IL COMANDANTE

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TRITONE E NEREIDE – Arnold BOECKLIN

Le vele flosce, sulla sua galera bianca e nera, nel grande mare sconfinato, il tempo scorre.
Una corrente, lo porta, un flusso, un soffio…
Si lascia dietro una scia leggera, una ferita poco profonda, un segno gorgogliante…
Sul liquido pavimento che la sostiene, la nave, lieve, sciaborda.
E la navigazione va, procede ininterrotta, da sempre.
I remi sollevati sugli scalmi delle scialuppe, sgocciolano ancora.
Lignee braccia sottili, rimembrano appena lo schiocco delle frustate inferte all’acqua indocile.
E quelle gocce!
Come sangue.
Lagrime.
Sudore.
La ciurma, stremata, dorme il sonno agitato della fatica.
Sognano l’abbandono.
Invocano lo sfinimento.
Marinai, carne e sangue.
Senza cuore, senza cervello, senza anima.
L’hanno sputata, l’anima, nello sforzo, mentre il cuore gli scoppiava e il cervello era annebbiato, spento.
Duro, invece, il capitano.
Marziale.
Ritto sulla prua.
Cieco, testardo, folle, affonda il sguardo opaco in un dinanzi che vede solo lui.
Fantasmi, ombre, chimere.
Lo abbracciano, lo incitano.
Ebbro, urla comandi che nessuna marineria può eseguire.
Eppure egli sa.
Lui.
Il comandante della galera che corre sul mare del tempo.
Le ancore sono state levate millenni fa.
Un viaggio davanti, era, allora, da compiere.
L’umanità intera, ignara, da portare di là.
Sull’altra riva del mare.
Dall’altra parte.
A scoprire l’altra faccia del tempo.
Un comandante votato all’estremo sacrificio.

Il viaggio, infinito, dura da un’interminabile eternità.
Sulla scia, nessuno.
La nave si è consumata.
Il legno si è disfatto, sotto la chiglia.
Il fasciame s’è corroso.
Le acque, coi loro denti voraci, hanno lasciato i segni dei morsi nelle tenere carni della galera.
Le vele, schiaffeggiate dagli uragani, hanno lasciato le dita ossute degli alberi nude, piantate nella schiena del cielo nero.
Lampi saettanti si sono conficcati sui ponti, come chiodi avvampati lanciati dall’astro di fuoco.
Hanno nascosto con le mani, e le braccia, gli occhi, alla vista di tanto furore, i poveri schivi incatenati ai mozzi.
Frustava a sangue le schiene, il vento, prima di diventare nera folaga della notte, o candido gabbiano del giorno, o cormorano grigio di ogni tempesta.
Sputavano sangue, le bocche, e bestiali bestemmie, mentre il dio delle acque rideva evidentemente soddisfatto e divertito.
E sudavano i sette terrori i corpi, pur gelati dalle schiume che divoravano la nave tremenda e testarda.
L’equipaggio è ignaro del suo destino, come anche l’umanità, caricata a forza su quell’arca, o con l’inganno, sotto il diluvio del tempo ingordo, che tutto mastica, divora, e infine inghiotte.
Nessuno potrà arrivare sull’altra sponda.
Questo è il credo di tutti.
Della ciurma.
E dell’intero informe ciarpame di vita che popola gli anfratti remoti del guscio che, scosso, rulla e beccheggia in balìa del liquido piombo che gorgoglia, prepotente, le sue fameliche pretese.
Di quando in quando, vomitato da liquido infinito che ribolle irrefrenabile, un relitto perfettamente spolpato viene avvistato dalla vedetta fissa sulla coffa.
Il terrore, in quei momenti, s’impossessa degli occhi e degli animi.
Frenetici, scandagliano l’immensa distesa, alla ricerca dello scheletro di cosa che fu.
Solo per il sollievo di non essere là.
Nella bocca della bestia che mugghia.
Di qua, invece, dove ancora si soffre il dolore d’esser vivi, momento dopo momento, nell’attesa che accada, alfine qualcosa.
E l’urlo della vedetta presto si perde.
E così si dimentica ogni cosa.
Resta l’infinita distesa del mare.
Limpido liquido argento salato, sotto l’occhio luminoso del sole di fuoco.
Mare di tenebra, nel ventre della passeggera morte notturna.
Funesto presagio, il tramonto.
Inflessibile condanna, l’alba.
Il tempo, così, scorre, sulla nave, dopo che la scia biancastra, a poco a poco s’è dissolta, dietro, alla poppa, senza lasciare traccia alcuna di passato, o memoria.
Non conserva ricordi, l’acqua del mare.

