REPUBBLICA INDIPENDENTE

photo by Pierperrone – Djaipur – OSSERVATORIO ASTRONOMICO DI JANTAR MANTAR (XVIII sec.)

Giovanni, chiamiamolo Giovanni, io ero abituato a chiamarlo in un altro modo, lasciò il suo paese che era un giovane in cerca di lavoro.
Il paese era un paese del sud Italia, anzi del sud più profondo d’Italia, laggiù, dove la terra è arsa dal sole, l’aria è secca anche d’inverno, e gli alberi sono ben piantati in terra, come gli uomini, antichi, e con radici millenarie.
Alberi, uomini, e radici, profondi, che nella terra arsa e rossa, io me la ricordo così, arsa e rossa, secca e sempre assetata, quella terra, s’intrecciano nelle viscere della terra che amoreggia col mare.
Amori, scappatelle, fuitine, che hanno fatto frutti, figli, discendenze, che nei secoli hanno attraversato il mare.
Il mare.
Il mare, che è sconfinato perchè nessuno può mettergli il collare, la catena, un confine.
E noi, invece, che ci ostiniamo a dividere il mare in oceani, mari, golfi, cale…
Mari, mari che chiamiamo territoriali.
Ed acque, acque nazionali e acque internazionali… Oddio, quanto siamo stupidi, noi!
E che fantasie farlocche che abbiamo per la testa!
E, si, fantasie!
Fantasie un corno.
Perchè per quelle fantasie noi abbiamo ucciso.
Noi, noi dico.
Noi uomini.
Che abbiamo commesso i crimini più crudeli, ingiustificati, immorali che il genere umano possa immaginare.
E lo abbiamo fatto, poi, perchè?
Per adescare, per addomesticare, per pagare il mare come una puttana qualunque, per mettergli un nome, per avvincere quel gigante proteiforme alle nostre catene, per dargi dei confini, per chiamarlo Mare Nostrum… come se di là, dall’altra parte, sull’altra sponda, sull’altro lato, alla fine della distesa d’acqua, di là, insomma, dove c’è un’altra costa, un’altra riva, un’altra terra, un altro approdo, un’altra salvezza, di là, insomma, non ci fosse qualcuno altro già pronto a chiederci:
“E perchè questo mare sarebbe il Mare Vostrum?
Questo è il Mare nostrum!”.
No, siamo matti, dico io.
E lo dico e lo affermo con certezza.

Nel mare scende nuda la terra, da ogni parte del mondo.
E anche in quel mare, là, nel più profondo sud dell’Italia, scende, nuda, quella terra rossa e arsa dal sole e dal vento.
E nudi si amano, quel mare e quella terra, in quel profondo sud dell’Italia.
Mentre, lassù in cielo, il sole e la luna se ne stanno incantati, intenti, lì, da sempre, a godersi lo spettacolo d’un amore così tenero e profondo.
Quel quel cielo che si scopre sconfinato, che si offre sincero e ardente a quella terra del sud più profondo.
Quel continuo, interminabile, eterno atto d’amore fra l’acqua e la terra, benedetto dal cielo e dal sole e dalla luna che governano il ritmo eterno delle stagioni, è un amore di donne, saffico e dolce.
Che infonde, però, una dolcezza aspra a quei quei luoghi, un dolce abbandono intriso di paura, di sensi di colpa, di giuramenti e di spergiuri.
L’acqua e la terra.
Amanti di Lesbo.
Fertili e generose.
Ferite e indomite.
Acqua ricca di frutti e terra ricca di semi.
Acqua percorsa dai brividi delle onde e terra solcata dagli aratri.
Superfici butterate, colpite, ferite.
Sbuffi, scie, solchi, zolle, sassi.
Si riconoscono da questi segni i connotati delle superfici piane che s’inabissano nelle notti senza luna.
Pianure amanti che si fanno amare.
Amanti metafisiche che illudono amanti di carne ed ossa.
Illusi amanti schiantati dalle fatiche che le amanti incatenate impongono alla vita delle pianure scintillanti sotto la luna.
Amanti che cantano l’antico canto della promessa e dell’inganno.
La più antica melodia che s’è sparsa sulla Terra.
Abbaccinazione delle bestie da fatica.
Carezza per gli uomini chini, o per gli animali impastoiati, come che siano.
Quella mistura d’acqua e di terra è una distesa che si sottrae all’indagine esplorativa dello sguardo materiale.
Una piatta evanescenza, un miraggio, un sogno.
Ma anche una natura concreta e materiale.
Un ventre che sa dare vita.
Una plaga di sangue e carne, polpa e sudore, ambrosia e fiele.
Amare la terra del sud più profondo richiede sforzi e fatiche.
Grandi fatiche.
Fatica e dolore.
Il dolore delle mani, dolore di calli e di ferite, il dolore alle ossa, dolore di schiene piegate e spezzate, è anche dolere degli occhi e dell’anima.
E’ un dolore che consta di lacrime mute e salate.
E si può capire, si, si può capire facilmente, che chi può, appena può, cerca di scansare quel calice amaro.
Si, si può scappare da quella fatica ed evitare quel dolore, che non conosce tempo e ignora la parola fine.
Così, si può capire, anche Giovanni fu uno di quelli che volle fuggire.

