LA VEGLIA NELLA NOTTE

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Steso sul lettino addossato alla parete nuda, il nudo corpo sembrava ancora più nudo.
Giaceva sopra la pesante coperta di lana marrone su cui era stato appoggiato un lenzuolo inamidato, che orgogliosamente mostrava un delicato rammendo in un angolo, una ferita rimarginata grazie alle amorevoli cure di mani operose.
Ma era una nudità innocente, come quella di un angelo può essere in una cella di monastica clausura.
Un’innocenza ferita, che mostrava lacerazioni e piaghe e i segni di un colpo tremendo.
Suor Maria vegliava, nella fioca luce d’una lampadina di fianco al lettuccio.
Riflessi rossastri emanavano da quella debole incandescenza, quasi una torcia, che un laccio legato al muro teneva in vita stentatamente.
Il mondo esterno, da quella presa elettrica, faceva entrare nel convento, anzi, in quella celletta stretta e poco illuminata, il suo filamento sensibile, quasi un’antenna con la quale sembrava spiare per sapere ciò che nessuno ancora poteva sapere.
Il riflesso di quella candela elettrica arrossava ancora di più gli occhi stanchi di veglia e di pianto.
L’anima, in tempesta, era sbattuta da mille paure.

Il corpo giaceva.
Immobile, allungato, flessuoso.
L’abbandono dell’incoscienza lo rendeva inerme e indifeso.
Le forme morbide dell’angelo, tolta la tonaca macchiata di scuro umore rappreso, attraevano lo sguardo di suora Maria irresistibilmente.
Ma non si trattava, come si potrebbe pensare, di una tentazione della carne, o di una debolezza dello spirito, della fragilità colpevole del desiderio.
No, non era di questo genere il peccato che albergava nel cuore della giovane religiosa.
Quell’anima innocente era turbata da sogni infantili, dalla vaga chiamata d’un tempo passato, remoto
Una vita forse mai vissuta davvero.
Il peccato di suora Maria era un richiamo indistinto, un’eco lontana, che a tratti distoglieva dal presente la preghiera del cuore e metteva in tumulto la povera suora.
Era un prepotente abbandono a cui non riusciva a sottrarsi.
Il rimpianto.
Nostalgia di qualcosa mai veramente posseduto.
Eppure, gli anni che avevano preceduto l’altra “chiamata”, quella delle fede, quella dello sposalizio celeste, erano statti soltanto una breve parentesi. Quella che un indomabile demone interiore s’ostinava a chiamare, ancora, pur sempre, vita.
E neppure era stata una parentesi facile.
Una vita felice.
Quel tempo andato era stato, per il candido giglio, un immenso giardino, senza altri alberi e fiori.
Quelli, gli alberi e i fiori, appunto, crescevano a grappoli, a mazzi, a chiazze che coloravano i boschi ed i prati dei mille colori.
Mandorli e peschi, papaveri, tulipani e girasoli…
Su quei petali profumati, su quei frutti maturi, si posavano api ronzanti e delicati raggi di sole.
Quel giglio, invece, era germogliato al centro d’una aiuola senza alcun altro compagno di giochi.
Era sbocciato come per sbaglio.
E non si creda che questo avesse macchiato il candore di quel purissimo dono del cielo.
Anzi, il contrario, l’aveva reso ancora più pio.
Soltanto, l’aveva privato della vera vita vissuta.
Degli anni verdi più belli.
Così, dal cuore di quel solitario candido giglio ora nascevano, a tratti, paurosi fantasmi.
Momenti in cui la fede s’allontanava dal cuore.
E il corpo aleggiava, sospeso fuori dal tempo.

Il corpo d’un angelo è bello, candido e puro.
Proprio come quello d’un giglio.
Non esiste altra bellezza più dolce.
E neppure candore così privo di ombre.
Luce allo stato puro che s’è incarnata in forme languide e morbide.
I segni dell’assoluto incorruttibile.
Il divino impresso nella materia più delicata e perfetta.
Che vane discussioni hanno rovellato le più eccelse ed acute menti di fede!
Un angelo non appartiene al genere umano!
Esso è del genere degli angeli e ha la materia degli angeli.
Ha la bellezza più piena che è la bellezza degli angeli e nessun essere umano potrà mai sottrarre ad un angelo quel primato di bellezza assoluta.
Per quanto riguarda i segni esteriori della bellezza degli angeli la curiosità è forte.
La stessa curiosità che bruciava anche negli occhi e nel cuore di suora Maria mentre vegliava sul povero corpo esangue.
Ma un Angelo è come una stella.
E come le stelle è tra le creature del cielo.
E come le creature di luce del cielo è purezza assoluta.
Il corpo è solo una necessità esteriore, sostanza da cui promana luce perfetta.
Ma mai il corpo d’un angelo si era esposto così dinanzi ad un essere umano.

