TABU’

nuovo-screening-genetico-fecondazione-assistita

(lavoro in corso d’opera… tratto dalla cronaca quotidiana)

Non è un giorno facile, oggi.
Tutto semplice, tutto normale.
La notte, una notte.
Una notte come tante altre notti.
Il sonno, non dico il riposo.
Sarebbe troppo, il mio sonno è sempre stato agitato.
Ma almeno la requie, la calma, il silenzio.
La pace immobile, il tempo dilatato verso l’eterno.
Il poco d’eterno che viene concesso all’uomo.
La vita che si ferma, si fa quasi morte.
Il cuore che esita, balbetta, incespica.
E la tortura, il dolore, il delirio degli incubi…
Tutto semplice, tutto normale.
Poi, d’ improvviso, il buio esplode.
Il pavimento traballa e trema.
Il letto è sbattuto con forza prepotente.
E’ la vita. Penetra rumorosamente nell’incoscienza sospesa della notte…
E’ un vero terremoto.
O forse è soltanto una pulsione prostatica.
O un pesante bus assonnato che si rigira lento, nella notte.

Fa caldo.
L’estate non aiuta il sonno.
Il cuscino è bagnato e le lenzuola sono di fuoco.
Attrezzi di tortura.
Gli stessi che in sogno mordevano e asfissiavano.
Ho la nausea.
L’apnea.
Adesso, un altro tonfo sordo.
Questa volta è la porta.
Trambusto, urla, imprecazioni.
“Ma chi cazzo è?”, urlo rauco.
Forse i ladri.
Un’arancia meccanica che ha il livido sapore dei peggiori risvegli di soprassalto.
“Stai fermo! Stronzo!”, mi risponde una voce dal buio profondo della stanza
“Non si muova!”, mi urla un’altra voce più forbìta.
Poi, giù, duro, dal nero della notte, m’arriva un pugno diretto sul mio labbro.
E poi un corpo, addosso, pesante come un sacco di patate.
Il mio corpo imprigionato.
Vengo stretto in una morsa.
“Lei è in arresto!”, m’intima la voce più gentile.
Il sangue, lo so, in bocca, è il mio, è dolce.
Scivola piano piano.
Goccia a goccia m’insozza la maglietta impregnata di sudore e di spavento.
Mi sono cacato sotto.
Ma forse non sono dei ladri veramente.
Ho la bocca impastata.
Gli occhi pesti.
Il sonno, forse.
La paura, certo.
Mi stanno portando via.
La scoperta che non sono stati i ladri non basta a sciogliere la paura.
Il respiro si strozza presto nella gola.

Le manette me le hanno strette troppo.
Adesso mordono.
Bocche di sciacalli.
Alla fine, come un peso morto, mi rovesciano di sotto dalle scale.
Ma quanti sono?
Penso.
Due.
Forse tre.
Penso io.
Una folla.
Comunque.
Maledetti.
Sono dei mostri, dei fantasmi!
I miei incubi.
I Carabinieri.
Lo Stato che irrompe nella vita d’un privato cittadino.
Non è una giornata facile, quella appena cominciata.

Non sono gentili, adesso sto pensando.
La macchina va a tutta velocità.
Urlano anche le sirene spiegate nella notte che ormai s’è fatta chiara.
Siamo diretti proprio alla centrale.
Gli pneumatici stridono sull’asfalto.
Stanno aggrappati alla strada con le unghie e con i denti.
Questi sono matti, penso adesso.
Bestemmiano nel loro linguaggio povero di servitori dello Stato.
Ho ancora il sapore di sangue nella bocca.
E gli occhi pesanti e pesti.
Sonno, trambusto e colpi secchi ma imprecisi.
M’hanno messo le manette ai polsi.
Le catene.
Il giudizio universale adesso è così che arriva.
Giunge all’improvviso.
Iddio padre onnipotente non si è fatto mica annunciare da uno schiera di angeli e cherubini.
Ha sfondato la porta con violenza.
Non mi è servito blindare la porta per proteggermi da quei demoni notturni.
Eppure i demoni, di solito, non fanno tanto chiasso.