Lui andò via prima che io potessi conoscerlo.
Io l’ho conosciuto dopo, soltanto, quando lui era grande ed io ero piccolo.
E quindi non mi ha mai raccontato per bene, con ordine e precisione, come e perchè abbia preso questa sua decisioni così importante.
Lui il padre l’aveva perduto molto presto, da piccolo, quasi.
Giovanni era del ’28, il ’28 del secolo scorso, ed il padre era morto, così gli ho sentito raccontare diverse volte, poco dopo la guerra, la guerra del ’40-’45, la seconda guerra mondiale.
Lui, il padre di Giovanni, aveva fatto le due guerre, tutt’e due le guerre mondiali e forse non era stato ferito, comunque le aveva scansate, riportando a casa intatta la pelle.
Però poi è morto all’improvviso in un letto, nel suo letto, così raccontava talvolta Giovanni.
Quel padre, il padre di Giovanni aveva il mio stesso identico nome.
E così, io, adesso, mi porto appresso per il mondo, quello stesso identico nome.
Il nome e forse anche il destino, chissà, di quell’uomo che non ho mai conosciuto da vivo.
Ma quel nome, ch’è anche il mio nome, è anche un pezzo tronco di radice.
Il nome, il destino, la radice che mi sono stati affidati.
Che non erano miei, prima di essere i miei, prima erano erano i suoi.
Ed io non me ne curavo molto, a dire la verità, di quel nome antico, e remoto, finchè era il nome di un altro.
Ma quel nome, ora, è il mio nome.
E forse anche il destino di quell’altro che si portava in giro il mio nome, in un tempo che non era ancora il mio tempo, un destino che, allora, a me, non interessava poi molto, ora quel destino, forse, dico forse soltanto, è anche il destino che mi è stato assegnato.
E me lo porto in giro per il mondo come una cosa così.
E neanche ci penso che, forse, lui, quello lì che si portava in giro il mio nome prima di me, ora sta da qualche parte a guardarmi portare in giro il suo nome.
E forse qualche giorno mi verrà a chiedere il conto.
Vorrà sapere cosa ne ho fatto, io, di quella sua eredità.
Se quei suoi doni io li ho saputi apprezzare.
Doni, regali, presenti, a cui io, pare, non presto più di tanta attenzione.

Giovanni lasciò la sua terra, il suo paese, sua madre, i suoi fratelli, e chissà, anche qualche cuore spezzato.
Occhi lo piansero un pò, per qualche tempo lungo o corto non so.
Lui se n’era andato a cercare un lavoro.
Un destino che costasse meno fatica.
Un futuro meno precario.
Un salario che dipendesse dalla volubilità degli elementi celesti.
Un destino che valesse qualcosa di più del destino d’un raccolto di campagna.
Se n’è andato a cercare un lavoro, un lavoro per un uomo che voleva avere un futuro diverso.
Mica la schiena spezzata dalla fatica dei campi.
Giovanni aveva studiato.
Almeno, aveva preso la licenza media inferiore.
E sapeva scrivere bene.
Mi ricordo i temi che mi correggeva quando andavo alle scuole elementari e lui si metteva, la sera, a correggermi i compiti.
Sapeva scrivere bene, e per il suo nuovo lavoro voleva sfruttare le sue qualità con molto impegno, con orgoglio, con senso del dovere alto e sentito.
Non so come ha fatto ad entrare nell’Arma, ma quando io l’ho conosciuto, lui era già Carabiniere da diversi anni, oramai.
Conosco alcune cose della sua vita.
Ma a pensarci un pò bene, non sono neanche molte, a dire la sincera verità.
Per poter dire “era mio padre”, penserete, io lo conosco poco davvero.
Eppure è stato un padre presente, affettuoso e molto corretto.
Era severo, un padre padrone.
Ma questo è solo il mio punto di vista.
Io lo guardavo dal basso, perchè ero piccolo.
Lui invece era sempre in divisa.
Era grande.
Era un uomo.
Un carabiniere.
Ma era mio padre e mi voleva bene, mi voleva educare.

