L’URLO

photo by Pierperrone

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Un urlo lacerò di netto la notte.
Secco, come un colpo netto di rasoio.
Affilato, acuto, aprì ferite profonde nei cuori delle consorelle che, stanche, dopo una lunga giornata nel convento, dormivano, perse nell’incoscienza un po’ perturbata della vita monastica.
Il dolore sanguinò sulla piccola comunità.
All’improvviso.
Dalle cupe distanze della notte irruppe, mostruosa, la vita quotidiana, in quelle stanze.
Si svegliarono di soprassalto, le povere suore, impaurite, terrorizzate.
I loro strilli queruli, impazziti, cercarono di opporsi alla cascata di orrore che era precipitata sopra di loro.
Un tumulto confuso, un corri corri febbrile, qualche grido isterico, un pianto solitario.
Le mani si cercano e si stringono per darsi conforto, farsi compagnia.
Le preghiere si alzano al cielo invocando una grazia negata.
Preghiere.
E poi ancora preghiere.
E il cielo, muto, le stava a sentire.
Ma non era scritto, lassù, che fosse risparmiato a quel luogo santo la profanazione del sangue, l’orrore, la morte.
Negli anni, si, la Tenebrosa era entrata tante volte in quelle celle, ma sempre in punta di piedi, rispettosamente, direi, benvestita, agghindata con l’abito elegante della consolazione finale, indossando, almeno, la maschera della speranza in quel prezioso qualcosa tutto, ancora, da venire.
La fede aveva sempre custodito i cuori più teneri racchiusi fra quelle mura.
La fede aveva protetto quelle innocenti creature dall’ingiuria della fine più terribile di tutte che la fine di tutto.
C’era sempre stata, per ognuna delle suore morte nel convento, la consolazione della speranza nella vita ulteriore, almeno la speranza, si, se non proprio la vita ulteriore guadagnata con l’esempio e la virtù.
A la vita, si sa, è qualcosa di più ostile.
E amaro.
E si porta addosso, alle volte, anche l’abito nero della morte.
E neanche una morte che la ragione possa ammettere, o accettare, almeno, come la conclusione naturale di un ciclo, come la conseguenza logica di un percorso, o come il logico sviluppo di un percorso.
Insomma, alle volte la vita si mostra in tutto lo spettacolo del suo orrido aspetto.
Accompagnata dai mostri della paura, sotto le spoglie del terrore, essa compare ai nostri occhi, all’improvviso, e noi non possiamo reggere quella vista, e non possiamo neppure tenerli chiusi , quegli occhi, proprio allora, proprio quando non vorremmo vedere !
Noi, invece, vorremmo tenerle sbarrate, quelle maledette finestre, quelle aperture senza difesa, quelle feritoie che si aprono sotto la fronte.
E sono finestre che quando si chiuderanno non sarà perché avranno obbedito alla nostra pure vile volontà.
Ma sarà solo perché avranno saputo obbedire al comando più estremo e feroce della vita.
Noi sappiamo che fra le maglie di quella che chiamiamo vita normale si può intrufolare, in un momento qualsiasi, tutto ciò che mai avremmo voluto.
E non conosciamo trucchi, o stratagemmi , per sfuggire a quegli artigli che stanno in agguato, da sempre, sopra le nostre teste.
O forse, ancora peggio, che incombono, destino fatale, sui nostri poveri cuori.

