LA RIVELAZIONE

photo by Pierperrone

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D’improvviso, nel buio, Maria ebbe un sussulto.
La notte, con forza, continuava a premere, spinta dai suoi fantasmi, forse per sfuggirvi.
Un brivido percorse per tutto il corpo la giovane donna.
Se ne stava rappresa nel suo saio e sembrava stretta da una camicia di forza.
Mille spilli, lame taglienti, spade, frecce acuminate le mordevano la carne, lanciati da guerrieri invisibili, abitatori dell’ombra, creature di un mondo lontano, nascosto, ignoto.
Le sembravano angeli.
Un’intera tribù di esseri alati, belli come divinità, e crudeli.
Spada nella mano, re dell’incognito, le avevano teso un agguato a tradimento, approfittando delle tenebre, nelle quali la povera suora si rifugiava per cercare una risposta alle sue domande.
Per immaginarsi il sapore della sua Verità, che finiva sempre, di giorno, per sfuggirle all’ultimo istante, quando sembrava ormai prossimo a svelare il suo segreto gusto.
Ferite sanguinavano, nella sua anima, non potendo sanguinare un corpo assaltato soltanto dai sogni d’un inconscio candido e infantile.
Ma, si sa, i fantasmi più terribili, i mostri più orrendi, abitano proprio là, nei territori più puri dove i bimbi non sanno nasconderli.
E suora Maria altro non era che una bimba cresciuta d’età.

Il silenzio della notte s’era fatto gelido.
L’oscurità, nella cella, s’era fatta di nero cristallo, lava pietrificata da cui baluginavano riflessi ingannevoli.
Una ragnatela, in quello spazio senza dimensione, stringeva il giovane corpo che non conosceva peccato.
Ogni muscolo di quel corpo s’era indurito.
S’era fatto di legno.
Pietra, pesante e fredda.
Anche il buio pesava, gravava con una penosa pressione che levava il respiro.
Il morso dello spavento l’aveva fatta strillare.
Un urlo appena represso da un groppo di pianto.
Un senso di nausea la stringeva alla gola.
Una mano assassina che voleva soffocarla.
Il tanfo della paura l’aveva afferrata alla gola e ora tentava di strangolarla nel letto.
Il terrore la paralizzò.
Lì, mentre, distesa, sentiva la morte scorrergli vicino.
Cosa era stato?
Chi può dirlo con esattezza?

Sfuggiva a Maria il senso di ciò che stava accadendo.
La sua vita ormai era stata sconvolta, la notte in cui il corpo dell’angelo caduto dal cielo era stato trovato morente nel giardino dietro al chiostro di quel regno di pace.
La vita dell’intera comunità di consorelle era stata assalita dalla tempesta.
E le scosse di quel terremoto non accennavano a placarsi, anche se il tempo, implacabile, passava portandosi appresso le stagioni ed i loro frutti sugli alberi.
Là, nel giardino, le gemme s’erano fatte prima fiore, poi verdi tenere foglie, poi frutti, e infine, lenta pioggia di vele appassite.
Ma su quell’oasi di pace, improvvisamente, s’erano aperte le cateratte dal cielo, in quella lontana notte d’inverno.
O era d’estate?
Neanche aveva più alcuna importanza l’infimo dettaglio del tempo passato, che, nel frattempo s’era consumato, era andato via, era scorso o era trascorso, insomma, s’era perduto, era svanito, come se non fosse mai stato davvero il suo tempo.
Da quelle cateratte sprofondate nell’ignoto era sgorgato un fiume fatto di fitto mistero.
Ed ora quel fiume correva furente nel suo letto, con una corrente tumultuosa che tutto travolgeva al suo passaggio.
E tutto quel mondo veniva, ora trascinato via dal muto silenzio delle domande, dagli interrogativi rivolti al cielo con gli occhi bassi per la paura, dall’incertezza di dubbi che non s’erano mai prima affacciati su quel piccolo universo chiuso dietro le mura della clausura.
Ora, quel mondo, sospinto dalla corrente dei fatti inspiegabili, si stava affacciando sull’orlo di un baratro.
E da quel bordo pericolante non si riusciva a vedere un fondo, un punto d’arrivo: da quella infinita altezza, la caduta precipitava direttamente sulla debole fede delle consorelle, messe così duramente alla prova.
Era l’insostenibile peso dell’incertezza.