Conosco alcune cose della sua vita di giovane uomo che mi ha raccontato mia madre.
Quando si sono fidanzati e si volevano sposare.
Quando decisero di mettere su casa in una nuova piccola insulsa città.
Piccola e insulsa solo perchè non era la loro città.
Loro erano di due paesini piccoli e insulsi.
Lo so.
Piccoli e insulsi perchè non avevano niente da dire alla storia se non mostrare le ferite aperte da sempre.
Le ferite della terra di mio padre, l’ho detto; e le piaghe della terra dilaniata dalle bombe del paese di mia madre.
Giuseppina, chiamiamola cosi, ma anche per lei io ho un nome diverso, ha un’altra storia, uguale eppure tutta diversa dalla storia di mio padre, che ho detto più sopra.
Lei era bambina ancora spaurita quando è scoppiata la guerra.
La guerra era la stessa che mio nonno aveva attraversato portandosi appresso, indenne, il mio nome.
Per lasciarlo morire, per un poco, poco tempo dopo la guerra, nel suo povero letto.
Questa era una cosa che faceva riflettere tanto mio padre.

La guerra che mi racconta mia madre è la vera guerra vista dagli occhi di una bimba spaurita.
Un’altra terra, quella d’un giardino incantato per Giuseppina, che stava ai piedi del paese del basso Lazio dove stava la sua famiglia a qual tempo.
Una terra di giardino, verde fiorita, con gli alberi d’arancio e i bianchi fiori di primavera.
Il fiume poco lontano.
Ed i mandorli, là, dietro, oltre la riva lontana.
Terra e colline che hanno ancora il profumo del ricordo perduto, spezzato.
La guerra lascia ferite profonde.
Uccide le case.
Ammazza i cristiani.
Manda gli sfollati in giro come relitti nel mare.
Ma la guerra sa anche aprire il cuore degli uomini.
E così, i racconti di mia madre sono pieni di rombi di motori d’aereo e scoppi di bombe, di fughe smarrite e fortunosi salvataggi, del caso, della fortuna, del destino o del volere di Dio… chissà come vogliamo chiamarlo.
Case sventrate e povere cose, povere genti, poveri cristi.
Bisogno d’aiuto e aiuto cristiano.
Povere genti, poveri uomini, poveri cristi, poveri loro, là, sotto le bombe, sfollati, per le strade, in cerca d’un tetto…
E anche poveri noi che ormai abbiamo dimenticato i racconti di quei poveri cristi aiutati da altri poveri cristi solo un poco, per poco, più fortunati.
Poveri noi che non ricordiamo neanche più cos’era la vita a quei tempi di guerra.
E scacciamo i poveri cristi che oggi ci chiedono aiuto col fastidio con cui si scacciano le mosche dal miele.
O forse noi siamo la merda e, loro, le mosche ci ronzano intorno felici?