Corsero all’impazzata, le povere sorelle.
Dalle celle si chiamavano una ad una per nome, per scacciare l’incubo più temuto.
Ma nessuna di loro s’era infilata in un guaio.
Erano tutte presenti.
E comunque, l’urlo, lo strazio, era penetrato nel convento e veniva di fuori.
Si, da poco lontano.
Ma sicuramente da fuori.
Le mura avevano retto.
Ma l’assalto era stato lanciato.
E questo terrorizzava quei poveri cuori innocenti.
Allora si precipitarono fuori, nel cortile, nel chiostro quadrato.
Con una stretta ombra, la luna disegnava livide angolature sul piano squadrato che si stringeva intorno al pozzo profondo.
Un vialetto attraversava quel piccolo angolo di raccoglimento e meditazione stretto dalle magre colonnette scavate, da lì si andava fino a dietro al convento, nel giardino, dove c’erano pochi alberi da frutto ed un piccolo orto.
Erano questi i più visibili simboli della fede.
L’Eden.
Il Paradiso terrestre di quella piccola comunità di creature innocenti, irrequiete per eccesso di purezza.
E, al centro del giardino, sotto l’albero di fichi che dava nutrimento e riparo ai corpi e alle anime, agli occhi delle consorelle si mostrò un corpo riverso.
Sembrava un informe sacco sgraziato.
Raggelarono molto più di quanto richiedesse il gelo della cristallina notte d’inverno.
La piatta luce lunare dipingeva intorno a quel sacco un’ombra nerastra, un poco opalina, che s’allungava leggermente verso di loro.
La luna, proprio di fronte, in alto, rotonda, sembrava un preciso buco aperto nel cielo.
Ci si poteva quasi passare per scoprire, una volta per tutte, il mistero profondo che si nasconde di là.
L’involto che giaceva per terra nascondeva un poco il piccolo rivolo scuro che ancora scorreva brillando sotto i riflessi lunari.
Era come un sentiero, la via percorsa dall’anima che s’allontana per sempre da un corpo vuotato dal suo contenuto di vita.
Un corpo vuoto come un informe sacco sgraziato.
Le suore, terrorizzate si fermarono tutte, di colpo.
Poi cominciarono ad avvicinarsi di nuovo.
A tratti esitavano.
Resistendo all’ostinata curiosità di guardare.
La voce di Sorella Venanzia, impostata come la situazione richiedeva senz’altro, ordinò a tutte ciò che esse avrebbero voluto sentire .
“Dobbiamo trovare il coraggio, sorelle.
Vediamo cosa è successo”.
Il gruppetto, allora, compatto, s’avanzò formando una falange quadrata.
La luce notturna bastava appena ad illuminare tutta la scena.
A pochi passi dal corpo s’arrestarono ancora.
Erano stupite da ciò che ai loro occhi appariva.
Il corpo riverso per terra era nascosto dall’ombra.
Ma quel che spuntava dalla sommità dell’informe fagotto era indubitabilmente un bel paio d’ali piumate.
Candide ali.
Piume leggere.
Incredule si guardarono, mute, a lungo, restando immobili nella notte gelata.
Poi, Venanzia, la più anziana, compì fino in fondo il proprio dovere.
S’avvicinò pian piano.
Senza respirare sembrava sentirsi leggera.
Lo sguardo, nell’incerta luce notturna, si posò su quel mucchio di candidi stracci.
Una chioma bionda fluente tutta arruffata.
Un corpo flessuoso era riverso, straziato.
All’altezza del cuore un dardo era infilzato.
Un dardo che pareva d’oro colato.
Era penetrata a fondo la freccia.
La punta, fuoriusciva dall’altro lato del corpo sottile.
Sembrava scolpita nel più puro diamante ed emanava un riflesso abbagliante.
Il volto si riconosceva tra le ferite orrendamente sfregiato.
Eppure, si sarebbe detto senz’ombra di dubbio, quello era stato il volto puro d’un angelo.

4 thoughts on “L’URLO

  1. I tuoi racconti sono sempre molto simbolici, secondo me e qui..mi sono arrovellata parecchio per cercare di comprendere quello che va aldilà delle immagini, delle descrizioni, del racconto in sè.
    La vita , la morte,…si può sfuggire alla vita, ma non alla morte, sembra assurdo vero? Eppure…non si può, prima o poi arriva e nulla possiamo fare. Questo il primo semplice e forse banale pensiero che mi è venuto leggendo il tuo racconto. Ma forse è giusto che sia così, la vita a volte può essere più crudele e torturatrice della morte, tanto da preferire quest’ultima alla sofferenza e allora la natura ci ha dato questa possibilità: sfuggire alla vita. La morte no, non ce n’è bisogno, è uguale per tutti, anche se la maggior parte di noi preferirebbe il contrario. sarebbe stato meglio se avessimo la possibilità di scegliere per entrambe, ma non funziona così…
    Poi c’è la figura di questo angelo che irrompe con la sua morte nella tranquillità del convento e della vita di queste suore che potremmo essere tutti noi. Quest’angelo che incarna credo, il Bene, è lì, morto, di una morte terribile, straziato. Un immagine che richiama in qualche modo, il Male, eppure continua ad emanare la sua essenza angelica che neppure la morte violenta e terribile riesce ad annientare.
    Semplici considerazioni le mie, lo sai, fatte come al solito a ruota libera, flash, spunti, idee balzane…
    Ciao caro Amico e un abbraccio.

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  2. Mia carissima amica, sempre grazie, sono preziose le tue parole, per me.

