ENERGIA OSCURA

Aprì gli occhi perché qualcosa, dal più profondo, stava riscuotendo la sua coscienza.
Uno stimolo, o forse una sensazione.
Su per il naso saliva qualcosa che s’inerpicava e oltrepassava lo stadio dell’attenzione.
Un tremore impercettibile prese a scuotere il corpo supino, una vibrazione, che sembrava provenire da lontano, da molto, molto, lontano, da un dove sconosciuto e inesplorato.
Sulle pareti secche delle due caverne che penetravano, dal naso, nel suo volto scavato, rigido e duro come una maschera di ghiaccio, qualcosa lentamente risaliva, come un orologio che segnasse il tempo all’indietro, lancette che giravano all’incontrario.
Attraverso le narici, umidificate dalla macchina che in cui era immerso, come in una specie di capsula metallica, il Maggiore T., qualcosa s’espandeva in quel corpo non più del tutto morto, ormai.
E con gli stimoli del naso, anche la corrente che mette in moto la coscienza, forse, aveva cominciato a rifluire nelle regioni dedicate alla decriptazione dei messaggi olfattivi, piccole zone circoscritte, isole sperdute nel mare nero del sonno eterno in cui, chissà quando, erano stati sprofondati i lobi cerebrali del Maggiore T.
La cella di ghiaccio non aveva la consistenza della materia e non brillava di alcun colore.
Era solo un gelido spessore, inerte ed infinito, ma pure rigido e inflessibile come il rigore che rapprendeva i corpi immersi nella morte apparente, finta, simile al vero solo nei parametri vitali congelati, come vecchi orologi, questa volta scarichi, fermi su un’ora senza tempo.
Per il resto, tubi, fili, valvole sfrigolanti, si stendevano ai piedi del sarcofago d’acciaio e risalivano lungo le sue pareti di cristallo.
Servivano per tenere accesa quella macchina.
Servivano per tenere il maggiore T. in quello stato di vita sospesa in cui era stato relgato dalla volontà volubile del Generale K., comandante supremo delle Forze Armate del Paese (F.A.P.) e direttore del Centro di Ricerche Scientifiche sulla Sospensione della Morte (C.R.S.S.M.).
Ma ormai neanche la volontà Generale K. poteva più trasmettere ordini all’oliata macchina scientifico-militare che, un tempo, era stata fedele esecutrice dei suoi ordini spesso incomprensibili, ma pur sempre perentori, sicuri ed assolutamente fermi.
Quando erano finite le scorte di energia, lentamente, inesorabilmente, ogni forma di vita si era spenta nelle terre conosciute.
E anche altrove, si sarebbe detto, ma non sarebbe più potuto dire.
Nel sarcofago, il corpo del Maggiore T. era rimasto in attesa, teso nella posa militaresca della morte indotta.
Ed era trascorso qualcosa che una volta veniva chiamato tempo.
Quanto non si sa, non è più dato sapere.
Ora che non c’è più nessuno a contarlo, o a misurarlo, anche il tempo sembra svanito, perduto, confuso tra le infinite follie dimenticate per sempre.
Eppure, una volta, quante di quelle pazze idee avevano condizionato i comportamenti degli abitanti del pianeta, che ora giace spento, fluttuante negli infiniti spazi cosmici, sasso fra i sassi, materia della materia.
Le energie che una volta lo scuotevano si sono dileguate.
Ora che non v’è più nessuno a disegnare modelli e schemi, eleganti formule matematiche, per imbrigliare quelle immense forze propulsive.
E quelle, disorientate e perse, ormai, non rispondono più a nessuna legge.
Anche le rotazioni e rivoluzioni che segnavano le stagioni, gli anni, le ere addirittura del tempo e delle scienze, son tornate ad essere quel che erano sempre state, semplici stati dell’essere, irrequieti, indomiti, irrefrenabili, ma soprattutto senza senso.
Anzi, l’esistenza stessa di quelle orbite, ellissi, traiettorie veniva ormai a coincidere con il non essere.
Non si può dire che non fossero, una volta, state illuminate dalla luce della conoscenza, ma, ora che ogni forma di sapienza si era esaurita, il non essere era tornato padrone assoluto del cosmo intero.
Avevano perduto il nome i pianeti, gli astri e le galassie e, senza un nome per poter donare loro il magico attributo dell’esistenza, la massa informe del tutto si era rappresa imprigionando ogni cosa che prima aveva conquistato, con gran fatica e spregio d’ogni pericolo, una forma specifica, un modello oggettivo, una o più caratteristiche che ne garantivano la realtà.
Oh, che mito assurdo, era stato, quello della realtà.
Anzi.
La Realtà.
Un’entità sicura e certa in grado di offrire sostegno a qualsiasi conoscenza.
Un appiglio sicuro e inscalfibile a cui si aggrappava disperata la volontà di conquistare il cosmo che aveva animato gli eserciti di sacerdoti, soldati e scienziati fino all’ultimo loro epigone, il Generale K.
