MUTO DESERTO DEL DIRE

Photo by Pierperrone

Le parole han perso il loro colore.
Un maleficio cattivo le ha uccise.
Mute, or stanno riverse per terra,
rattrappite, perduti segni sbiaditi.
Quale crudele stregone è venuto,
le ha prese, sbattute, schiacciate,
pressate? Ed, una ad una, infilate
nella bocca d’un mostro. Chi è mai?
Le notizie. Ora, sono i morti viventi
che indifferenti raccontan di vite
finite. Nel secco rumore assordante
di spari, tuoni, naufragi tremendi,
è annegata l’umana pietà. Tanti
volti piangenti, troppe misere morti,
infinite vite violate. Il sangue versato
ormai non ha più la parola. E’ muto.
Ha il vuoto colore del cuore ferito.
Il totem del silenzio si alzi pietoso.
Muto guardiano, vegli sul camposanto
delle morte parole, di sentinella
monti la guardia sul muto deserto
del dire.

8 pensieri riguardo “MUTO DESERTO DEL DIRE

  1. Buongiorno, caro amico
    Le parole, Oggi, non hanno più un senso. Rotolano ripetitive e scarne nelle orecchie delle coscienze ottuse e indifferenti
    Le parole di questo mondo atroce e senza più Dei, ci scivolano addosso come macchie fastidiose .
    Grazie, versi belli che scavano dentro
    Un caro abbraccio
    Mistral

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  2. In tutti i tristi e tragici avvenimenti vengono usate a proposito e sproposito le solite frasi trite… sarebbe davvero meglio che le parole perdessero la voce…..
    Ma senza le parole, parole che riprendano vita e regalino speranza come faremo?
    Mi sento vicinissima alla poesia ma voglio trovare parole, parole nuove, parole come pietre che costruiscano un mondo nuovo

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  3. Che parole vuoi usare Amico mio, per dire quel che sta succedendo, per descrivere l’orrore che stiamo vivendo in mille luoghi, in mille modi, con mille giustificazioni? Servirebbero parole vere, non maltrattate come sempre, servirebbero parole che abbracciassero l’intento più alto per cui sono nate: il dialogo, il confronto, la verità…ma questo, con l’uomo non è possibile. Abbiamo inventato uno strumento meraviglioso ma lo disprezziamo, anzi…peggio ancora: insieme ad esso abbiamo inventato anche il modo per assoggettarlo alla nostra sete di potere, come sempre.” Il totem del silenzio si alzi pietoso”, dici tu nella tua bella poesia; sì…il silenzio…il silenzio della vergogna che tutti noi, in quanto uomini, dovremmo provare.
    Un grande abbraccio

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  4. Cara Mistral,
    è così, le parole non hanno più un senso.
    Ma non lo dico come uno che ha svuotato di senso le parole: io resto convinto che “nomina sunt consequentia rerum”.
    Ad una parla corrisponde sempre un caso, un oggetto, una realtà.
    Almeno una!

    Ma questo lavoro per mettere in corrispondenza parole e cose richiede lo sforzo della coerenza, e sembra che in giro si sia perso questo senso.
    Ormai possiamo mettere a confronto le parole con le cose.
    La parola morte, per esempio, con la sua realtà corrispondente.
    In questi giorni di guerre, omicidi, presunti assassini ed annessi vortici mediatici, lo vediamo, la morte viene ridotta ad un suono vuoto, ad un vuoto simulacro.
    Il rimbombo di quel suono mette ancora un pò di soggezione, ma niente a che vedere con il Rispetto/Pudore che la morte dovrebbe portare con sè.

    Volevo scrivere un post sui poveri cristi che medio oriente muoiono di guerra pensando di poter vincere con la guerra.
    Ma mi sono accorto che è inutile.
    Io l’avrei scritto raccontando il mesto dolore di chi lascia le case, in fuga, da sfollato, per conservare una speranza di sopravvivenza…
    Anche i senza nome che muoiono ogni giorno in mezzo al mare fuggono dalla miseria e dalla disperazione, conservando ancora la speranza nel cuore…
    Ma tanto dolore non corrisponde alcun corrispettivo, tutto resta come prima.
    E dopo si continua come se la morte non fosse accaduta, non fosse venuta a mietere il suo raccolto.
    Alla morte non corrisponde altro che un’eco vuota.
    L’eco di un vuoto simulacro.
    Nè il rispetto, nè il pudore, nè l’orrore.
    La morte si fa spettacolo quotidiano, ci accompagna durante i pranzi e le cene e ci parla sottovoce come una puttana qualunque, torbida e procace, in certi casi…

    Allora, non è giusto che si inauguri una stagione del Silenzio?
    Ma so che è una contraddizione dire una cosa così.
    Perchè è comunque un dire.
    Quindi un non silenzio.
    E noi, amica mia, che abbiamo fatto del dire una delle nostre forme, non possiamo risolvere quella contraddizione.
    Ma, almeno, possiamo mettercela davanti.
    E farci i conti.

