LA VERITA’

photo by Pierperrone

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Al primo respiro, un sospiro lieve lieve, leggerissimo, un lamento silenzioso, quasi, fece seguito, poi, una lunghissima pausa.
Quasi la vita stessa volesse riflettere sui suoi casi, sulle evenienze, sulle possibilità.
Pareva dover prendere decisioni importanti, irrevocabili.
Riprendere o meno il corso delle cose, ridare forza a quel corpo d’angelo così durante colpito, rimasto così a lungo sospeso sul baratro più profondo, sull’orlo dell’abisso inarrivabile.
Un flusso vitale spezzato all’improvviso, praticamente interrotto.
Reciso in malo modo da un ignoto destino, come capita agli steli dei fiori più belli strappati dalla tempesta …
Il filo della vita, capricciosamente stretto fra le dita artigliate della Parca più crudele…
Si.
A quel primo soffio leggero, stormire invisibile di fronda odorosa, e, poi, a quella interminabile angoscia sospesa sul limitar della vita, sul filo impercettibile che separa la vita dalla morte, a seguire, venne un secondo sospiro, più largo, questa volta, più ampio, quasi un riverbero d’aurora, l’eco lontanissima d’un giorno concesso ancora per vivere.
E, dopo, a poco a poco, poco per volta, improvvisi singulti, irregolari respiri, ansimi, a intervallare inspirazioni soffocate, colpi di tosse, lamenti trattenuti a stento…
Palpiti d’un corpo quasi morto.
E ora, quasi risorto
Le ore son passate segnando con lentezza esasperante il loro passo distratto.
Lunghe ore.
Come sono lunghe le ore segnate dal pigro procedere degli astri nel cielo.
Si sono date il cambio, come guardiane d’un evento siderale.
E si sono strette in quella cella, affollate su quel lettino, attorcigliate a quella creatura sofferente, quasi avessero voluto impedirgli di ritornarsene da dove era venuto cadendo.
Fino al ristabilirsi finale d’una corrente più regolare…
Comunque, pur sempre una respirazione inquieta, obbediente ad una natura irregolare, ad una specie di vita vista solo di rado, si racconta, su questa terra, una presenza aliena, forse… quasi… si potrebbe dire.
Comunque, poco a poco, anche la vita riprese a scorrere più regolarmente, man mano che l’angelo riprendeva le forze.

Suora Maria era stata l’angelo custode di quel giovane moribondo steso nel lettino.
In quelle lunghissime ore, non si era mai stancata di pregare Dio.
La sua fede l’aveva sostenuta saldamente e lei si era affidata interamente a quella forza che le riscaldava, in quel frangente così drammatico, il cuore e l’anima.
Lei ne era sicura: Dio, il suo Dio, non poteva essere il responsabile d’un crimine così efferato.
Tentare di uccidere un angelo facendolo precipitare dal buco aperto nel cielo, di notte, nel buio, nascosto dietro la rotonda forma abbagliante della luna d’argento.
Una trappola vile, un agguato sleale.
Non poteva essere stato Lui, il colpevole.
Lui era il suo Dio, il Creatore di tutte le creature, quindi anche dei giovani angeli.
Il Padre buono.
Il Dio d’Amore.
La Provvidenza, la Luce, la Fonte di tutte le cose.
E le notti scorrevano ora lente, ora veloci, dietro alle mille domande che richiedevano mille difficili risposte.
A parte le cure da assicurare alle ferite che piangevano come bocche di bambini affamati, ma che poco alla volta si stavano saziando del nutrimento che il seno amorevole di suora Maria sapeva infondere al corpo ferito, a parte le preghiere calde e piene di speranza, la giovane suora si stava facendo sempre più seria.
Stava crescendo anche lei, mentre le sue mani sapevano infondere sollievo alla dolce creatura che riprendeva man mano vigore nel lettuccio, là, nella cella.
Provava sentimenti mai prima provati, ora.
Se la sua scelta monastica era stata dettata dalla necessità di trovare un sostegno, un appiglio sicuro per non essere travolta dalla tempesta che le agitava l’anima senza neanche spiegarle perchè, ora, pian piano, stava cambiando.
Si sentiva ogni giorno più completa.
Come se il suo vuoto si stesse riempiendo.
Addirittura, a momenti, si sentiva una donna!
Non le dava requie, è vero, quel pensiero di stare cambiando mentre l’abito talare restava sempre uguale a se stesso.
Il saio pungeva, sul corpo nudo, come un cespuglio di rose spinoso.
Ma non erano più le punture acute del grezzo tessuto che l’aveva tenuta stretta tante volte al un presente da cui si allontanava distrattamente senza sapere cosa andava cercando.
Ora erano punture precise, quasi dei morsi, che la tenevano attaccata al suo mondo di suora, alla cella, al convento.
E quando con gli occhi ansiosi, quasi materni, guardava il volto addormentato dell’angelo steso nel letto, sentiva un calore dargli sollievo alla pena del cuore.
Una pena senza ragione.
Un sollievo mai richiesto.