Oggi non è un giorno tanto facile.
Il giudice eterno, nel suo imperturbabile portamento, s’erge dietro la scrivania.
Legno consumato.
Antico.
Le tarme sono i segni del tempo.
L’eterno incarnato in voraci bocche fameliche.
Gallerie oscure nella carne del legno.
Ne fuoriesce tanfo d’umido, che impregna tutta la stanza.
Tanfo di morte.
Tanfo d’eterno.
C’è caldo, oggi.
Non sarà un giorno facile, questo.
C’è un’afa insopportabile.
Bevo il mio sudore.
Salato, disseta.
Almeno, son certo d’esistere ancora.
L’arcangelo con la spada di fuoco sul cappello s’avvicina.
Beve caffè acido.
Me ne offre una dose.
Io, comunque, rinuncio.
M’intima di declinare le mie generalità.
Chiede.
Vuol sapere.
Non ha scritto lui tutta la mia parte sul libro del destino.
M’intima di confessare i miei peccati.
Io non ho studiato la mia parte.
Sono un figlio di puttana.
Questa è la mia colpa.

Così m’ha apostrofato.
Sei un figlio di puttana.
Sei veramente un vero figlio di puttana.
Non ha detto: sei un ladro.
E neanche: sei un assassino.
Non sono un pappone, uno sfruttatore di troie.
E neanche uno spacciatore di felicità in pasticche.
Non sono neppure un galantuomo altolocato da galera qualunque.
Sono un figlio di puttana.
Un vero figlio di puttana.
Oggi non è un giorno facile, no.
Proprio non è un giorno facile, questo.

Mi guardo intorno per capire.
Forse non si riferisce a me, il maresciallo con la fiamma sul cappello.
Sono ottimista.
Mi sbaglio.
Si.
Proprio uno sbaglio.
Oggi non è un giorno facile per me.
Mi guarda torvo, il cherubino in divisa da angelo del dovere.
Io m’interrogo sulle sesso dell’angelo che mi sta davanti.
Da quando hanno arruolato anche le femmine, le coorti celesti battono con più gentilezza.
Anche i computer, gli hanno dato, adesso.
Non più quelle rozze macchine che ticchettavano il tempo rude degli interrogatori.
Confessioni evangeliche estorte a suon di ceffoni.
Adesso hanno il volto gentile delle madonne.
Meridionali.
Si, è facile capirlo.
L’accento tradisce la gentile figura.
E’ facile, questo.
Ma non serve a niente.
Per lo meno, non serve a rendere più facile il mio muto interrogatorio.

Guardo il maresciallo dell’arma che sembra un arcangelo.
Nel mio muto silenzio gli faccio il mio contro-interrogatorio.
Ha appeso all’attaccapanni il cappello con la spada di fuoco cucita proprio là in bella vista, per farsi notare.
Chi sarà mai la creatura che ha partorito questo angelo della morte?
Una puttana senz’altro.
Quale seme avrà fecondato l’albero che ha dato un frutto così amaro?
Forse è anche l’angelo è un figlio di puttana.
Un vero figlio di puttana.
Proprio uno come me.
Ma lui non mi sente.
O forse fa finta.
Non s’è offeso.
Fa finta di non vedermi neanche.
E’ un giorno difficile, questo, lo so.
Continuo l’interrogatorio.
Loro mi urlano nelle orecchie.
Ogni tanto qualche ceffone cerca di darmi ragione.
Io, invece, interrogo con gli occhi, io!
Sono fatto d’una pasta diversa.
Non sono mica un aguzzino dilettante come loro, io.
Io non uso metodi da polizia fascista
La mia mano è gentile.
Legata alla sedia.
Stretta.
Le catene sono strette.
Legano.
Segano.
Tagliano.
Umiliano.

Il giudice eterno non porta le ali dietro alle spalle.
Se le sarà tolte di là, nell’anticamera.
Forse le ha chiude dentro a un armadio.
Forse ha paura che qui, in questo inferno, qualcuno gliele possa rubare.
Neanche il suo dolce arcangelo con la spada di fiamma porta le ali attaccate alle spalle.
Il padreterno che m’interroga ha la barba folta e canuta.
La capigliatura fluente.
Parla una lingua forbìta.
E porta un pantalone liso di denim usurato.
E un camicione a quadroni.
Un mezzo sorriso appiccicato sui denti.
Un paio d’occhialetti.
Fuma un sigaro puzzolente che impesta tutto il girone d’inferno.
Ma ha lo sguardo sicuro.
E il dito puntato come la canna d’una pistola.
Un’aureola rotola piano sotto la sedia.
L’avrà perduta, chissà, un altro cherubino venuto a condurre l’interrogatorio che dura da ore.
Non s’è n’è accorto, il dio che s’è incarnato dinanzi a me, da stamattina.
Gentile, non urla le sue domande.
Si vede che se ne fotte anche delle mie risposte.
E allora io non gli rispondo.
Mi avvalgo della facoltà del silenzio mortale.
Ma un vaffanculo, prima, io gliel’ho detto.
L’ho urlato a gran voce.
E lui l’ha pure registrato.
E anche il verbale, forse, domani, mi darà manforte a sostenere la mia verità.

