CORO DEI MORTI

The_Hasty_Burial
Antoine WIERTZ – THE HASTY BURIAL (1854)

Là, dal fondo del mare, cominciò il rigorgogliare degli elementi.
Là, dove le acque sono più nere e profonde.
Pesanti come montagne, liquide.
Assassine.
Grandi e piccole bolle, sfuggite da mille bocche liquide gementi, provarono veloci a fuggire.
Sforzo disperato.
Inutile.
Vano tentativo.
La massa tumultuante si richiuse con la sua forza tremenda sulla sommossa gassosa.
E il liquido irrequieto, scosso, agitato, morse coi suoi denti affilati.
La presa feroce si fece tenaglia.
Il marasma, supplizio.
Dipoi, cominciarono a tremare le rocce.
Dapprima sul fondo mare.
L’immensa liscia distesa della massa pietrosa si spaccò fremendo.
La piatta scogliera consumata dall’eterno fluire delle correnti oceaniche fu ingoiata nelle profondità dove ardono i fuochi eterni.
La lava divorò le acque ancora ruggenti.
Eruttò vapori e fiotti di sangue rovente.
Macigni vasti come inutili distese fremettero.
Le distese sabbiose e i fondali emanarono brividi gelidi.
Si scossero frustando scogliere inabissate, le verdi tentacolate alghe, incatenando le atterrite creature marine.
S’accecarono d’ombra furiosa, le onde, rabbuiate nella notte senza luna.
Anche le stelle corsero a nascondersi impaurite.
Tutto fu un unico urlo muto, negli abissi sconfinati.
E scosse, vibrazioni, sussulti.
I sommovimenti ruggirono furenti, rabbiosi.
Il pianeta intero trasalì dalle più profonde radici.
E tutto fu smosso.
Nelle acque, tutte le cose furono immerse in quel bagno di morte.

Poi toccò alle cime dei monti più alti.
Vibrarono, tremarono, poi scoppiarono in fragori tremendi.
I vulcani sputarono fuoco.
I ghiacciai sferzarono il cielo roteando le gocciolanti lame di gelo.
Il sangue del cielo sbiancò.
Le chiome degli alberi, inerti nella notte, sommerse sotto pesanti coltri di neve, si risvegliarono spaventate.
Intorno, infuriava la rabbia improvvisa degli elementi.
Spossati conàti agitarono le vette dall’eterno assopite.
E tumulti, rantoli, ossessi, latrati si lanciarono al cielo.
Il buio fu squarciato dai lampi.
Morte creature furono riportate alla vita.
Cessò l’interminabile immota pausa sospesa della morte materiale.
Tremarono di terrore le case.
Gli uomini si scrollarono di dosso ogni dubbio e ballarono la danza macabra del sommovimento tellurico.
Solo i morti continuavano il loro sonno placido, stanchi, innocenti.
La volontà di vendetta dei morti innocenti è un furore di belva.
Immane tragedia che divora mondo.

Dalle acque affiorarono lenti i primi mostri affamati.
Muti occhi d’uomo e visi ancora dolci di bimbo.
Morti innocenti.
Ventri rotondi dolci di donne.
Morte innocenti.
Cosce e braccia e seni e schiene e mani.
Morti innocenti senza perchè.
Corpi feriti, straziati, mutilati, annegati.
A mille e mille, consumati dalle maree del tempo.
Sono stati presi.
Senza perchè.
E ora si sollevano, ora!
Furenti.
Si fanno giustizia.
I loro colpi sono magli pesanti.
Muto, maledice, il coro infinito che parla la lingua del vento.
Maledice l’amnesia sorda del tempo.
Sul mondo s’abbatte, da allora, impietosa la brutale forza delle mille vite rubate in silenzio.
Pretende vendetta.
Le creature ingoiate dalle acque si son risvegliate.
E’ finito il sonno confuso.
Gli annegati chiedono ora a gran voce vendetta.
Marinai, ciurme coi segni delle fruste sulle schiene ingobbite, capitani con le rugginose armature corrose dal sale.
Bambini, vecchi, migranti, uomini in cerca di vita e destino.
Scienziati e avventurieri.
Tutto, vomitano, ora, le acque, sul mondo.
Le acque rivomitano tutto.
Millenni di relitti.
Detriti umani d’ogni razza e colore.
E ognuno urlando e piangendo e invocando pretende vendetta.
Vendetta, giustizia degli elementi feroci.
Vendetta che può saziare l’appetito insaziabile dei corpi dei morti.

