SUOR MARIA

Edvard MUNCH - MADONNA (particolare)
Edvard MUNCH – MADONNA (particolare)

Ave, o Maria, piena di grazie, il signore è con te…
L’ombra della notte non si è ancora sollevata e il freddo intenso in cui è immersa la cappella è quel freddo dell’inverno umido e gelato di gennaio…
Ave, o Maria…
Ave a te, o Maria, sorella giovane del convento delle suore Passioniste.
Non rivelerò la località in cui sorge, da molti anni, molti davvero, il piccolo convento, ma la più giovane fra le consorelle sembra davvero la più assorta nella preghiera.
Le mani stringono un rosario che si sgrana lentamente tra le dita affusolate, irrigidite dal gelo del mattino d’inverno e dal fervore intenso della preghiera.
La unghie sono irregolari, segnate da una tensione interiore che è come una corrente che scorre sotterranea.
La pelle delle mani, sulle dita, porta i segni della lotta della crisalide che vuol farsi farfalla.
O della falena, scampata chissà come al calore di una lampada a gas.
Suor Venanzia glielo ha già detto più volte:
“Ma Maria, sorella mia, perchè t’affliggi tanto?
Sei dolce.
Tenera.
Una bimba.
Cosa ti punge il cuore?”
Suor Maria ha sempre dato la sua risposta.
Silenziosa.
Approfondita, accorata.
Un muto sermone.
Gli occhi bassi.
Le dita, irrequiete.
Volavano, a tratti, verso la bocca.
Come i grilli che saltano, d’estate.

Si, com’è lontana, adesso, l’estate.
Ave, o Maria, piena di grazie.
Sotto il saio pesante, il corpo di Maria è secco, stretto per difendersi dal freddo.
Nascosto sotto l’abito informe.
Comunque, si vede.
Maria è piccola, minuta, spigolosa.
Il naso un poco acuto.
La bocca è formata da due labbra chiare, piccole, strette, pudicamente serrate sulla nota pronunciata del silenzio.
Gli occhi, acuti.
Neanche il sonno delle ore mattinali, ancora incuneate nella frustagna notturna di gennaio, riesce a offuscare quello sguardo.
Sembra arso da due fuochi neri.
Il riflesso rossastro delle candele sull’altare emana un riflesso debole su quelle due stelle, come una nube leggera nell’aurora che si sta alzando.
Si disegna un’ombra, sul volto magro della giovane sorella compenetrato nella preghiera.
Lo sforzo di farsi sposa di Gesù richiede sforzi estenuanti.
Irrigidisce l’anima, oltre al corpo.
Mentre il flusso della nenia del rosario si fa quasi sonno ipnotico.
Al resto pensano il mese di gennaio e l’ora della levata.
E poi il catino d’acqua ghiacciata.
La penitenza.
La liberazione d’ogni peso inutile.

Ave, o Maria, pena di grazie, il Signore è con te…
Il coro delle voci delle consorelle è fatto di armonie e contrappunti.
Richiami ed echi celesti.
Rimbombi che si propagano nelle vastità profonde di quei cuori puri e virginali.
Assorta.
Suora Maria sta con le mani strette, giunte.
Un brivido le corre per la schiena, improvviso come il lampo.
Dura un istante.
Lungo.
Infinito.
Distratta, lontana, assente, suora Maria forse sta volando nei cieli celesti in cui abita il suo Sposo.
O forse è solo fuggita per un attimo fuori delle mura della cella.
Prigioniera di ricordi fuggevoli.
Fantasmi degli anni passati.
Forse è finita tra le mani di desideri aguzzini.
Torturatori dell’anima pura.
Una vecchia casa, laggiù, lontano, nella sperduta campagna senza nome.
Una povera donna chiama con voce stanca ma delicata.
“Maria!
Marella!”
Una mamma, anziana, contadina, devota, morta, seppellita con l’immagine di S. Rita tra le mani.
I grilli di Maria volano alla bocca.
La pelle, ai bordi delle unghie, tra i denti un poco irregolari, pizzica.
Una stilla di sangue macchia l’angolo di un dito.
La distesa immensa dei campi piatti che respirano regolari sotto la neve chioccia si spalanca come una bocca vorace.
Gli scheletri sulla riva del fiume, neri, nella prima luce, si alzano come Croci sul Golgota.
Ma, a differenza di “quella” Croce, sono sempre pronti a farsi pieni di vita.
Peccaminosa, ogni primavera li trasforma in casa accogliente, in nutriente riparo.
Il generoso ristoro che la nuova stagione porta alle creature del creato.
Gli uccelli allora cantano le loro lodi al piacere di vivere e le foglie stormiscono rabbrividendo sotto le carezze del vento intiepidito.
Sono le melodie dell’amore innocente, i tremori fruscianti della natura che sboccia.
Ave, o Maria, piena di grazie.
Era un volto familiare, ricordi severi, memorie sbozzate nella pietra dura della fatica.
Una preghiera interrotta da elementi avversi.
Tremiti di paura.
Tremori di dolore del cuore.
Fitte al costato inferte da quegli anni già svaniti.
Ricordanze involontarie.
Anni andati.
Che oggi si son fatti affanni.

