PINOCCHIO DIVENTA LADRO

photo by Pierperrone

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Sono vivo, sono vivo e lo so, lo sento, lo provo sulla mia pelle.
Sento, sulla mia pelle il dolore di esser come morto.
Morto per tutti.
Ma vivo quanto basta per sentire il dolore di non essere morto abbastanza.
Ho deciso, per ora, di chiamarmi Pinocchio.
Un nome mi serve, visto che il mio mi è stato rubato.
Ma non serve un nome così per dire al mondo intero che io non sono morto davvero.
A casa mi piangono.
Son passato sotto il balcone centinaia di volte, da quando mi hanno cacciato di cella.
Ho incrociato anche mia moglie.
Decine di volte.
Ho anche provato a chiamarla.
Ho urlato il suo nome.
L’ho implorata, inginocchiandomi dinanzi ai suoi piedi.
Ma esser come morto vuol dire esser diventato invisibile.
Proprio come un fantasma.
Ed ho incontrato anche mio figlio.
Il mio dolce angelo d’oro.
Uno solo ne ho.
Uno solo, che è la carne della mia carne.
Neanche lui mi ha visto o sentito.
I suoi occhi m’hanno attraversato come un soffio di vento.
Mi hanno scompigliato i capelli.
Ma, in lui, neanche un segno d’avermi incrociato.
Come un morto.
Ecco, allora, perchè continuo a credermi morto.
O, forse, son loro a credermi morto.
Io posso solo stare a guardare il mondo girare indifferente in tondo, girando come gira da sempre.
Come se io non fossi mai esistito.

Un giorno ho provato a scrivere una richiesta all’anagrafe.
Il foglio e la penna li ho raccolti tra i rifiuti che i vivi lasciano ai bordi delle strade, davanti a una scuola qualunque.
La busta ingiallita l’ho rubata in una vecchia cartoleria, a pochi passi dall’indirizzo dove abitavo da vivo.
Il francobollo, quando ho capito il sordido trucco, l’ho sottratto, in un ufficio postale, ad un povero vecchio distratto.
Ma è meglio che taccia su tutti gli altri più subdoli particolari.
Potrebbero rendermi, domani, un cattivo servigio.
Ad ogni buon conto, ho spedito la lettera al responsabile dell’ufficio anagrafe, al palazzo comunale della città.
Per chiedere un certificato che dimostrasse che non ero ancor morto.
Cercavo, dinanzi al mio nome, la data di nascita.
Non certo quella, l’altra, la data della partenza finale.
Ed ho atteso con ansia l’agognata risposta.
L’ho aspettata per un tempo infinto.
Sapete com’è, la burocrazia non concede sconti a nessuno.
E, infatti, infine è arrivata.
Stavo nascosto nell’androne, nel portone della vecchia abitazione.
Sono stato, paziente, ad aspettare per mesi.
Sapevo come sottrarre con destrezza una busta dalla cassetta postale.
E così, finalmente, un giorno d’inferno, quella busta arrivò.

Ho imparato a non fidarmi della voce della burocrazia.
Un errore, un ricorso, una denuncia, un vivo può farsi valere.
Ma io, un morto, a quale avvocato avrei mai potuto rivolgermi?
Eppur m’immaginavo dinanzi ad un giudice per farmi dare ragione: a quale livello può mai giunger la follia d’un povero morto che non vuol rassegnarsi!
Così, poco alla volta, ho dovuto accettare quel che la vita mi stava mettendo davanti.
Ero morto.
Morto per tutti.
Anche all’anagrafe era stata registrata la mia dipartita.
Iscritta proprio nel giorno in cui m’avevan derubato del nome.
Mancava, si, certo, l’ora.
E la causa di morte.
Ma di quella mancanza si scusò l’ufficiale che chiamai da un telefono pubblico fingendo di essere ancora fra i vivi.
Reclamavo la mancata compilazione di tutti i campi del certificato.
Ma quello, prestandomi appena attenzione, m’apostrofò brutalmente, urlandomi in faccia che una mancanza del genere era sempre possibile in tutti i casi, e che comunque avrei potuto reclamare giustizia nei luoghi opportuni.
C’è sempre un tribunale competente per ogni rivendicazione o commercio.