Il corpo dell’angelo era il corpo nudo d’un angelo precipitato dal cielo.
Le suore avevano raccolto il povero fardello schiacciato sotto il peso del dolore, nel giardino, quella notte, per dargli le cure di cui ha bisogno la sofferenza d’un corpo.
Lo spavento e l’orrore avevano odore di morte, là, sotto la gelida lastra d’acciaio della luna che gravava dal nero cielo notturno.
Lo presero in braccio, come si prende un bambino malato.
I cuori, nei petti delle sorelle, s’erano fermati di colpo.
Non un respiro, dalle bocche serrate.
Sbarrati, gli occhi rifiutavano di guardare i segni del dolore che si mostravano senza pudore sotto le lame d’argento che calavano dal cielo.
Portarono il povero corpo nella cella che fu ritenuta, in quel frangente tanto drammatico, la più idonea alla bisogna.
Lo spogliarono, per guardare in faccia la morte.
Non v’era un angelo, dinanzi ai loro occhi, ma un Cristo precipitato dall’alto della Croce più alta.
Un morto.
Senza colore, senza calore, senza respiro.
Le preghiere si fecero spazio poco a poco nella loro mente atterrita.
Preghiere per un morto.

Appoggiarono la pesante massa di quella bellezza riversa sul misero lettuccio d’una cella del convento.
E mai, prima, era capitato che una cella di un convento di suore ospitasse una creatura così.
I pochi conforti che s’apprestarono dare alla salma erano poveri e senza pretese.
Un pò d’acqua per lavare le ferite.
Mani caritatevoli per comporre le forme che avevano perso ogni forma.
E lacrime.
Tante lacrime, come per lavare col pianto il peccato che doveva aver condannato quell’angelo alla pena più grave.
La pena di morte.
Le ore scorrevano lente e veloci allo stesso tempo.
Come un lampo s’accalcavano le incombenze per dare sollievo al corpo ed all’anima del povero corpo dell’angelo.
E come sequenza d’infiniti attimi sospesi, s’allungavano le ore d’attesa.
Ore di veglia e di preghiera che diventavano interminabili e disperate.
Abitate da mille fantasmi.
Mille e mille pensieri.
Paure ed orrori.
Ed infine, in un terribile meraviglioso attimo inatteso, s’accorsero che il corpo del morto non era morto del tutto.

Un lieve respiro, un leggero soffio, fluiva dalla bocca riarsa.
Era un lento rivo di vita che s’allungava nella cella dalla fioca polla non del tutto prosciugata dall’arsa siccità della morte.
Il pallido sudario che avvolge il volto degli uomini morti non può completamente abbracciare il volto d’un angelo e rapirgli per sempre la vita.
Non è ampio abbastanza.
Si potrebbe dire anche così.
Gli angeli sono creature immortali.
Non sono soggette al destino crudele degli uomini.
Forse il destino d’un angelo può anche diventare crudele, nella mente pur d’una suora chiusa in un piccolo convento d’un paese sperduto nel buio della storia.
Ma non può finire così.
La morte non appartiene alle creature alate del cielo.
Alla sorpresa delle suore fece subito seguito lo sgomento.
Come poteva, l’innocenza del convento, nascondere al mondo un evento di tanta importanza?
E poi, in quei cuori puri, si sparse il più dolce dei sentimenti.
La pietà più profonda e rispettosa.
La materna cura per le creature indifese.
Le sorelle si fecero tutte madri di quella creatura celeste.

Perciò la veglia su quel corpo ferito fu affidata alla più innocente creatura a cui la terra abbia mai dato i natali.
E dopo la nascita del Cristo, nato, ucciso e risorto, nessun altro giglio era mai nato più puro.
Suora Maria indagava quel corpo riverso.
Guardava, perchè non poteva impedire al suo sguardo d’interrogare il più profondo mistero della natura.
E gioiva, nel muto cuore di suora, per quello spettacolo di solare splendore.
Ma pure piangeva l’oltraggio inferto a quell’astro caduto.
L’asta del dardo era penetrata diritta nel pieno del pallido petto.
S’indovinava ch’era penetrata a fondo, nel cuore, senza incontrare la resistenza grezza dei nervi dell’umana natura.
Spuntata dall’altro lato, sotto la spalla sinistra, la freccia esponeva la sua punta d’adamantino splendore.
Nella penombra ch’era stata fatta per accudire il corpo ferito, quella stella assassina brillava senza vergogna.
Estrarla senza straziare il povero angelo era un compito immane, quasi senza speranza.
Ma era stato il doloroso compito di suora Venanzia, aiutata, nell’ingrata fatica, da altre quattro sorelle impegnate a tener fermo quel corpo immerso nel suo esangue languore.
Mentre si mordevano nervosamente le labbra, strizzavano gli occhi, strabuzzavano lo sguardo, sospiravano e tiravano ora di qua e ora di là, finalmente il crudo ferro dorato lasciò libere le povere carni straziate.
Una ferita irregolare restò, come un occhiello senza orlo, uno strappo nella seta pura della liscia pelle del petto.
E dietro la schiena, sotto la spalla, un piccolo foro irregolare, nero, che di lontano poteva anche esser scambiato per un grande neo, una vecchia cicatrice, una piccola bocca chiusa di forma quasi rotonda.