6 pensieri riguardo “CORO DEI MORTI

  1. Ispirato, evidentemente, a tutte le morti degli innominati innocenti.
    Migranti, minatori, marinai, lavoratori, diseredati, disperati e ultimi.
    A tutti i desaparecidos, d’ogni specie e nazione.
    Un abbraccio, Faustina.
    Piero

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  2. Loro più non possono…purtroppo… E la vendetta spetterebbe a noi. A noi provare quella rabbia, a noi il testimone più difficile da portare a destinazione. A noi, sì…noi dovremmo farci carico di quelle morti e della loro vendetta. Noi…

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  3. Non so.
    noi forse dovremmo provare solo a fare giustizia.
    Già sarebbe un cosa grossa.
    La vendetta non so se spetta a noi veramente.
    Se usciamo fuori dall’ipocrito sentimentalismo (che, peraltro, impregna spesso i miei scritti), il sentimento della fratellanza (quello con i nostri simili, non quello fisico con i nostri consanguinei) è un’utopia lontana e irraggiungibile.
    Forse è il retaggio di epoche passate, quando gli uomini si muovevano in orde, in branchi, in mute ed agivano in gruppo come bestie.
    Poi ci siamo evoluti.
    e ci stiamo evolvendo ancora di più.
    Siamo sempre più “individui solitari”, monadi alla Leibniz, universi autonomi e indipendenti, solo sfiorati dalla legge di gravità ed influenzati solo di rimbalzo delle orbite degli altri…
    La “libertà” di ognuno, la “personalità” di ciascuno, non sono forse anche dei castelli chiusi, delle fortezze senza vie d’accesso dall’esterno, inespugnabili, indistruttibili?
    E per questo, non sono forse mondi chiusi dove non albergano altri sentimenti che l’arrocco, la difesa, la resistenza?
    Il nemico che sta là fuori assomiglia a quello del deserto dei tartari.
    Invisibile.
    Rinchiuso dentro ciascuno di noi.
    Anche il papa Francesco, che parla benissimo, poi, resta impaludato nelle sue vesti.
    Anche io porto in giro i miei giorni da consumista occidentale.

    Allora, a loro, alle vittime innocenti, lasciamogli almeno il gusto della vendetta.
    Se qualcuno di loro leggesse questo scritto, potrebbe forse pensare che l’ha scritto uno di loro.
    Se pensasse così, allora sarebbe davvero un’arte riuscita.
    Altrimenti…
    Resto me stesso, solo me stesso.

    Un abbraccio,
    Piero

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  4. Se non riusciremo ad aprire nuovamente le porte dei nostri castelli non si finirà mai di contare i morti….senza sete di vendetta e senza sentimentalismi ma con la consapevolezza che ci possiamo salvare solo tutti insieme…

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  5. Cara Fausta io sarei d’accordo.
    Ma c’è una cosa che brucia dentro e che mi ha spinto a scrivere questo pezzo.
    Non riesco più ad evitare di fare la considerazione che anche di fronte alla morte voltiamo lo sguardo dall’altra parte e/o, peggio, fingiamo di non vedere e/o dimenticare.
    Non parlo di te o di me, o degli altri nostri amici.
    Dico che è così perchè quando mi trovo davanti alle notizie del telegiornale – la poca tv che vedo – è un ritornello, ormai, quello delle morti che si ripetono.
    Ci sono i morti delle fabbriche (senti questa canzone https://www.youtube.com/watch?v=MoaahcSqOQU), che si ripetono sempre uguali in tutto il mondo
    (https://www.youtube.com/results?search_query=esplosione+della+fabbrcia+di+fuochi+di+Arpino) anche
    ci sono quelli delle miniere, quelli del mare, migranti o fuggiaschi che siano, e ci sono anche tanti altri tipi di fabbriche della morte sempre aperte: e non vuoi che tutti quei morti innocenti e dimenticati non sentano il desiderio di vendicarsi? Non fosse altro che per farci rimangiare la vergogna dell’oblìo, l’affronto dell’ipocrisia che ci fa girare la testa per non vedere.

    Mi dirai, cara Fausta che non si può e non si deve perdere la speranza.
    Mai.
    E su questo sono d’accordo.
    Se ho dato voce ai morti è per questa ragione: acquietarli, loro, i morti senza nome.
    E per acquietare il senso di colpa che ci portiamo addosso, noi, quelli che ancora abbiamo una fede e dei valori per continuare a sperare.
    Perchè ci vuole una fede, del coraggio, un credo, religioso o civile che sia.
    Una fede politica, si diceva una volta, quando gli ideali animavano le coscienze.
    Io ho questo dono, se posso dire così, non tanto una fede religiosa, quanto una fede nell’uomo, nella sua dignità, nel suo valore, nel suo coraggio.
    Credo che la storia proceda in avanti e indietro, in onde, se vuoi.
    E ho la gioia, il piacere si sapermi, e saperci testimoni di quel momento in cui abbiamo saputo stare in cima a quell’onda.
    Abbiamo provato l’ebbrezza di vedere correre la nostra vela, su quell’onda, spinta dal vento degli ideali.
    Noi sappiamo che quel vento esiste, non abbiamo dubbi neanche in questa maledetta bonaccia che uccide e, che prima di uccidere, mette in dubbio ogni certezza.
    Ma noi siamo testimoni.
    Questo è il mio “lavoro”, oggi.

    Un abbraccio, Fausta cara.
    Piero

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