E fu la morte stessa ad impartirmi il comando.
La morte, che m’aveva lasciato come un relitto alla deriva nella corrente agitata del mar della vita.
Sputato come uno spurgo di tisi.
Grumo rappreso e consumato dai vermi.
Ombra inconsistente d’un aldilà a cui non ho diritto di accedere.
Neanche comprando il biglietto al botteghino.
Io non posso pagare.

Il nome.
Certamente.
Voglio dichiarare il mio nome.
Il nome che adesso, ormai, è il mio nome.
Ed io me lo porto appresso dovunque, quel nome.
Marchiato.
Come un’infame bestia da soma che gira ignaro la macina indifferente del tempo.
Io adesso il mio nome, mi porto in giro nel mondo.
Io stesso mi chiamo…
Ma cos’importa?
Che significato mai può avere un suono od un altro?
A chi mai potrà interessare, in questo immenso insensato limbo in cui vivo, il nome ch’era inciso su una vecchia lapide che andava in malora?
Vivo, certo.
Io da allora, corto, sto ancora vivendo qualcosa che gli altri chiamano vita.
Si, vivo ancora.
O, almeno, vive il mio corpo.
Come un fantasma.
In mezzo ad una folla d’altri fantasmi.
Senza più cuore.

Io non conosco la mia data di nascita.
Cioè, io non so quando nacqui, in quale circostanza, una volta, venni al mondo e perchè.
E, pur avendo rubato una vita già vissuta da un altro, una vita già usata, diciamo così, io ignoro il giorno in cui la mia condanna a morte finalmente cesserà formalmente.
Il mio nome è un futile soffio sulle labbra.
Un bacio all’aria.
Soltanto un fiato perduto.
Un soffio, un’esalazione.
Un’extrema ratio che a nessun altro, mai più, potrà portar giovamento.
Tanto meno a me, che su questa terra son condannato a vagare come forma senza sostanza.
Un nome.
Un suono come un altro.
Il distintivo di uno che non ha più una data di nascita incisa sulla lapide d’un cimitero.
Anche se il mio nome appartenne ad uno che ora è già morto. Sepolto e consumato.
Eppure morirò, sebbene non sappia quando ebbe inizio la mia condanna a morte né quando riceverò la grazia di morire davvero.
Mi trovo incastrato fra una vita della quale non posso render conto ad anima viva, perché, si sa, quella vita io l’ho rubata a qualcun altro, ed una morte che probabilmente avrà dimenticato di venire a chiedermi il conto.

Potrei darmi, per gli altri, come nome, Nessuno.
Lo stesso nobile nome famoso dell’omerico eroe che sconfisse, nella grotta, il gigante affamato di morte.
Ma quel nome, Nessuno, è un nome che nessuno mai potrà riconoscere, neanche se fosse inciso su una scalcinata lapide nel viale del tramonto infinito.
Quindi devo darmi un altro nome.
Indefettibile, necessario, il primo che resta in testa a tutti.
Ecco.
Il mio nome, allora, è …
Uno.
Uno, come uno qualunque.
Un nome che ne vale un altro.
Un nome che è un destino.
Il mio destino.
Quello che ora si porta addosso colui che mi rubò, una sera, il nome a cui stava attaccato, come un’etichetta, il mio destino di uomo qualunque.
E quello d’un altro.
Quello di colui m’ordinò, una sera, di rubargli il nome ch’era pure un destino.
Il destino che è stato scritto, da qualche parte, sul qualche grande libro nella biblioteca infinita di qualche paradiso perduto.
Ho inciso l’iniziale del mio nome ai piedi dell’albero che m’è testimone, per poterlo ricordare per sempre.
Un segno.
L’iniziale del nome d’un pupazzo di legno che, per esser vero, volle, a tutti i costi, un giorno, farsi umano per sempre.

7 pensieri riguardo “IL NOME DI PINOCCHIO

  1. Mi sono seduta sotto all’albero dove “P” sta incidendo la sua iniziale. Io ci sono ed ascolto le sue parole ma lui non mi vede, non mi può vedere tutto preso dai suoi pensieri che escono dalla sua mente inanellandosi come una catena che non ha inizio né – per ora – fine.
    Ascolto, anzi per essere esatti leggo, le parole di quella catena che stai districando e che scorrono e straripano come un fiume in piena e, proprio come questo, sono piene di dolore….
    Sei un “grande affabulatore”…..dove ti/ci porterà Pinocchio?

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  2. gran bel finale! In quel nome Uno da uomo qualunque si nasconde la forza e la voglia di agire attraverso piccoli gesti a salvare la propria vita e quella che ci circonda.
    Francesco

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  3. Chissà, Fausta e Francesco… non so esattamente come vada la storia di questo personaggio.
    E’ un viaggio assai particolare, in una dimensione intima dell’esistenza che mi interessa moltissimo.
    Chissà…
    Un caro saluto a voi,
    Piero

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  4. Io invece, in questo povero Pinocchio, ci vedo un uomo preso dai mille dubbi, che si dibatte nella sua consapevolezza di essere e nello stesso tempo non essere. Lo vedo mentre si chiede che cosa sia davvero la volontà soggettiva di ognuno se tutto ciò che ci circonda preme perchè si seguano determinate strade e spesso non si riesce a vederla, a percepirla questa spinta. Tutto il reale che ci circonda è forte, molto forte…e la volontà spesso si annulla senza nemmeno che ce ne accorgiamo. Ed anche quando questo non succede, anche quando ci opponiamo, essa trova sempre il modo di annullarci. Questi due mondi o meglio, queste due vite, in cui si dibatte il nostro Pinocchio sono forse ciò che è concreto,evidente, certo e quel che vorremmo che invece è sogno, insicuro, a volte indefinito… e proprio per questo finisce per fondersi con la realtà, diventandone una parte. Una parte che sta dentro di noi, che viviamo con l’anima mezza dentro la realtà e mezza dentro quel qualcos’altro che spesso non sappiamo definire ma che comunque c’è…
    Non so se ci hai capito qualcosa di tutto questo “sbrodolamento” e non so se io ho capito davvero qualcosa, di questo tuo racconto, ma comunque sia…ci tenevo a leggerlo e a lasciarti i miei pensieri.
    Un grande abbraccio

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  5. Mio caro Paolo, quel Pinocchio non ha pazienza, non ha tempo, non ha speranza.
    Il mio, forse, non ha ancora preso coscienza e decisioni conseguenti.
    Ti ringrazio, però, perchè se qualcosa di questo scritto ti richiama il caro Fabrizio, per me è solo motivo di piacere.
    Un caro abbraccio.
    Piero

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  6. Mia cara Patrizia,
    lo sai, io penso che, in fondo, il principio di unità che domina il nostro pensiero razionale non è sufficiente a descrivere, o contenere, proprio quella molteplicità che tu chiami “due vite”.
    In fondo Pinocchio ha avuto questo amaro privilegio, di poter sperimentare cosa succede a vivere l’esperienza del doppio.
    Dico che è un privilegio amaro perchè, quel principio di ragione, l’unità (ma io lo chiamo principio di ragione per comodità, perchè anche la religione, che è un all’opposto, la vede così), è un principio che agevola la vita, aiuta, consola.
    In questo racconto, amica mia, non mi sono attenuto alle regole.
    Ho voluto provare ad infrangerle.
    Ho voluto vedere cosa c’è dopo, dietro, dall’altra parte.
    Più oltre.
    Oltre la linea sottile dell’orizzonte.
    Dove c’è questa repubblica.

    Un carissimo abbraccio,
    Piero

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