E passava i giorni, e le notti, interrogando il povero angelo, che restava muto nel letto.
Alle volte le domande prendevano il suono della voce della giovane suora.
Allora, con tono gentile, premuroso, cercava di sapere, di scoprire, di conoscere…
Cercava di gettare uno sguardo su un mondo che pure s’era offerto di sua volontà, s’era esposto in tutta la sua nudità scandalosa, s’era mostrato in tutta la sua carnale debolezza.
Più spesso erano mute le sue domande, rivolte con gli occhi e non con la bocca, col muta voce del cuore e non con quella del corpo.
Forse, così, sperava di riuscire ad ottenere dall’angelo qualcosa di più.
Talvolta, nella stanza, cercava un indizio, un dettaglio, qualcosa che potesse almeno far immaginare un perchè.
Solo la freccia, però, restava appoggiata, là, sul mobiletto di fianco al piccolo letto.
Muta anch’essa, come la bocca serrata dell’angelo che, ormai, passava lunghe ore vegliando, guardandosi intorno, con aria un poco spaesata.
Ma mai ansia, o disagio, traspariva dallo sguardo della creatura celeste, al quale pareva piacessero le cure amorevoli di suora Maria.

Ma non servivano a nulla tutte quelle domande, mute o meno che fossero.
Niente dava alla suorina un indizio di verità.
Eppure, quella non perdeva mai la paziente speranza d’una risposta.
La fede, una fede nuova, una fede incrollabile, una fede salda, la fede più salda d’ogni fede mai prima provata, la facevano sentire tranquilla.
Padrona.
Certa che tutto ciò che si era svolto dinanzi ai suoi occhi, ed a quelli altrettanto sorpresi delle altre consorelle del convento, si era in qualche modo svolto per lei.
Se le altre suore erano confuse, agitate, impaurite o preoccupate, e cercavano di tenere nascosto al resto del mondo quanto era accaduto nel buio di quel minuscolo luogo di fede, suora Maria si sentiva invece serena.
Una tranquillità celestiale aveva, man mano, conquistato il suo cuore e la sua anima.
Cambiava, e l’inquietudine del cambiamento la scuoteva, certo, ma si rendeva in qualche mdo conto che viò che stava accadendo era stato programmato e realizzato per una ragione.
Una sola ragione.
E quella ragione, chissà per quale ancor più remota ragione, era lei stessa.
Proprio così.
La storia era stata scritta proprio per lei.

2 thoughts on “LA VERITA’

  1. Eh…non c’è niente da fare…proprio non riesco a non farmi venire in mente significati velati. Leggendo il proseguo, scorrevano nella mia mente due binari di lettura: quest’angelo m’appare sempre di più come la personificazione del Bene, così bistrattato da sempre, così eternamente soccombente. E la dolce suor Maria, con quelle domande sull’autore di quel misfatto. No, non poteva essere Dio. Se ci pensi bene è la domanda che ci facciamo sempre noi: come può un dio d’amore permettere tutto questo male? Lo so, lo so…il libero arbitrio. E il male c’è, non si elimina, non è possibile e infatti la freccia che rimane lì, a testimoniarlo. Ma c’è anche il Bene, quell’angelo che non muore e che dà la forza di continuare a credere, una serenità quasi irreale in cui crogiolarsi, come vi si crogiola suor Maria, rafforzata in una fede proprio dalla visione di quest’angelo. Una fede che non necessariamente deve essere di tipo religioso, una fede che diventa, allargando il tuo racconto, qualcosa in cui credere, un’utopia, un ideale per cui continuare a vivere ed agire. Suor Maria chiede con domande mute, chiede all’angelo che non può rispondere ma solo alimentare con la sua esistenza, il coraggio e la forza di andare avanti.
    C’è poi il secondo binario, quello più intimistico o individualistico, se vuoi. Quel vuoto di Maria, vuoto d’amore, causato da chissà cosa e che la fa scegliere forse più razionalmente che istintivamente di rinunciarvi, forse perchè convinta di non esserne degna o di non essevi destinata. Quel vuoto d’amore riempito con la fede che può essere qualsiasi cosa nelle vite diverse di ognuno di noi. Poi però succede un evento straordinario (forse nemmeno tanto straordinario) che sovverte le sue decisioni passate. E si lascia andare a qualcosa che non voleva, che non pensava. Parlo di sentimenti prima di tutto, prima d’ogni altra cosa materiale. E lei lotta in qualche modo, contro quel nuovo e diverso sentire. Ma non si può…
    Spero ci sarà un seguito, aldilà delle mie stramberie, spero davvero ci sia un seguito…
    Bravo Piero… un grande abbraccio