Mi dovevo rassegnare così?
Intanto, pensai, avevo bisogno d’un nome.
In quella situazione tremenda cominciavo ad avere anche io dei dubbi.
Forse aveva ragione il crudo carceriere nella sordida cella.
E il giudice?
Non mi aveva cacciato di là soltanto perchè per il mondo io ero già morto e sepolto?
E all’anagrafe?
Come avevan potuto registrare la mia partenza in quella data tremenda, quando il rapinatore m’ingiunse di dargli tutto, la borsa ed anche la vita?
Certo, mia moglie, mio figlio, potevano aver, in ogni caso, denunciato la mia scomparsa al commissariato.
E quei poveri agenti solerti, dopo poche sbrigative indagini registrate su quattro scartoffie dovevano aver raggiunto la conclusione più ovvia.
Per tutti ero morto.
Ero morto per loro.
Ma io non ero morto davvero.

Non so perchè, ma il nome più giusto mi parve quello d’un burattino di legno.
Pinocchio.
La creatura che esisteva davvero soltanto nel mondo delle favole tristi.
La marionetta, il burattino, il pupazzo snodato… che sapeva d’esser vivo anche se era per tutti solo un morto ciocco di legno.
Si, avevo letto quand’ero bambino che quel povero morto tra i vivi aveva avuto una vita d’inferno.
Ma aveva sempre avuto la grande speranza di potersi trasformare in un vero bambino.
E comunque c’era, nella sua storia, una fata che l’amava come una mamma.
E allora decisi di essere anche io, per un poco, Pinocchio.
Così presi ad andarmene in giro e portandomi appeso dentro quel nome da fiaba.
Non bastava, certo.
Ma dinanzi ad uno specchio, ad un riflesso lucente, ad una pozzanghera d’acqua illuminata dal sole, avrei potuto dirmi “ecco quel matto che si chiama Pinocchio”.
Io un nome, ormai, non l’ho più.
Ormai neppure mi ricordo come mi chiamò mio padre, con orgoglio, dinanzi all’ufficiale comunale, una mattina di chissà quanti anni fa.
E con qual nome, la voce della mia povera mamma, mi chiamava quando giungeva, l’ora, alla sera, di fare ritorno per la povera cena?
No ho più il conforto della memoria.
E allora, decisi di chiamarmi Pinocchio.

Ma una mattina un pensiero tremendo m’attraversò la mente come un baleno.
Forse un nome potevo ancora andarmelo a prendere.
Un nome, ho capito, è una creatura, un’esistenza, una vita.
E sapessi quante vite sospese, interrotte, incompiute ci sono ancora su questa terra piena di morti improvvise!
Un incidente mortale.
Un accidente del caso.
Un omicidio.
Una disgrazia qualunque.
Non m’occorreva altro, ormai avevo capito.
Mi precipitai di corsa nel più vecchio cimitero della città.
Per rubare, confesso, un nome dimenticato da tutti, un nome qualunque, uno come tanti, un nome comune.
No, certo, non potevo aspirare ad un nome famoso.
Un personaggio di tanta notorietà sarebbe stato davvero poco adeguato.
Quanti avrebbero potuto smascherare subitamente il grossolano furto d’immagine?
No, un nome famoso non si prestava certo al mio caso: dovevo metter da parte ogni pur comprensibile vanitosa pretesa.
No.
Ecco, meglio un nome qualunque.
Uno come tanti.
Uno che puoi dire: “No, guardi, s’è sbagliato. Uno con un nome come il mio non è raro a incontrarsi. Ma non son io, certo, la persona che lei stava cercando”.
Ecco.
Allora, si.
Al cimitero dovevo rubare un nome molto comune.
Il più comune di tutti…

