PINOCCHIO INSEGUITO E CATTURATO

Photo by Pierperrone

Photo by Pierperrone

Ora vivo chiuso dentro un inferno.
Ora che mi porto ancora un nome addosso, sento il fuoco che mi divora la carne.
Non è stato facile rubarla, confesso, e mettersela in spalle, quella cosa che chiamiamo nome.
Non si tratta solo di rubare una targa su una lapide, o una fotografia sbiadita, un paio di date, un ricordo che sfuma, una lacrima ardente, una candela nel giorno dei morti, un fiore di plastica impolverato…
Un nome è un nome.
E’ una vita.
Una vita vera, intera, un tempo fatto di eventi, dati, cose, persone, volti, nomi, altri nomi, e ricordi, fantasie, sogni…
Mille e mille cose che è praticamente impossibile conoscerle tutte e ricordarsele, poi.
Rubare una vita è un’impresa terribile, orribile, penosa, agghiacciante.
Quante miserie ci sono nelle vite di ognuno.
Molte più miserie che atti eroici.
Quanta meschinità!
E quanto poco coraggio!

Ho scelto, ho cercato di scegliere con cura.
Ho provato a mettere la massima attenzione nel compiere quel furto.
Ho guardato, studiato, curato ogni minimo particolare.
Ci ho provato, almeno.
Sono restato per giorni interi rinchiuso nel vecchio cimitero.
Volevo individuare il nome giusto, prendermelo e portarmelo via.
Volevo un’esistenza qualunque, ma comunque una bella vita.
M’avevano rubato la mia, una sera, davanti ad un vicolo scuro.
M’avevamo messo nei guai, ero finito in galera, ero stato pestato, trattato come un cane rognoso, ridotto come un animale randagio costretto a vagare nel deserto della società.
Avevo pietito un tozzo di pane, un gesto d’affetto, un segno di riconoscimento…
E che avevo ottenuto?
L’offesa dell’oblìo, la noncuranza, il disprezzo che si dà alle cose che non esistono.
E allora, non era giusto che volessi rifarmi?
Dovevo prendermi una rivincita, fare il colpo da maestro!
E questo ho cercato di fare.
Ho girovagato nei viali scuri, solitari, fra i lamenti silenziosi dei corpi in disfacimento.
Ho sentito nelle mie carni il formicolio dei vermi che si nutrono dei morti.
Ho pianto le lacrime dei sopravvissuti e goduto delle loro rivincite meschine.
Ho giocato ai dadi tutte le eredità di ogni nuovo abitante sopraggiunti in quella città dove il sole non brilla.
Ed ho sempre perso.
Puntualmente e con maniacale precisione.
Alla fine, ero disperato.
Pareva non riuscissi a trovare nulla da mettermi addosso per ripararmi dalla tempesta che m’aveva colto così senza preavviso.

Ed era una sera.
Una sera di nuovo.
Il sole, si sa, cala, stanco, appassisce, ogni volta, quando davvero ti pare che qualcosa di nuovo possa succedere al mondo.
Un giorno che dura oltre l’ordinaria abitudine d’un tramonto monotono.
Una sera che, distratta, dimentica il suo appuntamento in abito scuro.
Una luna che smette di adescare i passanti mostrandosi nuda d’ogni pudore.
E invece, la sera, anche quella sera, giunse puntuale.
La sera mette sempre inquietudine nel cuore degli uomini.
E a me mette anche il ricordo d’una infinita tragedia e il terrore che si possa esser condannati in eterno a vivere per sempre da morti.
Quando giunse quella sera, questa nuova sera di cui devo ancora parlare, ero stremato dai lunghi appostamenti del giorno.
Avevo seguito di soppiatto vedove in abiti scuri.
Avevo respirato i loro sospiri amari di fiele avvelenandomi i polmoni delle più fetide inalazioni di morte.
Anche quelle povere anime perse m’assomigliavano un poco.
Almeno alcune.
Era morte insieme al loro compagno morto davvero.
Eppure loro potevano… almeno avrebbero potuto… teoricamente… finire quel terribile viaggio… se solo avessero voluto… o trovato il coraggio…
Ma io no.
Io non potevo.
A me non era, non è, concesso, non è permesso, non posso porre termine al mio peregrinare senza meta da morto nel mondo dei vivi.
E’ la mia condanna per una colpa che non so d’avere commesso.