Giuseppina lasciò il suo paese per sposare Giovanni.
Per qualche tempo, un anno o due, non ricordo per bene la storia, io allora, in effetti, ancora non c’ero, lei abitò nella casa d’una zia in città.
In una grande e bella sfortunata città.
Napoli, si chiama quella meraviglia del mondo che gli uomini non sanno amare abbastanza.
Giuseppina lasciò il suo paese perchè la sua famiglia aveva deciso di lasciare il suo Paese per andare a cercare fortuna.
Anche loro attraversarono il mare che gli stupidi uomini s’intestardiscono a chiamare Oceano Atlantico.
Credono che quello sia un mare diverso dal Mare, dal Mare infinito che abita su tutta la terra e che sciaborda indisturbato da sempre.
Sull’altra sponda dell’oceano che chiamano Atlantico c’è un pezzo di quell’India che un marinaio un poco distratto aveva creduto di trovare andando con tre caravelle nella direzione sbagliata del mondo.
Ma la fortuna, che vuoi, non si ferma dinanzi ad un ostacolo tanto fesso.
E così Colombo è diventato l’uomo famoso che ha scoperto l’America.
Ma, secondo me, Colombo non era un uomo furbo abbastanza da tenersi un segreto così importante tutto per sè.
E infatti, un altro marinaio più furbo, conosciuta la storia, se ne andò in giro a dare il suo nome alla terra che Colombo voleva chiamare India per forza.
Gli mise nome America, il più modesto, ma furbo, Amerigo Vespucci.
In un certo senso, con la stessa storia son passati alla storia ambedue, quei bischeri marinari d’intrepido corso.
La famiglia di Giuseppina però prese un piroscafo.
Lo comandava un capitano che certamente conosceva bene la rotta.
Non so il nome nè della nave, nè quello del suo bel capitano, ma loro, erano in sette od otto, credo, facendo i conti per bene, e giunsero nella loro terra promessa senza parlare una parola dell’incomprensibile lingua locale.
Avevano conosciuto i tedeschi e gli americani solo per le azioni di guerra.
Avranno immaginato i primi come belve assetate di sangue.
E gli altri come cacciatori di fiere.
Come nei fumetti che leggevo d’estate, da piccolo, là, sul balcone di casa, nelle ore infinite del silenzio pomeridiano.
Una volta giunti in quella terra lontana si saranno presto resi conto che gli uomini sono una razza di animali molto più difficile da giudicare.
E saranno rassegnati a fare una vita da bestie da soma per qualche generoso padrone di cui io ignoro sia il nome prezioso, sia la generosa attività.
Io, quegli emigranti li ho visti qualche volta soltanto.
Quegli emigranti, che erano il padre e la madre e tutti i fratelli e sorelle della mia madre restata in Italia, li ho visto qualche volta soltanto.
Saranno partiti con i cuori pieni di sogni e le valigie ricolme d’inesaudite speranze.
Cosa sono andati a cercare di là?
Cosa inseguivano su quel mare così vasto da sembrare più infinito dell’infinito cielo stellato?
La vita?
Il futuro?
Sogno, ricchezza?
Un’utopia o una mostruosa chimera?
Uomini avventurosi o avventurieri spavaldi?
Solo dei pazzi o una generazione di saggi assennati?

Io me li porto appresso, oggi, questi interrogativi, come i monconi delle mie radici spezzate.
Non so certo rispondere, io, a queste difficilissime domande.
E poi queste erano le loro domande.
Non le mie.
Ma a me sono necessarie le risposte a queste domande.
Perchè, in qualche modo, io me le porto ancora dentro queste domande.
Domande che erano le loro, certo, domande poste in un tempo passato.
Domande che però oggi richiedono ancora risposte.
E queste risposte sono la mia verità.
Anzi sono di più.
Sono la mia stessa anima, invisibile eterna e immortale.
L’anima, già.
Cosa sarà mai questa misteriosa entità che, da millenni, gli uomini cercano invano d’afferrare come un vano fantasma?
Eppur della sua esistenza non v’è nessuno che possa dubitare davvero.
Basta solo porsi un attimo a guardare, per esempio, il cielo stellato, o gli occhi d’un bimbo, o il seno armonioso d’una ninfa che allatta.
Ma io forse so cos’è quest’entità così misteriosa e sfuggente.
E’ la tremenda eredità che ognuno si porta dentro e che viene da molto lontano.
Dice qualcuno in qualche libro che ho letto, che non veniamo al mondo senza ragione e abbiamo già sulle spalle, fin dal momento del primo concepimento, il peso d’una catena infinita di condizioni e progetti di cui non riusciamo a vedere che i pochi anelli a noi più vicini nel tempo.
O nello spazio.
Ed è davvero così.
Dentro di me c’è un’anima vasta.
Un’anima larga come quel mare che bacia la terra da cui è fuggito mio padre e che accarezza le rive d’un continente lontano dall’altra parte del mondo.
E non ha passaporto, la mia anima vagula.
S’acquieta soltanto quando con gli occhi miro ad qualche punto più in là, più oltre… al di là della messa a fuoco del mio obiettivo.
Un punto che sta là, più in alto del cielo più alto.
Là, oltre la linea d’ogni orizzonte.
Quell’anima è una repubblica.
Libera e indipendente.
Quell’anima è la l’anima mia.
La mia vera repubblica indipendente.

