PINOCCHIO ALLA CATENA

photo by Pierperrone

photo by Pierperrone

Anche se me ne vado in giro facendo finta di niente, mi porto appresso il mio destino, me lo porto addosso, me lo sento stringere, mi lega stretto, dappertutto, ovunque io vada, ovunque cerchi rifugio, ovunque scappi…
E’ una camicia di forza.
Non riesco a liberarmi.

Mi sembrava facile, ad un certo punto.
Dopo, però.
Dopo.
Quando la disperazione più nera aveva cominciato a diradarsi.
Il velo a cadere.
E dinanzi agli occhi, ecco, ecco apparire la luce, dapprima una luce oscura, un chiarore, una visione indefinita.
Ma poi, poco a poco ho capito, tutto m’è apparso evidente.
E anche io, sì, anche io stesso, così, adesso, sono immerso in quella luce, e sto lì, nitido a me davanti, chiaro, evidente, nudo, ecco nudo, così direi direi adesso, proprio una creatura venuta appena appena al mondo.

Si, ma non è un’immagine bella, quella che adesso mi si è svelata.
E’ l’immagine del destino.
Sì, proprio così, l’immagine del destino.
Proprio così.
E, per essere più preciso, è l’immagine del mio destino, adesso me la vedo davanti.
Mi vedo chiaramente.
E’ il destino, il mio destino, adesso lo vedo chiaramente.
Ce l’ho proprio qui, davanti agli occhi.
Ed il destino di un uomo, credetemi, il destino dinanzi al suo uomo, è come un gigante che sembra pronto a schiacciare la più minuscola e indifesa delle creature.
Un mostro feroce e sanguinario, affamato di morte, che vuole divorare l’indifesa creatura che gli ha dato i natali.

Ma forse devo essere più preciso.
Per farmi capire devo raccontare tutto fin dall’inizio.
Fin da quella mattina… o forse non era una mattina, bensì una notte, o un sogno, o farei meglio a dire che fosse un incubo, o che il risveglio, quel risveglio, dopo ciò che mi era accaduto, quel risveglio, farei meglio a dire che fu incubo, il mio incubo, l’incubo di ogni uomo?
La sera era stata una sera come le altre.
Una sera come tante altre.
Una sera come le sere di tanti altri, su questa terra, una sera come le sere d’un uomo qualunque, la sera di un uomo tranquillo, con la coscienza a posto, la sera un uomo di fede, timorato di Dio, della famiglia, lavoratore onesto e nient’altro.
Una sera come tutte le sere…

Tornavo a casa, quella sera, maledetta, quella sera, sia maledetta per sempre, quella sera, sia maledetta per tutti i tempi dei tempi!
Perchè ciò che mi accadde, quella sera, ancora mi fa venire i brividi.
Stavo sulla sulla strada, quella sera, come sempre, mentre me ne tornavo a casa.
Era sera, e appunto, la sera, la sera è sera quando il sole cala dietro l’orizzonte.
E sale, la sera, sale e s’impossessa del mondo, quando il sipario del giorno scende e scompare.
E’ come un gioco degli attrezzi su un palcoscenico qualunque.
Il giorno scende, con i suoi fondali colorati, e sale il manto nero della sera.
Sale lentamente, però, tra trasparenze e baluginìi che alle volte sembrano strizzate d’occhio dal cielo.
Si confonde, la mente, dinanzi a quegli interminabili cambi di scena, con le luci che si abbassano e cambiano colore obbedendo a qualche diavoleria tecnica che un volubile scenografo ogni volta reinventa come nuovi.
E noi, poveri uomini, ogni volta, là, ogni sera, a guardare imbambolati verso il cielo che scompare un poco a poco…
E non ci accorgiamo di niente…

Da un angolo, dietro a un muro s’era nascosto, mi comparve dinanzi un tizio, all’improvviso.
Era un tipo sospetto, questo lo vidi subito.
Ma comunque, quando me ne accorsi, anche se ero stato veloce come il lampo a capire il lampo fosco che gli brillava negli occhi a quel tipo losco, comunque, quando mi accorsi delle sue intenzioni, ormai,per me, era già troppo tardi.
Ero ormai già stato condannato.
Ero stato il prescelto, e questo senza neppure avere modo di saperlo.
Senza nemmeno volerlo, ero stato individuato.
Lui aveva avuto il tempo dell’agguato.
Io, invece, distrattamente me ne andavo.
Sicuro nella mia sicumera.

D’un tratto m’accorsi d’esser stato derubato.
Il ladro, svelto, ormai era già sparito.
S’era rifugiato, lesto come il lampo, su per l’ombra, dove il buio, nella sera, diventa intricato viluppo di scaluzze, su, dentro per il vico, dove la strada si stringe ed entra nel ventre delle case popolari.
Non è un quartiere periferico.
La Piramide è vicina.
La via Ostiense un pò in ombra è sempre trafficata.
Ma là, dietro al cimitero che chiamano acattolico, c’è sempre un pò più buio, una via solitaria, due pareti piatte, lunghe, che si stringono a tenaglia.
Come sia sparito non ho fatto in tempo a rendermene conto.
Pareva esser penetrato in quelle mura.
Forse era uscito da una tomba di quelle sconsacrate.
Forse, con la refurtiva che mi aveva sottratto prontamente, era ritornato a rintanarsi nella sua buca nera, una voragine profonda, terra umida scavata fresca fresca, lavorata appena appena, con la vanga, la mattina prima.
Non lo so, io non l’ho visto.
Quello, lesto, in un attimo è sparito.
Portandosi appresso quello che fino a un istante prima era sempre stato mio.