Ave, o Maria, piena di grazie.
La preghiera ora si fa più concentrata.
Gli scranni, nella cappella sono troppo duri.
Le ginocchia s’arrossano presto.
Il gelo frena il sangue.
Il dolore diventa, piano, sordo e stanco.
E’ il antico della fede.
Corre di sorella in sorella, di sguardo in sguardo, di voce in voce.
S’appoggia ai corpi, pesa, grava come una cappa spessa.
L’attesa della fine, senza sapere, senza volere, si fa assenza.
Distanza.
Lontananza fra le anime raccolte in preghiera.
Mentre i corpi protesi verso il Crocefisso si fanno sempre più piccoli, ingobbiti, fin quasi a sparire.
Le voci, ora più alte, si rincorrono e si ribattono, l’una sull’altra, i versi sacri.
Le volte ad arco della cappella rispondono con gli antichi e noti suoni delle stelle del cielo che salutano la notte che si sta facendo ormai mattina.
D’improvviso, uno sbadiglio, sacrilego controcanto del demonio in agguato.
Ave, o Maria.
Si spalanca, profonda, anche la bocca dell’abisso.
La porta dell’inferno è comparsa sulle labbra senza peccato di sorella Eredia.
E’ come un pestilenziale contagio.
Si diffonde di bocca in bocca.
Di labbro in labbro, di respiro in respiro, tremendamente, tremando, temendo, ogni resistenza viene vinta…
Il volto rassicurante del Cristo morto sulla Croce, assorto sui peccati del mondo, riporta presto la pace in quei cuori sballottati, sbalorditi, sorpresi.
Il subbuglio, presto acceso, d’incanto si spegne lesto.
Resta l’aria gelida del mattino che s’è fatto livido, malinconico, mesto.
Ave, o Maria, piena di grazie…
E Maria si scuote, pentita.
Peccatrice senza colpa.
Una nuova penitenza da scontare per un peccato involontario.
Per scacciare dal cuore l’incertezza traditrice.
Per fermare quel tremore traditore.

Ave, o Maria.
Piena di grazie.
Il Signore è con te.
Benedetto il frutto del seno tuo, Gesù.
Il corpo piagato dai chiodi guarda le sorelle che si stringono per darsi un poco di calore.
Il calore della preghiera non basta a riscaldare la piccola cappella.
I cuori, all’unisono, battono rintocchi e lanciano l’allarme.
Il diavolo si sta avvicinando, forse.
Nelle sembianze d’una voglia di scappare, di tornare a casa, di andarsene lontano.
No, non sono i desideri del corpo che fanno commettere peccato.
Il diavolo è più crudele quando chiede l’anima ad una povera innocente.
Un’ora di giochi spensierati.
Lo svago d’una innocente gita in riva al fiume.
Una carezza al volto caro d’un vecchio padre mai conosciuto prima.
Sono le pene feroci del cuore della povera suora Maria.
I peccati, mai abbastanza gravi, consegnati, fra le lacrime notturne alle braccia consolanti di Venanzia, l’anziana consorella.
Non un sussulto impuro dei sensi sempre accesi, all’erta nel freddo dell’inverno lunghissimo abbracciato con i voti monastici: su quel corpo un pò sgraziato, su quel corto stelo di cardo selvatico, non è sbocciato mai il fiore del peccato originale.
Solo la crudele voglia di fuggirsene lontano,
di esser finalmente altrove, di non essere mai giunta in quel pio luogo di pace e di preghiera.
Si fa più intensa, ora, la devozione al Salvatore, Figlio del Padre eterno, morto sulla Croce per mondare il mondo di tutti i peccati degli uomini.
Una richiesta di perdono per un peccato mai commesso.
Una profondissima ferita che però non lacera quell’anima innocente.
Un’invisibile profonda fenditura.
Che spezza il cuore in due, però, nel freddo del mattino.