Ma per suora Maria era un’altra cosa.
L’incubo aveva gli occhi ciechi dell’angelo steso, sempre silenzioso, là, nel lettino, in penombra, sereno, eppure inespressivo.
Quasi una sfinge.
La Verità tanto cercata e alfine trovata da suora Maria, era sempre sfuggente, sempre mutevole, inafferrabile, cangiante.
Come una bugia incompleta, una verità a metà.
Solo le cose parlavano la muta lingua della realtà.
Il corpo nudo della creatura alata.
La sua bellezza inarrivabile.
Il suo silenzio distaccato.
Le ferite curate con amorevoli attenzioni non parlavano più con la voce rotta della sofferenza di chi prova il dolore della carne.
La freccia, sul piccolo mobile scuro, nella penombra, nell’angolo della piccola cella, brillava.
Risplendeva l’asta, ricavata da un ramo d’oro staccato da un albero celeste cresciuto nel giardino d’un paradiso lontano, eppure troppo a portata di mano, adesso.
Come ardeva di luce perenne la punta acuminata, frammento di stella siderale, luce di astro notturno che nessuna nube riusciva ad offuscare.
Questo diceva la lingua delle cose.
La tunica celeste della creatura angelica, accuratamente disinfettata e riposta su una seggiola magra, un pò zoppa, di fianco alla porta della cella.
Il colore candido della pelle.
L’odore d’ambrosia, o d’incenso, o di un gelsomino del giardino dell’Eden che emanava dalle membra dell’angelo.
E il riflesso d’ombra di una piuma delle ali.
Raccolta accanto al corpo, la notte della tragedia buia.
Sporca di umore.
Appoggiata sopra un candido lino.
Reliquia vivente d’un aldilà presente in mezzo a quel mondo.
Presente al nostro mondo vivente.

Il silenzio è duro da sopportare.
E’ un peso insostenibile per un essere umano.
Più pesante della pietra in cui sono ricavate le crude parole.
Maria pensò che fosse più giusto sottrarsi a quel terribile peso.
Con gesto impuro, l’unico che avesse compiuto con coscienza di donna, allungò la mano e raccolse la freccia dal candido panno.
Era fredda per la lunga attesa, il metallo scintillante nel buio.
E calda, come fosse stata penna fusa nel fuoco più caldo.
E siccome era affilata l’acuminata punta che brillava della luce della creazione divina, non fece male quando penetro nel petto della giovane, proprio sotto il seno sinistro.
E quando spuntò l’occhio curioso della ferita sulla spalla sinistra della giovane donna, nessuna goccia di sangue ne sprizzò, quasi fosse già un corpo celeste, quello della santa.

In quell’istante nella stanza si fece una luce, tenue, un chiarore soffuso.
Nel lettino, l’angelo aveva cominciato ad emanare un bagliore pallido, come se la Bellezza si fosse illuminata della sua luce interna.
E, con voce fatta di melodia di mille strumenti musicali, raccontò la strada che aveva percorso, nel suo viaggio da mondi infinitamente lontani, fino a quello squarcio di luce che si apriva nel cielo notturno sul mondo, quella notte così lontana e allo stesso tempo talmente vicina da fare ancora paura.
Raccontò del come e del dove, del quando e del perchè.
Raccontò e mentre raccontava la sua lingua era una lingua che non s’era mai udita sulla terra.
E poichè nessuno aveva mai udito una voce che parlava una lingua come quella, non vi era nessuno in grado di capire la rivelazione dell’angelo.
Ma non c’era nessuno, in quella stanza, là, piccola, stretta nella morsa del buio appena ravvivato dal tenue bagliore della Bellezza.
Soltanto la dolce suora Maria.
Voltata verso l’angelo, aveva cominciato anch’essa ad emanare un bagliore di santità pura e celeste.
Leggera, incominciava a sollevarsi dal mondo.
Un paio d’ali la tenevano sospesa e la sorreggevano nell’aria leggera.
Ma non si riusciva distinguere se quelle ali erano davvero le sue ali.
Oppure era l’angelo che l’aveva abbracciata ed ora la sosteneva portandosela in cielo.
Piano piano, mentre miravo con gli occhi stretti per lo sforzo, il bagliore s’affievolì.
Infine, si spense.
E la notte riprese il suo corso.

4 thoughts on “LA RIVELAZIONE

  1. E così suor Maria, ha compreso, ha trovato forse quella Verità tanto agognata. Ma per riuscirci è dovuta entrare nella vita dell’angelo, provare lo stesso dolore, la stessa esperienza, per elevarsi verso qualcosa che non conosceva. Per comprendere? Ma comprendendo alla fine…a chi giova? Non sarà forse tutto un’inutile dibattersi nei nostri giorni, una beffa che ci porta a capire quando ormai non ci serve più? Troppo pesante vero? Me ne rendo conto…Ma il proseguo del racconto mi ha spiazzato,
    O forse è semplicemente la consapevolezza che sul Bene e forse anche sul Male, non si ragiona, non si disquisisce, esistono in sè. E questa forse la Verità.
    Mi scuso se non ho compreso nel giusto modo, come sempre, solo pensieri in libertà.
    Ciao🙂

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  2. No, Patriziè, è che secondo me a cercare l’interpretazione forse si perde la storia.
    Certo, non posso avere la pretesa che sia una storia chissà cosa… ma comunque, se cerchi il senso può anche capitare che non lo trovi.