Era sera, dunque.
Un opaca sera d’autunno.
Mi rigiravo, stanco, per i viali illuminati da fioche fiammelle elettriche che mettono una pena infinita.
Ed ero infelice.
Proprio come capita agli insonni, di notte, negli scomodi letti pieni di aghi.
Ero lungo un vialetto che s’inerpica dentro un braccio del cimitero un poco più moderno.
Dove le eleganti cappelle mortuarie si diradano per far posto a quegli stecconi di forni rettangolari alti e squadrati come le periferie di certi paesi.
In un dedalo di angoli e viuzze segnati solo da incomprensibili targhe di congregazioni che rappresentano chissà quali oscure fratellanze nel regno dei morti; in quello dei vivi soltanto la suddivisione dei dolori fra branche di santi diversi.
Leggevo a caso i nomi appiccicati sulle lastre di marmo un poco ingiallito che sigillavano i loculi dandogli nomi qualunque.
Mi giravo di qua, e poi tornavo a guardare di là.
Molte volte ero passato da quelle parti.
Molti nomi mi sembravano noti, ormai, mi si erano fissati nella mente in tutti i miei giri in quel labirinto in cui mi perdevo, ormai, quasi senza speranza.
Ad un tratto, girandomi di lato, vero destra, mi sembra, ho visto su un marmo un volto che m’è subito sembrato assai familiare.
Ma non mi dicevano nulla le lettere scritte per formare il nome del defunto di quel loculo basso.
Un nome qualunque.
D’uno sconosciuto qualunque.

Quante ipotesi avevo fatto, nel mio peregrinare in quel regno chiuso dei morti.
All’inizio, quando avevo da poco fatto il mio nuovo progetto di vita, bevevo con foga ogni nome e voluttuosamente m’appigliavo ad ogni dettaglio per cercare di sfamare la mia fame di curiosità.
Soppesavo ogni nome come fossi l’Altissimo nel giorno del giudizio supremo.
Eppure, io come Quello, cosa mai avevo per le mani per emettere il mio inesorabile giudizio infallibile?
Pochi dettagli, quasi nessuno.
Più d’ogni cosa, capìi subito, dovevo apportarmi a lungo per cercare indizi, se non proprio prove inconfutabili e vere, dai radi visitatori alle tombe.
Qualcuna, invero, era più frequentata.
Morti freschi, recenti.
Ma io non potevo permettermi un lusso così.
Un morto di pochi giorni soltanto, o qualche mese, pochi anni, era ancora presente nella memoria dei superstiti testimoni di vite prematuramente spezzate.
Dovevo diffidare.
Se avessi preso un nome troppo fresco, avrei corso il rischio d’incontrare qualche scomodo testimone pronto a smascherare il mio soccorrevole piano.
Dovevo pazientare, è vero.
Ma la pazienza, certo, non mi mancava.
Ed il tempo, a dire il vero, neanche.
Un morto come me, costretto a vagare in terno nel mondo dei vivi, non ha problemi di tempo.
La mia data di scadenza era già passata e per me era stata solo il termine iniziale d’una tortura terribile.

Passando di ipotesi in ipotesi, di tomba in tomba, di nome in nome, di vite sconosciute in vite sempre più sconosciute, mi sarei fatto, poco alla volta, una cultura enciclopedica.
Tutti gli abitanti morti della città li avrei soppesati uno per uno…
Ma non f necessario passare in rassegna tutto il regno delle anime vagule.
Quella sera, quel volto familiare d’un uomo per me sconosciuto, mi chiamò.
Ordinandomi, mi parve, qualcosa che stentai all’inizio a capire.
Si, in fondo, mi si chiedeva, gentilmente, anche, a dire il vero, però con tassativa imperativa autorità, di assumere quel nome per porre termine alla mia sfacciata avventura di ladro.
Ma chi era quell’uomo, e perchè aveva deciso di perseguitarmi così?
Non lessi bene le dato scritte sotto a quel nome.
La prima, quella in cui vide la luce, un giorno lontano, un pargolo uscito dal grambo d’una madre sudata e ansimante, era stata scalfita da qualche animale selvatico.
Restavano due o tre numeri sparsi, nè un mese, nè un anno di nascita.
Un giorno.
Un giorno soltanto.
Uno come tanti, uno dei tanti giorni qualunque.
L’altra, la più temuta, quella più evitata d’ogni data della vita d’un uomo, era stata lasciata incompiuta dal frettoloso artigiano che per troppa premura aveva lasciato quell’opera incompiuta per sempre.
Però, si vedeva ch’era una lapide antica abbastanza per fare alla mia bisogna, per soddisfare il mio impellente bisogno di vita e di morte.
Perciò, con troppa superficialità, forse, sottostetti a quell’ordine che poi, in fondo, non sarebbe stato così imperativo da impedirmi di fuggire se solo avessi potuto immaginare le conseguenze di ciò mi sarebbe di lì a poco accaduto.
Mi sottomisi, probabilmente, più alla stanchezza del mio girovagare in cerca d’una speranza che al potere di quel comando non proprio tanto imperioso.
E presi quel nome.
Dopo qualche appostamento, però, quel dettaglio non fu trascurato.
Si, ma non vidi anima viva presentarsi a portare un fiore a quella povera lapide nera.
Questo avrebbe dovuto insospettirmi, certo.
Ma io non vi feci caso.
E decisi, così, di prendermi il nome che mi s’era offerto con tanta generosa accondiscendenza.