6 pensieri riguardo “LA VEGLIA NELLA NOTTE

  1. Non so cosa ti abbia ispirato queste righe, qualcosa che mi è sfuggito della cronaca di tutti i giorni, ma è qualcosa che ti ha colpito e di cui ci rendi partecipi sino a sentire il dolore di quella carne che si spezza per diventare una stella o per tornare una stella. Una ferita che infine diventa una pennellata d’artista. Qualunque sia la matrice è triste morire giovani per mano estranea e se non se ne ha voglia.

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  2. Oddio quanto strazio, caro Piero
    Anch’io come Popof mi chiedo cosa ti abbia ispirato o se è stato solo un momento di dolorosa riflessione
    Questa storia ben si addice a questi nostri giorni
    Un mondo disumano, senza misericordia e pietà ma tanto, tanto immane dolore
    Quella creatura è un monito per tutti noi
    Un caro abbraccio da Mistral

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  3. Sai che c’è? Che in questi tuoi ultimi racconti, in questo in particolare, quello che mi attrae di più è la figura di suor Maria.
    L’angelo non so…troppo lontano da me come immagine, almeno che nel seguito esso non abbia una funzione di significare qualcosa di terreno. Ma Suor Maria…questa donna mi prende… Questa donna a cui manca un pezzo di vita. E mi chiedo perchè? Sarà stato per un destino già scritto, come molto spesso si dice? O piuttosto qualcosa di molto più terreno l’ha costretta ad una purezza non voluta, giustificata poi con la “chiamata”? La piccola Suor Maria ha trovato nella fede il modo per riempire quel vuoto d’amore? Vorrei sapere di più, perchè le persone che a cui manca un pezzo di vita sono enigmatiche e tutti vogliono spiegare e capire ma nessuno sa davvero cosa hanno messo al posto di quel pezzo. E suor Maria suscita in me, tanta, tanta tenerezza, che vorrei abbracciarla..
    Ciao Piero, un abbraccio

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    1. Sto continuando a scriverla, questa storia, che forse è anche un pò strana. Ma io ce l’ho abbastanza chiaramente svolta in testa.
      E dato che il piacere è quello di stare a raccontare quello che accade, devo tenerti sul filo, mia cara Patrizia.
      Posso dirti che, certo, il personaggio, almeno finora, di questa storia è piuttosto suora Maria, e non l’angelo. Almeno finora.
      Poi dopo chissà?
      Tanto non conta quello che io ho in testa, almeno non conta più di un pretesto qualsiasi.
      Questa volta è un pò diverso dal solito: la storia ha un inizio, uno svolgimento, anche a suo modo logico, poi in qualche modo finirà come io penso.
      Ma tutto questo non conta.
      Spero che ti piaccia, spero che piaccia anche agli altri amici della Repubblica che leggono e, in questo caso, restano piuttosto basito, sorpresi, non capiscono. E no, non possono, non potete, ancora, capire.
      Sto raccontando una favola, una fiaba, una storia, come la vogliamo chiamare.
      E raccontarla mi piace, me lo gusto poco a poco.
      Sperando di non abusare della tua dolce pazienza, Amica mia carissima, e di quella di tutti cari amici che dimostrano tanta affettuosa presenza.
      Un bacio a te, Patrizia,
      Piero

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  4. Mi piacerà, aldilà di tutto, come mi è piaciuta finora, perchè ho smesso di cercare significati. Credo che non sia un approccio giusto. Leggo la storia e lascio andare i pensieri sulle cose che più mi colpiscono.
    E non temere; per quanto mi riguarda, non abusi della mia pazienza. Se sono qui a leggere è perchè mi va di farlo. E il piacere di leggere delle storie belle, quando poi sono anche scritte da un caro Amico, non richiede nessuna pazienza…semmai un grazie da parte mia :-))

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