10 thoughts on “PINOCCHIO DIVENTA LADRO

  1. complimenti Piero, una storia sempre più piacevole, si legge in scioltezza con la voglia di scoprire cosa succede. Un esperimento creativo ben riuscito, e ovviamente speriamo che continui. Comunque come anticipavo nel commento al primo episodio della storia, questo racconto si sviluppa secondo lo stile paradossale dello scrittore russo Gogol.
    Un caro saluto,
    Francesco

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  2. Caro Francesco, grazie.
    Forse la storia continua, lasciamola maturare.
    Il povero Pinocchio adesso ha preso la sua strada.
    Vediamo dove andrà.
    …per Gogol, ti credo, non insistere, anche se non ho letto tanto di Gogol un pò ne conosco il genere di scrittura. Ma forse per me è troppo, come confronto.
    Mi accontento del divertimento di scrivere e della vostra cortese attenzione.
    Poi, chissà, qualche volta proverò a pubblicare un libro, o un e-book, con questi racconti… ma non lo so, non ne sono certo.
    Ancora un caro saluto
    Piero

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  3. Caro Paolo,
    Mattia è quello di Pirandello, suppongo, il senza nome, il fu.
    Vedi?
    Hai scoperto la mia fonte (involontaria) di ispirazione, almeno il rimando, se non proprio la copia.
    La cultura ebraica, che considera impronunciabile il nome di Dio, invece, forse è lontana da questo racconto.
    Ma non mi sono posto riferimenti così alti.
    Fra Gogol, che dice Francesco, il Mattia che dici tu e… addirittura l’Impronunciabile!
    Devo prenderli come incoraggiamento, apprezzamenti.
    E quindi vi/ti ringrazio di cuore.
    Ma forse esagerate con la fantasia letteraria.
    Un caro abbraccio,
    Piero

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  4. Che cosa triste e imbarazzante trovarsi all’improvviso senza nome! A volte ci si lamenta del nome che ci hanno dato perché non ci piace, senza pensare che non sono solo alcune lettere messe in fila per formarlo…. no, il nome è la tua realtà!!!
    E il povero Pinocchio è costretto ad andare a rubare perché si deve pur vivere soprattutto se – nonostante per tutti tu sia morto – sai di essere vivo, ancora vivo.
    Ce la farà il nostro a trovare tra i morti un nome che lo faccia ritornare vivo? Avvincente…. non vedo l’ora di leggere il seguito!!!!