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4 pensieri riguardo “REPUBBLICA INDIPENDENTE

  1. Ti ringrazio per il finale…..stavo vagando con te fra dubbi e domande e non trovavo un via d’uscita perché ad ogni tentativo di riposta arrivava una nuova domanda, ogni volta che un barcone portava sul are il suo carico di esseri viventi in cerca di qualcosa che forse non anno ma che intuiscono essere meglio di quello che si lasciano alle spalle….
    Se l’anima non ha il coraggio di vagare in spazi infiniti senza limiti o pregiudizi finisce per morire…. e per far morire..

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  2. Lo sai, io sono l’uomo delle domande: che tu mi ringrazi delle risposte è quasi innaturale.
    Però quello che ho scritto è vero davvero. Insomma, è quello che sento.
    Le domande loro, di Giovanni e Giuseppina, e di quelli come loro, che sono tanti e tanti, vicini e lontani a me e a tutti noi, sono le domande di quelli che cercano di costruire un futuro.
    Non esiste certezza alcuna per chi cerca di costruire il futuro, non esiste certezza che gli sforzi che si fanno oggi siano ripagati domani.
    Per questo cercare di costruire il futuro è porsi domande.
    Cosa accadrà? Sarà quello che desidero, quello per cui ho fatto sacrifici, ho lottato, ho sofferto, forse, ho pianto?
    Risposte, vogliono queste domande.
    Io sono un pezzo di quelle risposte.
    Io, la mia vita, la mia esperienza, la mia esistenza.
    Questo è uno spezzone di risposta.
    E questo è tutt’intero un’anima.
    Perchè domandarsi del futuro e sapere di incarnare uno spicchio del futuro è anima.
    Anima è futuro.
    Anzi, passato, presente e futuro.
    Ed io – io nel senso fisico ed in quello più metaforico – sono passato, presente e futuro, quindi, anima.

    Ma l’importante, per continuare ad essere anima, è, ancora, porsi delle domande, cioè, costruire il futuro.
    Domandare e domandarsi è costruire l’anima.
    Poi, mio figlio, i figli di tutti noi, che sono il futuro, daranno carne a quest’anima che oggi noi siamo.

    Non credo aggiunga molto a questa idea di anima, il concetto metafisico-religioso che conosciamo dalla tradizione cristiana.
    Non voglio certo metterlo in discussione, nè affrontare il problema in termini di dubbio.
    Chi ha fede in Dio si mette nella dimensione ultraterrena e pone su quel piano la questione.
    Io mi limito a dare una definizione di anima in termini “umani”, di quel che siamo presi nella nostra pluralità di genere che abita la terra avendo il dono della coscienza e la responsabilità delle proprie azioni.
    A questo fine basta che l’anima abbia un corpo con cui camminare.
    Le azioni che compie bastano a giustificarla.
    La strada del Bene o quella del Male sono aperte come un bivio, dinanzi a noi.
    Ognuno prenderà la direzione che il proprio libero arbitrio gli indica.
    Si paga con la propria responsabilità, quella scelta.
    Si paga prima qui, su questa terra.
    Poi, forse, si salda il resto di là.

    Un abbraccio, Fausta,
    Piero

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  3. Scusa per gli svarioni che sono riuscita ad infilare in quelle poche parole, ma la sera la stanchezza si fa sentire e d’altra parte è proprio nel silenzio della notte che mi piace leggere i post che mi piacciono di più e mi invitano alla riflessione!
    Bella questa tua risposta, mi ci trovo in pieno.
    Io sono credente ma è qui ed ora che si gioca la vita e anche io mi sento passato, presente e futuro di ogni uomo, responsabile e consapevole delle mie scelte….almeno per quanto onestamente mi riesce!

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