Era bastato che una fredda oscurità estinguesse ogni calore della piccola stella che irradiava misteriose energie vitali sul minuscolo pianeta sperduto nell’oceano cosmico, per coprire con la nebbia dell’oblìo eterno quel vuoto mito che pure aveva preso il nome di Verità, presso le primordiali creature di cui s’è perduta ogni memoria nelle sconfinate e vaste profondità dell’Universo.
Senza un nome, senza una voce evocativa, senza un pensiero in grado di soffiare afflato vitale all’esistenze, tutto svanisce.
Il tutto ed il niente non hanno più differenza.
Le dimensioni, le distanze, gli oggetti, tutto finito.
I numeri, i concetti, le astrazioni, inghiottiti dal disordine ferino del caos.
La luce, le tenebre, spente, per sempre.
La vita stessa assimilata al brodo primordiale in cui annegano materia ed antimateria, esistenza ed inesistenza, apparenza e realtà.
Da qualche parte sembra di udire grida disperate di fantasmi, inghiottiti da solitudini inaudite, perseguitati dagli incubi incolori che una volta avevano il nome e le parole, ormai svanite, di cosmogonie, creazioni, principi di verità.
E con essi sono scomparsi anche tutti gli dei e le divinità, vanitose gemme che si ritenevano le più preziose di quei tesori, corrotti dalla salsedine del nulla, ridotti a relitti che le correnti astrali e l’impercettibile fluire dei venti cosmici, poco alla volta, frammento per frammento, restituiscono alla materia incontaminata dell’ineffabile.

II.
Il formicolare nelle narici del Maggiore T. era una contaminazione dell’inerte andare della deriva cosmica.
La corruzione del nulla, una falla nel suo scafo a forma di bozzolo d’acciaio, nel quale si sta aprendo una crepa, pericolosa.
Una leggera quasi impercettibile imperfezione in quel mare spento, senza onde.
Un’incrinatura nella piatta superficie senza spessore del nulla.
Una leggerissima corrente elettrica, sfuggita chissà come al controllo degli elementi, che sta attraversando il filo delle nervature sensibili di un corpo congelato in un lago di azoto liquido.
Un lago di morte dolce come il sonno eterno.
Un lago dove non soffia il vento che anima il moto perpetuo delle cose e sul quale, quand’anche un vento impetuoso potesse penetrare, intrufolandosi da qualche fenditura della corazza metallica attaccata al morto quadro elettrico del pianeta, non troverebbe alcun apparecchio, umano o meccanico, a coglierne il respiro.
I venti sono morti, su questo pianeta morto, o sono morti i dinamometri che dovrebbero segnarne velocità e direzione.
E’ lo stesso.
La scomparsa della coscienza, sul pianeta, è il velario che copre ogni conoscenza.
Fuori di esso, solo tenebre.
Sotto il suo manto, ancora morte.
La corrente che s’è aggrappata al nervo olfattivo ibernato nel lago dello zero assoluto è un’onda anomala nata molto lontano.
Sul pianeta, dettaglio insignificante del cosmo più profondo, continuano a scorrere le maree e le correnti dei venti.
Anche i corsi d’acqua, in superficie o nelle viscere nascoste della terra, dislocazioni anch’esse ormai divenute, per quel che conta, del tutto indistinguibili ed equivalenti, trasmettono tenui scosse alla materia.
E brividi fanno capolino sulle foglie di quando in quando ancora verdi sui rami degli alberi, negli apparire del tempo che nessuno conta più e che, una volta, erano chiamate stagioni.
Ancora, il tepore dei raggi di astrali, che a sprazzi piove sulla terra, riscalda e dilata rocce e minerali, e perfino l’apparire e scomparire della luce accende e spegne reazioni chimico-fisiche nella materia che è inerte soltanto perché non vi sono più occhi e menti per tenerla accesa.
E’ tutto un brulicare di qualcosa a cui non sappiamo dare un nome, o non possiamo, perché siamo anche noi appartenenti al regno delle tenebre e non abbiamo né il potere né il dovere di rinnovare i riti magici che trassero le cose dal nulla, da quel nulla in cui sono poi, un tempo (che stupida parola, un’espressione senza senso), ripiombate.
Ma il formicolare resta.
Come il brulicame visibile ed invisibile che, come meccanica forza senza scopo, sconvolge l’universo intero.
Una volta, quando ancora il Generale K. doveva prendere il comando, c’erano sacerdoti nei templi, chiamati scienziati nelle sterili celle incorrotte delle cattedrali della scienza, che più potenti degli dei a cui erano innalzati quei loro edifici sacri,calcolavano e scrivevano le leggi della materia.
E con quelle leggi scritte in libri arcani, che qualcuno chiamava Fato, altri Destino, altri ancora Caso, e infine, ma solo alla fine dei tempi, altri chiamavano Leggi dell’Universo, con quelle leggi arcane, scritte in libri arcani, animati da arcani simboli inaccessibili ai profani, con quelle leggi, era solo con quelle leggi, simili a magiche formule sciamaniche, che il movimento infinito dell’universo prendeva senso e significato, forma, direzione, destino, fine, intendendo il fine come lo scopo ultimo delle cose, e lo scopo ultimo delle cose come la fine stessa delle stesse cose.