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  2. Sempre, a te, grazie, con il cuore e con affetto.
    Mi fa piacere partecipare alle tue “interpretazioni”.
    Perchè – più seriamente – è il regalo, di te, che tu fai a me.
    Non dovrei sempre ringraziare di ciò?
    E poi per una ragione un pò più futile.
    Mi è sempre piaciuto trovare le interpretazioni nascoste nelle cose, penso, anzi che il mondo, la vita, la realtà, anche ogni giorno, sono più profonde, hanno più spessore di quanto l’apparenza faccia trasparire.
    Anche i rapporti con le persone sono così.
    Anche noi stessi, ognuno di noi, è fatto allo stesso modo.
    Alla superficie … si nasconde la vera faccia della vita, dei sentimenti, delle persone, delle cose… eccccccc….
    Quando andavo a scuola mi divertivo da matti col mio compagno di banco a dare delle interpretazioni (erano dei titoli, in genere) ai suoi disegni astratti.
    Lui era bravissimo a disegnare, anzi era un dono di famiglia.
    E infatti ha finito per fare l’architetto.
    Ma lì, al primo banco, davanti al prof che spiegava, lui, sul diario, o su un foglio di quaderno, si divertiva a tracciare i suoi ghirigori “metafisici” e poi me li metteva sotto gli occhi.
    Ed io, pronto come un fulmine, gli trovavo un titolo significativo, esplicativo, descrittivo, figurativo…
    E poi tutti e due scoppiavamo a ridere a crepapelle…
    Non sto a raccontarti, cara maestra mia, le reazioni dei prof, specialmente quello di latino e greco…
    Credo che potrai facilmente immaginarti…
    (Pensa se eri maestra mia, o prof! madonna!!! pensa!!!)

    Nel merito di quello che hai raccontato tu, la tua interpretazione, potrei dire che mi convince quasi, potrebbe anche essere giusta.
    Ma non lo so.
    Finirò di raccontarti la storia.
    E tu mi dirai i tuoi pensieri.
    Però forse, ecco, questo è vero, le due cose – storia e interpretazioni – forse non hanno troppo in comune.
    Nel senso che la storia ha un suo andare, fino ad un momento in cui avrà una fine.
    Ma rispetto ai fatti potrebbe anche darsi che bene e male, anzi Bene e Male, siano su un piano diverso: io non ho messo i personaggi su questo crinale, io voglio solo raccontare una storia, magari bella, se ti piacerà, ma senza preoccuparmi di una morale.
    Che poi ce l’abbia comunque – qualunque essa sia/sarà – è naturale, ovvio.
    Tu … con metodo ermeneutico, stai tirandola fuori, con molta coerenza al senso e parecchia attinenza logica.
    Ma se io ti dicessi che è indifferente all’andamento dei fatti?
    Cambierebbe molto se alla fine la suora, oppure anche l’angelo, o le consorelle, o chiunque latro, si dessero comportamenti immorali, o amorali, o altrimenti li volessimo chiamare?
    L’importante, per me, è che la storia sia “vera”.
    Cioè che funzioni fino alla fine.
    Ed è questo il rischio dalla parte mia, cioè che … possa appassire o finire… in un fiasco!
    Sei giudice, lo sei insieme agli altri amici che passano a leggere.
    Sarai inflessibile e ci tengo a questo.
    Ma ci stiamo divertendo, giochiamo.
    E diciamo anche quel che abbiamo dentro: morale inclusa!
    Un abbraccio, Amica mia
    Piero

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