GOCCIA A GOCCIA

photo by Pierperrone

photo by Pierperrone

Entrato nel saloon, al barman distratto dalla tivvù sul muro di fronte, ho chiesto, con la voce più ferma che potevo: “un attimo felicità. Lo voglio liscio, senza ghiaccio”.
Non ho aggiunto un “per favore” o un “grazie”.
Un duro non ringrazia mai.
Il barman, il barista, l’addetto, insomma, l’omino dietro al lungo bancone, appena appena ha sollevato un pò il sopracciglio, ma senza guardarmi mai direttamente.
Si metteva male.
Avrà pensato che ero già ubriaco, lo so.
Allora ho ripetuto con voce più assertiva: “Vorrei che mi desse un attimo di felicità, liscio, senza ghiaccio, a temperatura ambiente”.
Neanche questo è servito.
Eppure non ci vuole molto per confezionare un drink così semplice.

Un attimo di felicità.
Un raggio d’oro che sfiora una nuvola e s’appoggia su un tetto dall’altro lato della strada.
Un soffio fresco, come un sospiro del giorno stanco, uno sbadiglio del sole che smonta dal servizio.
Una mano di colore leggero sullo spicchio di mondo che si crogiola nella prima sera, solo una sfumatura azzurrognola, non di più, una leggera velatura di verde adamantino, un riflesso d’acqua marina, una goccia di cielo, uno spicchio di luna appoggiato sul davanzale del bicchiere.
Due labbra rosse che si dissetano.
Due occhi stanchi affamati.
Un grande tronco umano piantato nel giardino d’una poltrona.
Il mondo dei troll, le fate, i fantasmi, sogni e fantasie.

Dopo un lungo intervallo silenzioso, l’uomo dietro la banco s’è messo a ridere.
Di gusto, a dire la verità.
Forse aveva concluso che non ero ubriaco.
Ero solo uno dei tanti spostati, uno di quei malati di mente che se ne vanno liberi, in giro, adesso, a dar fastidio a chi lavora.
Ma lui, ne sono certo, al bar del tempo, di tipi come me, deve averne visti tanti.
Per questo rideva con tanta allegria.
Eccone un altro, forse ha pensato.
Ma come, dico io, ci sono tanti avventori, in un bar come questo, che chiedono così poco?
Un attimo di felicità, liscio, senza fronzoli, senza oliva, senza zucchero, senza vodka.
Solo un pò di bollicine.
Un pò di soda.

Il diamante si è messo a brillare di intensi riflessi interni.
Occhi vividi che si sono beati del sapore caldo della luce.
Come un elegante abito, l’aria della sera s’è fatta, poco a poco, profumata seta di prima estate.
E la vita, tutto attorno, stringendosi addosso in un caldo abbraccio, s’è fatta dolce carezza sulla pelle.
Pelle levigata.
Lieve e trepida.
Nuda in quella seta nera, s’è fatta cielo immenso, carezza infinita.
Bellezza senza confine.
Vivere, in quell’attimo, s’è fatto piacere puro.

Gli altri avventori del bar si sono voltati a guardare dalla mia parte, quando è esplosa la risata del barista.
Mi sono accorto che erano tutti ciechi dal modo con cui le occhiaie vuote si sono rovesciate su di me.
Erano sordi dagli occhi.
Le nere orbite erano profonde come gole assetate.
E in effetti, quando bevevano dai loro bicchieri vuoti, rovesciavano in avanti il capo, come per cercare gli occhi sul piano dei tavolini.
Il silenzio era assoluto.
Me ne sono accorto quando la risata dell’incredulo pover’uomo è rotolata lungo il pavimento e si è infranta contro la parete su cui era appeso lo schermo muto del televisore.
Lo schermo era nero.
Un luogo poco raccomandabile, quel locale, senz’altro, mi sarò detto.
Ma non ricordo bene.

Ha un sapore strano, l’attimo di felicità che mi hanno servito, alla fine.
E’ stata la ragazza con la camicetta che strizzava un seno di taglia forte.
Un sapore dolce che si tingeva d’amaro.
L’amaro della solitudine di bere da solo.
Allora, per correggere quell’aspro retrogusto che rovinava il mio attimo di felicità, ho offerto da bere a tutti.
Volevo brindare in compagnia.
Alzare un poco il gomito.
Sbronzarmi, forse, proprio no.
Ma lasciarmi andare a quell’ebbrezza leggera che può dare una buona bevuta in allegria.
Quando il bicchiere è buono.
Come la compagnia.
“Abbiamo finito, per stasera, amico”
Mi ha detto la ragazza col petto un pò immalinconito.
E mi ha mostrato la bottiglia vuota.