Ora che i libri sono chiusi per sempre nessun movimento ha inizio e fine.
Tutto è, senza sapere se è mai stato o se mai sarà, e senza sapere, peraltro, se quel tutto è un niente o un tutto, e se il niente è un niente solo perché non è oppure perché non v’è alcuno a coglierne le più intime pulsazioni.
Tutto è sommerso da una coltre di polvere immobile, su cui resta impressa l’orma d’un passo che non viene da nessuna parte e non andrà mai da nessuna parte.
Un’orma eterna scavata nella soffice superficie del nulla, avvolgente e chissà, forse consolante.
Ma la corrente lentamente viaggia.
Il brivido della terra, lo stormire di una fronda, lo scarto di calore o di gradazione luminosa, genera un differenziale che si muove secondo leggi sue proprie.
Nessuno le conosce e nessuno le condiziona.
Nessuno esiste.
Ma si potrebbe chiamare quel palpito, quello scarto, quel differenziale, con l’altisonante nome metafisico di Vita.
Ma ciò solo, se solo, potessimo e sapessimo dare un senso a quel moto di cui nessuno più può indagare l’origine, la natura, la direzione.
Per dargli una ragione, un fine, uno scopo.
Quella corrente agita la superficie della materia venendo da lontano, da dove nessuno ha potuto cogliere l’iniziale brivido della prima scossa.
Forse è stato un alito leggero di vento, un sospiro dell’universo, la corrente solare di un astro perduto nel più profondo cosmo immerso nell’abisso senza punti cardinali.
O forse un bagliore che ha acceso l’occhio cieco della materia, dando avvio ad una catena di processi inarrestabile e fatale.
Catene come queste nascono e muoiono in ogni momento, in numero infinito di circostanze e occasioni e sono circostanze e occasioni ancora più innumerevoli quelle che, ogni volta imprevedibili e volubili, si frappongono allo svilupparsi della reazione, decretando nascite e morte di cicli infinitesimi di vita cosmica.
La vita cosmica è diversa dalla vita come la conosciamo noi.
Noi, per parlare di vita dobbiamo conoscerla, vedercela davanti, dargli un nome, imporgli un fine.
La vita fine a se stessa per noi vita non è.
Il moto degli astri è vita solo se è impestata dal contagio delle leggi gravitazionali inventate dalla follia di scienziati d’ogni religione e fede.
Ma ora che non v’è più un untore, in questo universo divenuto a un tratto puro e asettico come un laboratorio sterile della scienza primigenia, ora la vita è un’altra cosa.
E’ tutto.
E tutto e niente.
La scossa viaggia e attraverso contatti inesplorati e inspiegabili attraversa l’universo dalle lontananze più invisibili fino ai cavi nascosti nel terreno, quei cavi che legavano il sarcofago metallico al nucleo centrale della centrale in cui veniva imbrigliata l’energia solare prima che il sole venisse spento per sempre dalla coltre di gelide tenebre che avevano, a poco, avvolto l’atro fonte di tutta la vita e della conoscenza sul pianeta.
Il Generale K. Nulla aveva potuto, con le sue potenze militari, contro quel nemico invisibile che tutto accecava.
E neanche la sua magica religione scientifica potè qualcosa per fermare le cupe energie dell’universo che si riversavano a modo loro sulla vita, imponendo le ineffabili leggi di ciò che è e che può, al tempo stesso, anche non essere, né essere mai più, o mai essere stato.
Il Maggiore T. è un canale invisibile attraverso cui fluisce quella scossa.
Un terminale spento, che un interruttore universale può riaccendere.
Una macchina in stand-by che potrebbe riprendere le sue funzioni oppure un inutile ferrovecchio destinato a consumarsi nel fluire di ciò che non ha nome né tempo.
La scossa che sale dal nervo olfattivo incontrerà i centri della memoria.
E forse li riaccenderà, restituendo un barlume di coscienza alla macchina.
Ma l’energia potrebbe anche non bastare, consumarsi per spegnersi per strada.
Un altro dei mille esperimenti non riusciti degli infiniti tentativi dell’universo di sopravvivere in qualche forma a se stesso.
Ma non c’è nessuno a poter raccontare questa storia.
Né c’è un tempo in cui essa possa svolgersi.
Solo, c’è, stasera, il candore lunare a tenere accesa una luce nel cielo.
E mettere in moto oscure vibrazioni che scuotono, in qualche recesso, i recessi del cosmo.
E forse non c’è nessuno a guardare questo meraviglioso paesaggio illuminato, paesaggio di paure e di sapienze antiche, così profonde e connaturate al Tutto da precedere l’esistenza dell’uomo e da succedergli quando egli non ci sarà più.
E quel Tutto, e quel Niente, sanno infondere pace, la pace delle stelle, delle forze naturali, contro cui nessun’altra forza può opporsi e risultare vittoriosa.
La pace eterna.
Che non ha niente a che vedere con la morte.

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