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  5. Carissima Fausta,
    certo è un bel problema quello di Pinocchio.
    Poi, sai, dire “nome” è dire qualsiasi cosa.
    In fondo nelle culture primitive, orali, che hanno avuto una “storia” plurimillenaria, multipla della fase storica registrata nelle testimonianze scritte, dare un nome alle cose significava farle esistere.
    Era un rito magico, riservato a chi deteneva i poteri sovrannaturali delle forze divine disperse nella natura, che tutto concepiva, tutto avvolgeva e tutto partoriva.
    E quella magia non è mica del tutto sparita dal mondo.
    Solo che ha preso nomi diversi, venendo a contatto con l’antropologia.
    Oggi, magari la chiameremmo filosofia, o scienza del linguaggio, o chissà con quale altro nome…
    E spetta a quell’ “accademia della crusca” battezzare una nuova esistenza, che sia umana, animale o artificiale.
    Gli esperimenti sugli embrioni animali (o umani, chissà?), gli OGM, le nuove meraviglie tecnologiche (per esempio, adesso, le stampanti 3 D, che stravolgeranno il mondo, anzi lo stanno cominciando già a fare, non le senti già all’opera?), non stanno creando nuovi nomi da dare acose nuove?
    “Nomina sunt consequentia rerum”.
    Recitavano gli antichi.
    E quante conseguenze ci sono in questa sentenza!
    Se ogni nome deve corrispondere, scaturire, a/da una “cosa”, pensa che lavoro che dobbiamo compiere, per cancellare le parole vuote di ogni contenuto (e quante ce ne sarebbero! pur salvaguardando le grandi parole che determinano concetti astratti ma fondamentali. Libertà, per esempio, o identità…, per farne un altro) e per dare un nome ad ogni cosa che ancora non ne ha.
    Così, alla fine, il mondo sarebbe più coerente, pulito, reale.
    Furono gli antichi sofisti, per quel che ne sappiamo a dare un’importanza “materiale” alle “parole”, trasformando in realtà percepita ciò che invece era soltanto manipolazione della percezione attraverso l’arte del discorso.
    Ma quando un discorso diventa, per esempio, ideologia, non compie, per caso, proprio quel misfatto? Non ammanta di menzogna nominalistica proprio la realtà che vorremmo concreta, sicura, materiale, vera?
    Ci sarà pure una ragione se ancora oggi ogni tentativo filosofico di fondare un “verità” epistemiologicamente stabile è fallito, no?
    Parmenide, antico filosofo della cultura ellenica, antecedente ai grandi e famosi (Socrate, Platone o Aristotele) metteva in evidenza un concetto che ancora oggi ci sembra inoppugnabile, anche se la nostra cultura contemporanea fa di tutto per metterlo in ombra, nasconderlo, rapirlo, rubarlo ed assassinarlo.
    Lui distingueva la Verità dall’Opinione.
    Due cose radicalmente differenti.
    E solo di ciò che apparteneva alla Verità si sarebbe potuto dire, secondo il suo discorso, appartenere all’Essere.
    L’Opinione, l’ingannevole, il mutevole, il falso… era evidente, per lui, che fossero del tutto privi di ogni possibilità di “essere”.
    …La taglio qui, cara Fausta.
    Ci sarebbe da dire molto, ancora, per esempio, fra “essere” ed “esistere” c’è differenza?
    I filosofi se ne sono occupati parecchio, a buona ragione, fino ai giorni nostri, nei quali il fondamento “metafisico” delle cose viene ritenuto al di fuori del campo dimostrabile, e quindi del discorso razionale che si pratiche nelle “scuole” di scienza e di pensiero.
    E senza fondamenti assoluti, totalizzanti, metafisici, appunto, resta ancora tutto da chiarire, da accertare, da definire… ognuno si può costruire la sua Verità, dimenticando sia la lezione di Parmenide che il detto latino “nomina sunt…”.
    A noi resta il dovere, almeno io così la penso, cara Fausta, di trovare una mediazione fra la nostra passeggera esistenza, che non ammette certezze definitive, al di fuori di quella Finale, che pure cerchiamo di dimenticare in ogni modo, e tutto il resto, il senso della vita e della morte, il rapporto con l’aldilà e con la fede, il rapporto con le cose della vita quotidiane ed il loro reale, o presunto, valore.

    Il povero Pinocchio si trova in questo ginepraio, ora.
    Un ginepraio vero, reale, che altro non è, forse, quel cimitero in cui si è rifugiato in queste ore.
    Cosa succederà adesso?
    Beh, chissà.
    E’, anche per me, un’avventura molto interessante da vivere, questa del povero Pinocchio.
    Sai, io riesco a condurre solo fino ad un certo punto, il cocchio delle storie.
    Poi, dato che per me scrivere è soprattutto un modo di cercare cosa c’è nel mondo, nel mio ed in quello di voi amici, succede che, ad un certo punto, i cavalli che guidano il cocchio, la realtà dei fatti che si stanno svolgendo nella sotria, diciamo così, deragliano, vanno per prorprio conto.
    E per me, che amo viaggiare, è proprio lì il più bello!
    Un abbraccio (e scusa la lunghezza pesante)
    Piero

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  6. Non è affatto né lungo né pesante, almeno per me e ti ho letto con tanto gusto: istintivamente in due parole avevo pensato a quello che con tanta chiarezza hai spiegato. Io faccio parte di quelle persone che vorrebbero ritrovare la verità delle parole, che riprendessero il significato iniziale, vero….ma capisco che oramai è diventato impossibile, troppe contaminazioni . Ma lo posso fare per me, per dare senso – almeno per quanto possibile – a quello che faccio, che sento, che vivo.
    Sarebbe bello poterne discutere a quattrocchi….

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