Non mi sono accorto subito di ciò che m’aveva preso.
In effetti, non m’aveva neanche apostrofato, come ogni buon ladro fa, a bassa voce e sguardo dritto dritto, intimandomi di consegnargli la refurtiva prontamente.
S’era avventato addosso a me solo un attimo, un gesto lesto, evidentemente era stato ammaestrato molto bene.
Sembrava il gesto d’un felino, una gatto rapinatore, in effetti, una belva, quasi, modestamente, me ne intendo, così disse il poliziotto, quando all’angolo, dopo la rotonda, m’accorsi che mi mancava il nome che, quello, il ladro, svelto m’aveva depredato.
Sì!
Come?
Sì, il nome, il nome, così urlavo al vigile in divisa che mi si chinava addosso dalla sua alta uniforme colorata.
Due bande rosse, lunghe come i binari d’un treno in pieno deragliamento, gli allungavano le gambe mentre si lanciava di corsa nella via cercando tagliar la strada al feroce rapinatore.
Lui, il milite, aveva capito prontamente la crudeltà d’un furto come il mio.
Non v’è bene più prezioso da sottrarre ad un uomo in questo mondo.
Il nome, l’esser, l’identità.
Di tal chè, dopo, il poveretto, rimane come un verme, nudo, strisciando sulla pancia per la via che diventa tutt’a un tratto stretta stretta.

Una nudità più vergognosa non esiste, a questo mondo, di quella d’un uomo senza nome.
Me ne accorsi subito, quando il buon carabiniere s’accosto col suo tacquino.
S’era accorto subito che qualcosa non andava.
Il ladro scippatore s’era acquattato da qualche parte sicuramente nascosto nel buio che calava.
Un inseguimento così non si può fare, ansimò il grassetto vigilante.
E allora mi s’accosta e mi chiede che può fare.
Come mi chiamo, mi chiede disinvolto.
Ed io…
Resto muto come un pesce.
Un cerchio mi strinse la testa fortemente, e l’aria si fece subito pesante.
Quello mi crede pazzo, pensai io prendendomi paura.
O voglio offenderlo, magari, perchè non è riuscito ad afferrare il ladro delinquente.
L’occhio mio si fece subito corvino.
La mascella sua si strabuzzò.
Ed io, penosamente, m’offrìi alla catena dell’ira sua e della giustizia intera.

6 thoughts on “PINOCCHIO ALLA CATENA

  1. un racconto da leggere d’un fiato cercando la fine per scoprire l’accaduto. Un esperimento narrativo molto interessante, una fiaba moderna dove si sottolinea l’importanza dell’identità, seguendo lo stile dell’interrogazione del proprio io, ricordando il grande maestro Gogol.
    Anche la foto è molto bella con diverse chiavi di interpretazione, di cosa si tratta?
    Complimenti Piero, è un piacere leggere quello che scrivi.
    Francesco

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  2. Grazie, caro Francesco.
    Mi fa piacere ti abbia colpito questo racconto.
    Forse il paragone che hai azzardato è eccessivo per me, ma mi fa piacere ancora di più…
    La foto: è un dettaglio di un monumento moderno, una installazione che si trova qui a Roma, davanti alla stazione del treno di Ostia Lido, alla Piramide/Ostiense.
    L’installazione richiama la tragedia della seconda guerra mondiale, i giorni dei rastrellamenti degli ebrei, dell’armistizio, della resistenza, dei bombardamenti sulla città, della liberazione…
    Ma in questo caso il particolare della foto mette in evidenza le mani e le catene, per richiamare e rafforzare con un’immagine il momento clou del racconto.

    Un caro saluto,
    Piero

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  3. Sai che non mi basta mai leggere le tue parole una sola volta, ed anche ora l’ho letto tutto d’un fiato e poi l’ho riletto ad alta voce per “ascoltarlo” che è tanto diverso dal leggerlo! Questo “lungo pensiero” starebbe benissimo su un palcoscenico, magari letto da Gabriele Lavia o Umberto Orsini…..
    Trovo stupende quelle frasi che ripetono un concetto e che lasciano capire il senso della paura che si è insinuata nell’anima del personaggio.
    Certo che, a riflettere bene, quanta importanza ha il nome per l’uomo, che non è solo il modo con cui ci sentiamo chiamare ma è la nostra essenza, quello che fa di ognuno di noi un’essere unico!

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  4. Eh, cara Fausta… non so se i personaggi che nomini per questo testo… sono all’altezza dell’opera.
    Qui ci vogliono attori bravi, veri, magari un Albertazzi, un Eduardo…
    No, no, scherzo…
    Ovviamente non ho parole per ringraziarti della tua gentilezza.

    Beh, l’importanza del nome… chissà, forse il racconto potrebbe continuare per indagare questo argomento.
    E’ da un pò di tempo che mi porto dentro questo tema: il racconto non esaurisce la materia prima che credo si possa ricavare scavando sotto traccia, ma in questo periodo sono un pò stanco, ho impegni al lavoro e arrivo sfasato la sera…
    Ma … vediamo, ho voglia di vedere come prosegue…
    Un abbraccio,
    Piero

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  5. L’identità. Credo sia un concetto che ne racchiude racchiude dentro altri, come una sorta di matrioska. La dignità forse, il diritto al rispetto, non so… Il nome qui mi appare come un simbolo di tutto. Si può togliere l’dentità di un uomo, quello che lui sente come la sua identità, in molti modi. E sempre comunque con una qualche forma di violenza. Forse oggi ne abbiamo molti esempi.
    Coinvolgente, come sempre🙂
    Abbraccione

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    • Mia cara Patrizia, la risposta stasera sarà veloce perché sono in giro e ho un nternet lento e poco tempo.
      Solo un grazie: le correzioni mi fanno piacere…. sei la mia maestra del cuore!

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