Ave, o Maria, piena di grazie.
L’innocenza ha le forme d’una giovane suora di campagna.
Un passero arruffato sotto la tonaca nodosa.
Nascosti nella gabbia, due seni piccoli, pere incerte, appese al ramo che sussulta alla corrente del vento tempestoso.
Un cespuglio inestricabile di neri rovi aggrovigliati nasconde, ai piedi del monte della vita, l’accesso alla giovane sorgente che non potrà mai dispensar la carità di dar da bere agli assetati.
Al Celeste Sposo solamente son riservate le primizie di quell’Eden fertile e proibito.
Nessun agnello, per quanta innocenza si porti addosso, potrà mai pascolare in quel prato verde nascosto dietro a quel recinto di spinosa canapa pesante.
Ave, o Maria, piena di grazie.
Il signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne.
Benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù.
Ma quel seno, Maria, non sfamerà.
E quel ventre non nutrirà.
E quella grazia, neanche quella, fiorirà.
E non darà frutti, il tuo ramo.
E non ci saranno nozze, nel tuo palazzo spoglio, sorella immacolata.
Nè battesimi di nuove anime innocenti…
Ave, o Maria…
Nessuno pregherà mai per te.
O per il tuo figliolo generoso…
p
(continua, se suor Maria vorrà)…

6 pensieri riguardo “SUOR MARIA

  1. Da dove mai ti è giunta l’ispirazione per queto racconto? Non fraintendere, non è un’accusa, nè una critica, anzi… ma fa così freddo tra queste parole.. Non so…non riesco a capire se è un senso di rabbia, quello che provi, o di pietà o solo un modo per criticare un modo d’essere che fatichiamo a comprendere. O forse è niente di tutto questo, forse sono solo sensazioni e immagini. Però…un filo di giudizio lo colgo, ma non so se è solo una mia impressione.
    Però è bello, triste e per certi versi inquietante, ma bello.
    Abbraccione🙂

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  2. Patrizia carissima,
    no, nessuna rabbia, davvero, nè pietà e neanche critica: e chi sono io per criticare scelte così impegnative.
    No, solo un giro nell’anima di un personaggio delicato e puro, che però non può non essere privo di … scosse, paure, ansie … correnti che scorrono sotto traccia, magari senza farsi neanche scorgere… ma ne sono certo, quelle correnti corrono e lasciano il segno.
    Segno magari invisibile,
    Ma io lo vedo così.
    Il freddo è quel mondo.
    Non nel senso letterale, credo, perchè sarebbe scemo.
    E neppure una banale costrizione fisica.
    Ma quel freddo è come quello degli ospedali, delle caserme, e, appunto dei conventi.
    E’ il freddo delle anime che cercano un riparo accalcandosi le une sulle altre, mentre i corpi restano lontani, distanti, separati, divisi…
    Ma anche vicine vicine, quelle anime non riescono a sfuggire alla morsa del freddo, perchè è un freddo che viene da dentro…
    Io l’ho chiamato “gelido inverno”, ma forse era di quell’altro freddo che volevo parlare…
    Il giudizio mio c’è?
    Certamente, non posso escluderlo.
    Anzi, come in ogni “fotografia”, certamente un giudizio l’ho formulato, ma non è un giudizio razionale, non è un post di religione, questo.
    Lo dico nel senso che forse questo racconto continuerà, mi piacerebbe farlo andare avanti.
    Per dare una vita a Maria.
    Per farla parlare e raccontare cosa ha dentro.
    Ma io posso solo farle dire le cose che lei non sa di avere (o, forse: io posso farle dire anche le cose che lei non sa di avere dentro).
    Così devo cercare bene.
    Non è giusto forzare la sua vita, farla diventare un personaggio strumentalmente costruito, non mi piacerebbe e non ci perderei neanche il tempo…
    E’ che io dentro quelle consorelle, in quella cappella, vedo cose che loro non vedono, sento cose che loro non sanno di sentire, e giudico delle cose della vita quando loro forse non possono giudicare a pena di diventare contraddittorie con se stesse.
    Ma questo non vuol dire che io mi invento le loro esistenze!
    Loro vivono tramite me: e se sono vive, la loro vita è realtà, verità, agire concreto.
    Io posso solo sbagliare a vedere e capire.
    Non inventare.
    Oppure, posso sbagliare a trovare le parole.
    Ma tu, amica mia carissima, la prossima volta che vedi suora Maria, in una chiesetta dalle tue parti, a gennaio, magari, quando fuori fa quel freddo che spezza le dita, prova a guardarla attentamente.
    Non credi che vedrai le stesse cose che vedo anche io?