Quante cose stanno scritte in questo silenzio.
Non è un giorno facile un giorno passato in silenzio.
Specialmente se davanti ai tuoi occhi si svolgendo il giudizio universale.
E quell’iddio che tanto temiamo in questa vita ha chiamato proprio te a testimoniare.
Usa le intercettazioni telefoniche.
E anche quelle ambientali.
Appostamenti.
Pedinamenti.
Travestimenti.
Uno sfoggio di mezzi d’investigazione che non ti aspetteresti da uno così.
E perchè, poi?
Per uno come me?
Per un figlio di puttana che è davvero un vero figlio di puttana?
No, l’ho detto, non è un giorno facile, un giorno così.

Io lo guardo, mentre mi legge i capi d’accusa.
Io non sono figlio d’un padre.
Nè d’una madre qualunque.
Mia madre.
Ovvero quella che credevo fino a ieri che fosse mia madre.
Mi ha prestato il suo utero solo per farsi un pò di compagnia.
Erano neri, i suoi giorni di nera solitudine.
Il marito al lavoro.
Lontano.
perduto nel tempo.
In un sogno svanito.
I trenta denari delle tangenti li spendeva tutti in champagne e serate eleganti.
Belle donne e incontri segreti.
Giornate facili, sembravano quelle.

Mia madre ha avuto tanti giorni difficili.
Sola e perduta.
Il corpo bello come un fiore è appassito presto sotto i crudeli raggi di sole del tempo.
Figli, neanche a pagarli.
E , certo, li avrà pagati, i suoi inseminatori artificiali, i suoi fuchi dotati raccattati per strada.
Avrà pagato, e goduto, come una vera puttana.
Ma non è entrata per questo nei rapporti dell’arma.
Il suo fascicolo s’è aperto per un altra ragione.
Me lo racconta il giudice supremo dall’alto del suo scranno morale.
S’è offerta alla scienza.
Ha chiesto pietà con mezzi moralmente proibiti.
Ha deciso, d’accordo anche lui, il marito perduto, di farsi inseminare da qualche ospedale della città.
Non dev’essere stato un giorno facile, quello, neanche per lei.

Scopro che è molto difficile accettare un giorno così.
Oggi, la suprema giustizia mi legge i capi d’imputazione.
Le mie colpe.
La condanna.
Il peccato mortale.
Non viene ammessa l’espiazione preventiva del peccato originale.
Questo me lo precisa subito, il giudice eterno.
Ed io, figlio della colpa, non ho proprio nessun alibi per discolparmi.
Sono cresciuto come uno qualunque.
Mi piacciono le donne.
Soprattutto se giovani e belle.
E disponibili, certo.
Ho passato molte ore con creature allegre così.
Giovani ninfe che s’aprivano come boccioli carnosi.
Ed io figlio d’un fuco, mi nutrivo felice di quel nettare dolce.
Ho fatto felici molte madri bisognose di soldi.
Ho sempre creduto d’aver seminato miele, nel mio favo, per chi, voluttuosamente, ne volesse attingere. A volontà.
Pensavo fossero giorni facili, i giorni, a quel tempo.

Ma scopro che non è facile accettare un giorno così.
Il mio capo d’imputazione più grave è d’essere figlio d’una provetta sbagliata.
Il mio nome, stampato nella carta d’identità del mio DNA nativo, non corrisponde con quello dell’anagrafe della città.
Me lo legge con leggero disgusto, il censore supremo.
L’arcangelo in divisa annuisce al suo dio.
Poi si rivolge a me, sconsolato e severo.
Disapprova.
Recrimina.
Accusa.
Ma non servono parole.
Il suo silenzio basta.
Il buon nome della giustizia, io, l’ho corrotto prim’ancora di nascere al mondo.
Me lo dice anche il cancelliere col suo sguardo accigliato.
Ancora fuma, la ceralacca, sul tavolo.
Hanno bollato la sentenza.
Redatta su pergamena pesante.
Vergata a sangue.
Il mio.
Sono figlio d’una madre sbagliata.
Sono figlio d’una provetta sbagliata.
Sono figlio d’una vita sbagliata.
Non è facile, il giorno, oggi.
No, non è facile.