    Volevo chiudere la storia in un altro modo, all’inizio.
    Fare di quella freccia un dardo di Eros e dell’angelo il messo annunciatore d’una nuova vita. Volevo, insomma, fare una specie di Annunciazione con l’arcangelo e la Madonna. I personaggi erano giusti abbastanza, e abbastanza sbagliati da dare un senso di spiazzamento….
    Ma quando sono andato a scrivere la parte finale non mi sembrava abbastanza vera quella conclusione… non viveva realmente di una vita sua. Mi è sembrata più da artificio che da racconto.
    E scrivendo, cioè raccontando la storia dei due nella cella, la storia me l’hanno raccontata loro.
    Quando ho riletto il finale, le ultime righe mi ha convinto.
    È giusto così perché la natura dell’angelo è qualcosa di diverso dalla nostra, non può convivere con la nostra. La suora non è una Madonna, la suora ha scelto di restare fedele al suo ideale e non aveva senso n’è farla innamorare dell’angelo n’è renderla madre d’una creatura: lei è una sorella e non posso snaturare la sua natura.
    Ma io volevo sapere cosa c’era da dire, cosa si dicevano nel buio quei due, cosa si sono raccontati, quale mistero, quale segreto, quale verità…
    E se sono due esseri difetti per natura, loro possono comunicare solo in un modo differente dai nostri.
    Il senso viene dal silenzio, dal sentire le cose attraverso quell’orecchio sociale che chiamiamo cuore, o anima, e per comunicare, quei due, avevano bisogno di una dimensione tutta loro, era necessario che avessero qualcosa che mettesse le loro nature accidentalmente venute a contatto attraverso quel buio nel cielo che chiamiamo luna. La freccia d’oro e di luce stellare non è un’antenna perfetta?
    E su quale canale si potevano sintonizzare quei due, se non in quello del cielo?
    Ma io lassù non potevo arrivare, e così ho dovuto lasciarli al momento in cui sono appena partiti.
    L’ultima immagine che ho è quella confusa del loro volo stretti per non cadere, lui ancora debole, lei ancora inesperta.
    Ma cosa si saranno potuti raccontare io, e certo anche tu, cara amica mia, lo possiamo immaginare con certezza, come se fossimo stati presenti per tutto il tempo del loro muto colloquio: non è forse vero che i colloqui più importanti della nostra vita sono stati quelli che non hanno avuto bisogno di parole?
    Forse è per questo che mi piacciono tanto le fotografie e, al contrario, non sopporto per niente i film!

    Un bacio,
    Piero

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  3. Ho aspettato il finale per leggere tutto insieme e poi alcuni problemi mi hanno tenuto lontana dal computer. Ho letto e riletto e poi una terza volta e alla fine mi sono solo lasciata prendere dalla suggestione del racconto perché troppe erano le strade che mi si aprivano davanti ed ognuna mi sembrava troppo riduttiva per quel contrasto di emozioni che mi arrivavano.
    Così mi fermo al racconto: bello, coinvolgente, misterioso, profondo e un po’ destabilizzante….
    Il resto, quello che mi è rimasto nel cuore, non sono capace di metterlo in parole forse perché è troppo personale, forse perché troppo confuso… chissà che poi non ci riesca…
    Comunque complimenti, Maria e l’angelo si sono raccontati e tu hai saputo acoltarli…. sono rimasta col fiato sospeso sino alla fine!
    Buona domenica Pietro!
    P.S. sono d’accordo con te per le foto – sai quanto piaccia anche a me fotografare anche se non sono al tuo livello – cogliere l’attimo e tenerlo vivo senza raccontarlo ma lasciando agli altri il gusto di “pensarlo”… (però mi piacciono anche alcuni films)

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    • Mia cara Fausta,
      a parte la pazienza che anche tu mi dimostri (addirittura hai le letto tre volte il racconto!!!! tre volte, dico, tre volte !!!) mi colpisce, nel tuo commento il non detto.
      Non posso sapere cosa ti è rimasto nel cuore, perchè non lo descrivi, ma per me è davvero molto importante sapere che questa storia ti ha … come dire, fatto questo effetto.
      Sai, a me piace scrivere, ma, naturalmente, per farlo è importante sapere … l’effetto che fa.
      Se avrai voglia di raccontare ancora ciò che ti è rimasto là, sarò felice di leggerlo: già mi hai raccontato delle tue ore con la Suora Maria che hai conosciuto, del vostro muto dialogo, delle vostre ricette…
      Ti ringrazio ancora per l’affetto.
      Un carissimo abbraccio,
      Piero

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