6 thoughts on “PINOCCHIO INSEGUITO E CATTURATO

  1. caro Piero, quello che dici accade spesso, ossia quello di rispondere ad un comando non per sudditanza ma per stanchezza di combattere contro mulini a vento che non portano a grandi effetti, così seguiti a vivere una vita di cui non sei il solo a determinarla. Accade spesso di agire seguendo indicazioni altrui aspettando il momento migliore per trovare spazio alle proprie necessità.
    Questo racconto comincia ad avere un futuro, chissà se avrà anche un titolo, visto che il protagonista non ha un nome!
    E’ piacevole leggere quanto scrivi
    Un caro saluto
    Francesco

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  2. Due o tre anni fa, non ricordo di preciso, nel Cimitero degli Inglesi, una collinetta nel cuore della città dove sono sepolti personaggi famosi del calibro di Elizbeth Barret Browning, un gioiello di arte e scultura, ci fu una emozionante spettacolo: l’antologia di Spoon River con i personaggi che incontravi all’improvviso girando tra le tombe. Questa parte della “triste historia” di Pinocchio me l’ha ricordata. Leggendo sentivo quelle voci leggere e lontane, quel fruscio di foglie smosse che suggestiona Pinocchio al punto da fargli fare una scelta forse non voluta….
    Così mentre prima era stato catturato dagli uomini ora è catturato da una voce, da chi forse neppure c’è…
    Tu hai l’arte di catturare attenzione e sensi…..

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  3. Caro Francesco è vero, spesso succede di essere presi da qualcosa che non conosciamo, di trovarci ad obbedire a qualcosa che non sappiamo spiegarci.
    Lo chiamiamo intuito, a volte.
    Oppure, al contrario, semplicemente passività, incapacità di vivere, vuoto….
    Stiamo fra l’una e l’altra situazione senza sapere quale sia la verità, anche se al centro della’ azione, sul palcoscenico della vita, siamo proprio noi stessi i protagonisti…
    In questo, Pinocchio senza nome ci descrive con molta precisione.
    Il proseguimento della sua sventura forse ci dirà qualcosa, chissà…
    Un caro saluto,
    Piero

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  4. Mia cara Fausta,
    in giro per cimiteri ci andiamo piuttosto spesso, quando andiamo a visitare qualche posto.
    Anche a Firenze, ho visitato non troppo tempo fa il cimitero di San Miniato (il nome mi pare fosse quello).
    Sono visite molto particolari, perché in luoghi così particolari, cosi vinci alla morte, si vive qualcosa di difficile da descrivere.
    Più facile fotografare qualcosa.
    Tanto la foto è muta e poi magari il dettaglio ripreso può mentire più facilmente in merito a ciò che si voleva dire o nascondere….
    Questo racconto è un pò particolare, per me, quindi: con le parole posso mentire più difficilmente, se ciò che racconto non è vero, tu lo scopri subito…

    Un abbraccio,
    Piero

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  5. Attendo con curiosità il seguito…
    Comunque questo Pinocchio senza nome e la sua storia, mi appare come la ricerca d’identità, o forse di una strada o di un qualche ruolo riconosciuto da parte di chi non riesce ad entrare negli abiti di un mondo che non sente suo. Chi sarà questo Pinocchio? Un coraggioso che sceglierà o forse ha già scelto senza ancora saperlo, di rimanere fuori da quelle strade in cui non si ritrova? Chi è questo Pinocchio senza nome? Uno che sa quanta sofferenza provoca rimanere fuori dai binari definiti e che ha deciso di non volerci più stare, di rinunciare a se stesso pur di essere accettato e riconosciuto?
    Chiunque sia e comunque proseguirà la storia, sicuramente ognuno di noi potrà ritrovarsi in qualche momento (ovviamente vale per me, che sto seguendo questa chiave di lettura che non so, se sia esattamente la chiave giusta, ma tant’è…)
    Abbraccione.
    P.S scusa la poca presenza, ma questo periodo è un po’ incasinato e ho poco tempo per il computer, ma come vedi, appena posso non mi perdo le tue parole… :-))

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  6. Sei sempre presente, per me. Ma le tue parole mi riempiono sempre di piacere. Spero che gli incasinamenti siano cose passeggere e comunque ti lascino il tempo di respirare e di guardarti intorno.
    Per il Pinocchio vedrai, e mi dirai.
    Ho già pronto il prossimo passo, devo metterlo a posto e poi lo carico.
    Alla fine mi dirai.

    Ora ti saluto.
    Un bacio
    Piero

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