Ma come, un locale alla moda non ha scorte di felicità in cantina?
Volevo mettermi a litigare.
Urlare, piangere, menare le mani.
Intanto, finito di sorseggiare il mio attimo di felicità un poco amaro, sono rimasto solo.
Il bar s’è svuotato tutto insieme.
Come un cinema, alla fine dello spettacolo.
Il pubblico è uscito, ordinatamente.
Tutti in fila.
Il barista s’è avvicinato all’interruttore sulla parete di fianco al banco e ha spento.
Nel locale s’è abbattuta una penombra densa e fredda.
Un riflesso piombato giù dal blocco di ghiaccio nero del cielo dove stava inchiodata una luna di cristallo bianco.
Ho visto uscire la ragazza, un poco sconsolata, stanca.
S’è avvicinata ad una grande auto ferma lungo il marciapiedi davanti al bar.
Ha dato un bacio al giovane fantasma che aspettava, dentro.
S’è seduta sul suo sedile, mostrando generosamente le sue forme rotonde.
E sono partiti con un gran stridere di pneumatici.

Davanti alla porta del bar è rimasto un barbone.
Gli ho lasciato uno spicciolo ed un sorriso svogliato.
Neanche lui mi ha guardato.
Nel buio hanno spento anche le luci delle stelle.
I lampioni sono come alberi morti.
Mi torna, in un singulto, la memoria del mio debole momento di felicità.
Ora, però, nella notte solitaria, il suo sapore potrebbe essere più dolce.
M’avvicino ad una fontanella che sento scrosciare poco lontano.
Allungo un poco il braccio e riempio il cavo della mano.
L’avvicino alle labbra e lentamente mi disseto.
E scende nelle vene.
A goccia a goccia.
E’ così che la felicità si offre ai bordi delle strade.

4 thoughts on “GOCCIA A GOCCIA

  1. In un mondo di sordi dagli occhi e ciechi dalle orecchie il piccolo, semplice attimo di felicità che vorresti godere viene considerato quasi uno scandalo, una incomprensibile leggerezza di chi non si rende conto della gravità della situazione…e cercano di distruggerlo, di assimilarti alla massa triste e senza più slanci vitali….
    Invece sono proprio loro, quegli attimi di felicità che mandano avanti il mondo…. un sorso di acqua fresca, il canto di un uccello, un raggio di sole, un cielo punteggiato di stelle….

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  2. si, l’attimo di felicità, semplice, senza fronzoli, liscio, è una ricchezza che ormai non si apprezza più.
    Peggio per loro!
    Noi abbiamo la fortuna di immagazzinare questo capitale prezioso, a me e te – ed agli altri che sono ancora come noi – va bene essere ricchi così.
    Un caro saluto,
    Piero

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  3. Sono forse quelli che io chiamo “piccole cose” ed è vero, oggi non ci facciamo più caso ed invece sono quelle che regalano piccoli attimi di felicità. Noi spesso pensiamo alla felicità come a qualcosa di straordinario, o cose materiali ed invece sono quelle piccole cose, quelle più vere, quelle più autentiche. Paradossalmente le cose materiali, che pure servono, son quelle che ci allontanano e ci rendono ciechi e sordi. E’ il di più, il non necessario, l’indotto senza avere davvero bisogno, questo ci rende ciechi e sordi. Hai presente quella pubblicità in cui si vedono le persone in mezzo alla natura, con gli occhi puntati su un aggeggio tecnologico? E l’interlocutore si complimenta con loro, li invidia quasi. Quella è pubblicità ma molto realistica direi…basta guardarsi intorno…
    Nel tuo racconto però colgo un altro elemento. I piccoli momenti, le piccole cose, le piccole felicità sono meravigliose ma lo sono di più quando sono condivise. E la condivisione oggi…forse esiste solo quella virtuale…
    Ciao Piero, un abbraccio e perdona la lunga assenza.

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  4. Non chiedermi di perdonare la tua assenza: sei padrona del tuo tempo.
    Ma io non posso perdonarli, visto che mi manca sempre la tua amicizia, quando non ci sei.
    Ma lo dico con cordialità e affetto, come sempre, e il solito pizzico di sana ironia.

    Si le piccole felicità sono ciò che possiamo avere, ciò che arricchisce, sono le nostre gemme, i nostri talenti preziosi, i nostri gioielli, le nostre perle…
    Ma spesso non ce ne accorgiamo e vogliamo troppo, tutto.
    La felicità.
    Vogliamo tutto ciò che entra in quella parola, cioè, l’impossibile.
    Che se fosse l’utopia di qualcosa che riempie il cuore, sarebbe anche un desiderio meraviglioso.
    E invece, spesso, in quella parola facciamo entrare solo l’inutile, il superfluo, il di più, il troppo.
    Materiali o immateriali che siano i desideri di tanti, oggi, troppe volte non sono altro che il desiderio di accumulare qualcosa di troppo, di sottomettere qualcosa o qualcuno, di prendere possesso per tesaurizzare…
    Fosse, magari, una fame smodata, sarebbe pure qualcosa.
    La voglia di consumare e scialacquare.
    Sarebbe pure qualcosa, come quelli che consumano tutto lo stipendio con le donne, o con il vino.
    E invece no.
    Si vuole solo il consumo inutile.
    Il bingo, la slot, la scommessa.
    Così che si ha sempre troppo poco, mai niente che ci riempia.

    Ecco, per questo siamo ciechi e muti, ciechi e muti, forse più nel cuore che nel resto.

    Un caro abbraccio,
    Piero

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