    Un abbraccio,
    Piero

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  5. P.S.
    Mistral, la foto è (per me) particolare, scattata nella Death Valley, l’anno scorso, nella vacanza estiva.
    Qui, in fondo, ci sta bene.
    Ho faticato un pò a trovare l’immagine gusta per questo post.
    Poi, forse ho scelto giusto.
    Un altro abbraccio,
    Piero

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  6. Mia cara Fausta,
    mi piace il dire delle parole senza voce, un’immagine molto bella.
    Ed hai ragione, come fare senza dire?
    Noi umani siamo deboli, siamo una entità diffusa, un corpo composto da milioni di esseri indipendenti e liberi, ma tutti legati allo stesso tronco.
    Solo per un errore di prospettiva pensiamo alla vita della morte degli individui, caricandoci del dolore come di un fardello inevitabile.
    So che è molto “intellettuale” questo pensiero, astratto.
    La morte morde, quando passa vicino, fa sanguinare il cuore.
    Ma dobbiamo saperlo, per quanto sangue verserà il cuore senza riuscire a spegnere il dolore, resta il fatto che la Vita, l’Uomo, nella loro marea movimentata, restano i padroni di questo universo.

    Io l’ho sempre pensato, per essere un poeta vero, il poeta dovrebbe fare la prova con le cose della vita.
    Anzi della morte.
    Shakespeare, per esempio, per quanto sia stato ammirevole, non è riuscito a resuscitare, con i suoi versi e la commovente perorazione di Antonio, il povero Giulio Cesare, nè i poveri giulietta e Romeo, nè dall’ingiusta morte la povera Desdemona…
    Che ci vogliamo fare, le parole esistono e sono parte della nostra vita.
    E se sono ingannevoli è perchè ingannevole è la vita.

    Un abbraccio,
    Piero

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  7. Mia cara Patrizia,
    con la tua sensibile amicizia hai colto il senso di indignazione che è sotto l’invocazione al silenzio.
    E’ un silenzio più di vergogna che di impotenza.
    Parlare, dire, raccontare, significa costruire modni, questo è vero fin dalle origini primigenie della culture.
    Dare il nome ad una cosa era come battezzarla.
    E battezzare un neonato è come dargli la vita una seconda volta, una seconda vita, la vita terrena, quella degli archivi burocratici.
    Quindi muti non si può restare.
    Anche perchè le parole sono solo una delle voci di un uomo.
    Anche gli occhi sono una voce, e anche le mani, e il naso e il resto.
    Tutto, nell’uomo parla, perchè è l’uomo a dare voce alle cose.
    Direi (ma non voglio fare metafisica, teologia o religione) che è l’uomo a dare voce al creato, che altrimenti se ne resterebbe beatamente immerso nel suo moto perenne, indisturbato. E lo dico (direi, con molto senso di concretezza, facendo fisica, o chimica, anzichè filosofia cognitiva.

    Ma, cara amica mia, la vergogna, diciamo, meglio, l’indifferenza con cui addirittura il massimo del dolore, la morte perfino, non sono di monito, di insegnamento per gli altri uomini.
    Vedo che si può morire e continuare a morire nell’indifferenza generale.
    Ma allora perchè la morte ci mette tanta paura, se non terrore?
    E’ una paura finta?
    Oppure è che a noi non ce ne frega davvero niente del famoso “prossimo”, che, anziche “amare come noi stessi”, noi condanniamo all’oblio, all’indifferenza, al disinteresse, una damnatio memoriae quotidiana nei confronti dei consimili, di tutti, noti alla fama o meno.
    Questo senso di indifferenza mi mette malinconia, tristezza.
    Mi pesa sulle parole.
    Allora, meglio il silenzio.
    Ma lo so, lo sai, l’ho detto sopra, siamo noi la Voce, la Parola.
    Siamo Parola che non può restare muta.
    Muta è solo la morte.
    Noi siamo la vita.
    E (per dirla con Epicuro) finchè c’è la vita, non abbiamo da temere, perchè… la morte allora non c’è.
    Quando scopriremo che la morte c’è sarà già troppo tardi.
    Noi non ci saremo più.
    E non avremo parole per dire di quell’altro mondo.
    Che, pure, muoio dalla voglia di raccontare.
    Come l’esplorazione di un mondo alieno.
    Come un astronauta nel cosmo più profondo…

    Il tuo affezionato capitano Kirk,
    Piero
    (un bacione)

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