    Questa volta, devi sapere una cosa: ho le idee chiare per questo racconto.
    Questa è la seconda puntata, chiamiamola così, che prosegue il racconto di suora Maria.
    Sembra che non abbiano niente in comune, a parte il convento, le consorelle e Venanzia…
    Eppure io so come andrà avanti la storia.
    Forse per altre due parti.
    Si diciamo più o meno due altre parti.
    Ma ovviamente non ti anticipo niente altro.
    Tuttavia niente c’entra tutto questo con la tua interpretazione del mio presunto simbolismo.
    Beh, innanzitutto, mi regali un livello di scrittura, quello simbolico, che forse è più un tuo livello di lettura.
    E per me è il tuo regale che mi fai.
    La morte.
    E la vita.
    Si, per me sono le due facce della stessa esperienza.
    Anzi, come credo di aver letto da qualche parte (non ricordo bene dove, forse un Durrenmatt recente, oppure qualche Saramago di un pò di tempo fa?…. mah, vai a saperlo!) delle due, la vita e la morte, solo la seconda è certa, perchè la prima, la vita, in fondo capita per caso, perchè due corpi si uniscono, ma potrebbero anche non unirsi, potrebbero accadere mille cose per le quali… quel filamento così impercettibilmente sottile che si trasforma in robusto albero si spezzi troppo presto…
    E così, la vita è, ma per caso, per una volontà altrui, o addirittura senza volontà….
    Mentre la morte, sempre, quella è sicura.
    Non sappiamo come arriverà, la temiamo in ogni istante, ma è certo, comunque, il suo arrivo.

    Poi, c’è un altro aspetto: la vita spesso è dolore.
    Io sono un positivo, un ottimista, vedo il bello e mi piace, mi piace vivere… ma non posso non vedere quanto io sia un fortunato.
    In molti casi la vita è puro dolore, è sofferenza, tragedia.
    Non c’è giustizia, in questo.
    Penso alla creatura che abbiamo battezzato Marina, nel post di qualche giorno fa.
    La mia preghiera vuole essere un augurio, una speranza, un piccolo dono.
    Ma la storia di quella creatura nasce nel dolore, nella sofferenza, nella tragedia.
    Per questa vita che nasce nella tragedia il rapporto con la morte è diverso.
    Non voglio certo dire che Marina, o chi si trova in condizioni comunque disperate, non conosca la gioia, la felicità anche, in momenti dell’esistenza: sono certo che il sorriso (come simbolo della gioia o della felicità) si posa sulle labbra anche dei più disperati, in attimi, preziosi, e forse anche rari, ma per questo ancora più preziosi.
    Penso sempre che dobbiamo leggere la realtà, e la vita, nella sua complessità più profonda, e non fermarci all’aspetto più superficiale…
    Ma penso che, complessivamente, chi conosce la disperazione più cupa ha… una familiarità maggiore con la presenza della morte, con la sua vicinanza, trova che possa essere un’evenienza più vicina, più probabile…
    Vorrei precisare che non mi riferisco a quella forma di disperazione borghese, esistenziale, che chiamiamo depressione e neanche a quell’altra forma di disperazione nera che è l’alienazione, altra forma della tragedia umana: queste forme forse appartengono più propriamente all’homo riccus, che può permettersi lussi di questo genere.
    L’homo pauperissimus, invece, ha altri problemi, giungere alla sera sfuggendo alle fiere che lo braccano, come la fame, la guerra, le malattie…

    L’angelo.
    Tu dici che è il Bene.
    In questa storia deve ancora svolgere il suo ruolo.
    Per ora sta lì, come un cencio sbattuto.
    E si potrebbe dire che simbolicamente è il Bene sopraffatto dal Male…
    Ma tu, che mi conosci, non mi hai attribuito questa interpretazione.
    Resti in attesa, dubbiosa, pur convinta che l’essenza del Bene non possa restare sopraffatta.
    Ma io so come procede la storia.
    Non so interpretare il mio presunto simbolismo: mi racconterai tu cosa vedi nelle mie parole, come hai fatto anche questa volta. E darai un pò della tua vita a queste mie fantasie.
    Potrebbero essere sciocche infantili cantilene, ma le tue parole, la tua amicizia, e quella/e degli altri pochi amici del blog, sono quella/e che danno vita alle mie parole…
    Perciò aspetta, troverò, spero, il modo, le parole per raccontare ancora cosa succederà.
    E mi dirai cosa ne pensi.

    Adesso ti saluto con affetto vero,
    Piero

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  3. Senza aver letto il testo, il titolo mi aveva – non so perché – rimandato a Suor Maria….
    Mi piace leggere quello che scrive Patrizia, a volte mi ritrovo nei suoi pensieri, a volte no….
    Forse perché sono inguaribilmente ottimista vedo In quel cencio bianco sbattuto per terra l’immagine del Male che così spesso si traveste da anglo del bene per trarre in inganno….ne ho visti alcuni esempi e troppo spesso il finale era solo disperazione e dolore!
    Ma ora aspetto il seguito….
    (sono stata assente a lungo, oggi cerco di “mettermi in pari”….
    Buona serata e buona domenica domani

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