Steso sul giaciglio ripenso alla mia vita.
Che non è più la mia.
Io non sono io e il mio nome non mi appartiene.
E neanche mia madre.
E mio padre sta da un’altra parte.
Ed è sempre stato lì, da un’altra parte, senza farsi mai vedere.
Mia madre ha gli occhi azzurri.
Cerulei.
Un pallore diafano sul volto, come un cerone pudico che copre la vergogna.
Un fantasma.
Un corpo che ha chiesto amore.
Un corpo che ha ricevuto la pietà immonda d’un seme ibrido.
Un corpo che ha pagato in sonanti contanti il desiderio di donar la vita.
Desiderio immondo d’un corpo malato.
Un corpo che non è più neanche il corpo d’una madre.
Un corpo che vuol donare vita alla vita.
Vita artificiale per una vita artificiale.
Ora questo lo so, l’ho capito.
Una vita, la mia, nata in una serra.
Concimata col letame morale d’una vita qualunque.
Una vita facile, in fondo.
Immeritata.
Fino ad oggi, almeno.

Non è facile convivere con la mia nuova identità.
L’identità d’un nessuno che non può neanche pagare con la morte il suo destino immondo.
Il supremo giudice s’è ritirato.
Il processo è chiuso.
Cerco con gli occhi il mio difensore.
Frugo nella mia memoria confusa e aggrovigliata.
E lo trovo al suo posto, ancora.
Sta sfogliando ancora le sue carte.
Che sono le mie carte, a dire la verità tutta intera.
Ha rinunciato alla mia difesa.
E conosco ormai bene anche il suo perchè.
Ha presentato la sua irrevocabile istanza al cancelliere in toga.
Che ha approvato a larghi gesti.
Ha annuito e con lo sguardo profondo e puro ha apprezzato veramente.
Disprezzano me, profondamente. invece.
E la vita che mi porto indosso.
Appoggiata come un paletò.
Un frac a nolo.

Sono un ladro di vita.
Così m’ha detto il pubblico ministero.
Ed io, assorto, confuso e perso nei pensieri miei sono rimasto inerte.
Non sarebbe stato facile, d’altronde, rispondere al mondo intero che ti punta contro il suo dito accusatore.
Specie se si è rivolto a te con tanta perentoria verità.
Non è facile, no, un giorno come questo.
Me lo porterò appeso al collo

6 thoughts on “TABU’

  1. La lettura l’ho accompagnata con un pianto di chitarra blues elettrico, virtuale naturalmente vista l’ora e gli altri che dormono, struggenti questi passaggi in cui più dei fatti conta il dna.

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  2. Non è facile vivere, caro Piero.
    Siamo tutti sullo stesso Tram , che non si chiama Desiderio ma solamente Viaggio.
    Un viaggio ingiusto, a tratti bello ma sempre scomodo
    Sei bravissimo
    Un abbraccio
    Mistral

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  3. Paolo, grazie sempre, ma posso farti una domanda?
    Tu, alle 3,57 della notte ti metti davanti al computer e poi davanti alle mia pagina?
    Dici la verità, cercavi un sonnifero e non hai trovato di meglio!!!
    Come state tutti? Non stai andando in giro come prima, vedo poche fotografie: devi ancora riprenderti dalla sbronza romana?
    Aspetto fiducioso.
    Saluti a tutta la banda.
    Piero

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  4. Cara Mistral,
    è vero, siamo in perenne viaggio e quando quel viaggio giungerà alla meta finale… noi non ne saremo tanto contenti.
    Io amo moltissimo i viaggi, andare di città in città, di luogo in luogo, di mondo in mondo…
    Un abbraccio,
    Piero

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  5. Amo il viaggio”, anche già la parola mi dà una sensazione di libertà ma ho viaggiato poco…. quando avrei voluto farlo non c’erano i mezzi per permettermelo, ora che ci sarebbero, almeno sufficienti, non ce ne è più la possibilità.
    Allora non mi resta che viaggiare con la fantasia, col pensiero e le immagini…. e questo sia per i viaggi “geografici” che quelli della vita che sono i più belli e più duri perché non sai mai dove ti porteranno, chi troverai, cosa ti succederà…
    Questo tuo post l’ho sentito sulla pelle e nel cuore così forte da pensare di essere io in quell’incubo… forse ha toccato paure inconsce dei tempi di guerra, di racconti ascoltati….paure di cui ora posso sorridere!
    È bello questo tuo scrivere così vivo e carico di pathos!

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  6. cara Fausta, ti ringrazio veramente.
    Mi fa piacere che questo racconto sia stato per te così vivo.
    Cosa potrei desiderare di più da questo … passatempo del raccontare?
    Un abbraccio,
    Piero

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