    Ecco, la mia ispirazione viene di qua.

    Un abbraccio,
    Piero

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  3. Quanto mi hai fatto pensare con questo post….l’ho letto due volte di fila per cercare di entrare e guardare con i tuoi occhi.
    Quanto dolorosa la strada di chi veniva quasi costretta ad entrare nel convento, giovane e con ancora tanti sogni nel cuore…Io però voglio raccontarti un’altra storia. Mia suocera aveva una nipote – figlia di sua sorella – che fin da piccola aveva espresso il desiderio di farsi suora. Così a 19 anni era entrata nel convento delle carmelitane scalze, credo il più rigido che noi immaginiamo. Il convento è qui, a Firenze, sulla strada che sale a Fiesole, a vederlo da fuori sembra un carcere…vecchie mura con solo un portoncino di legno e due finestre piccole, in alto.
    Io ho avuto la fortuna di conoscere Suor Maria (proprio così!) e sono stata varie volte a trovarla avendo il permesso anche di poterla vedere dietro le grate ma senza la tenda che invece era sempre chiusa. Una donnina minuscola, con delle mani che sembravano quelle di una bambina tanto erano piccole e magre.
    Ma quanta dolcezza e quanta pace nei suoi occhi, e il sorriso di chi ha scelto la sua via e ne è pienamente appagata. Da brava figlia di contadini era addetta alla cucina e ci scambiavamo ricette che avrebbero fatto la gioia dei vegetariani…. la carne per loro era una rarità, giusto quando arrivava qualche elemosina più consistente, per il resto mangiavano quello che il loro orticello regalava.
    È morta da qualche anno e mi mancano quelle ore di pace….
    Tutto questo lo so che non ha niente a che vedere col tuo post ma quel nome all’inizio mi ha riportato a quel piccolo convento di via dei Bruni..
    Con affetto

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    1. Cara Fausta il tuo ricordo è fatto di incontro, tempo passato insieme a suora Maria, di sentimento anche, di pezzi di vita e di esperienze condivise…
      Mi pare di sentire quasi i profumi, gli odori, le luci, anzi le penombra, i rumori ovattato ed i silenzi profondi, gli echi di anime e cuori che pulsano, i respiri, quasi i fruscii… anche i battiti di ali degli angeli, le preghiere che salgono fluttuano, i pensieri che si fanno intenzioni di fede….
      Tu e suora Maria avete condiviso percorsi di vita insieme, in quei lunghi pomeriggi.
      La mia suora Maria invece è, forse contro quanto si poteva immaginare, dentro una storia che non conosce, in una vita che è la sua più di quanto lei stessa possa credere…
      Anche lei, forse, vorrà sapere come va a finire, e questo mi mette in a strana condizione…
      Ma vediamo, forse saprò dire anche a lei ….

      Un caro saluto
      Piero

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