Noè, il capitano ha una fede incrollabile.
Non conosce altra legge che quella di quel maledetto mare sconfinato.
Caronte non saprebbe obbedire meglio, all’inflessibile legge del demonio.
Ma il mare del tempo è cosa diversa dal regno del male.
Anche il male è ingoiato nella gola golosa di quel mostro sempre affamato.
Nel tempo si compie ogni empia malvagità.
E ogni sommo bene viene ingoiato dal tempo!
Restano solo relitti, alla fine.
Come ricordi.
Schegge di qualche passato remoto.
Noè sa leggere le rotte tracciate con la più leggera pressione del dito sulla superficie del mare.
Lo sa che il dio dei mari ha tracciato le sue carte così.
Come segni nel tempo.
Bisogna saperli leggere.
Non è mica cosa da tutti!
Lui, solo, il capitano, là, sulla prua, abbracciato alla nuda sagoma della polena, esposta, con i seni al vento, estrema offerta d’amore al benevolo dio a cui è piaciuto giocare a lasciare segni invisibili sulla superficie volubile delle acque cangianti.
Il capitano riconosce gli odori che si spandono coi venti, messaggeri di distanze infinite.
Imbocca le mille direzioni della rosa dei venti guardando in alto nel cielo, parlando alle stelle e ai pianeti.
Nessuno conosce le lingue che lui conosce e pensa, in cuor suo, ciascuno, che sia solo un pazzo demente.
Ma sperano, ancor più nel fondo degli abissi di quei cuori spauriti, ch’egli abbia, infine, in testa, almeno un grano di sale, un grammo di salvifica, divina, saggezza.
E che prezzo salato, ha quella disperata speranza!
Ma non si può fare a meno di dover onorare quel debito estremo.
E ciascuno, così, paga.
Per la vita intera.
L’obolo alla speranza.
Silente.
Chinando il capo.
Genuflesso.
Concedendosi all’umana, eterna, natura.

2 pensieri riguardo “IL COMANDANTE

  1. Sa di vita questo tuo racconto e ogni figura, ogni elemento mi pare riconduca a qualcosa che noi tutti viviamo ogni giorno, e quelli prima di noi, spesso in modo inconsapevole. Noi, i nostri giorni, il passato e quello che ne è rimasto, la storia, il bene e il male entrambi segnati dal medesimo destino: l’oblio o meglio…solo un vago, scolorito ricordo.Memoria che, obiettivamnte il più delle volte ci appare senza forza, senza capacità di servire come freno, come direzione per non ripetersi.
    E quel capitano folle, che ancora crede a dispetto di tutto e di tutti. Mi suscita tenerezza, forse un po’ d’invidia, ammirazione. Questo uomo che non può sfuggire alla sua natura, siamo noi…che volenti o no, non possiamo abbandonare la speranza, lottando anche per questo: per non perderla.
    Un abbraccio

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  2. Cara Patrizia,
    si, questa è un pò una storia dell’uomo, la storia di ognuno di noi, e di tutti.
    Ma è una storia che io vedo aperta.
    Leggi ancora le parti (una o più, vedremo), che stanno nascendo…
    Viene un poco da sola, questa storia.
    Esce dalla coscienza d’ognuno di noi…
    Ne parliamo meglio più avanti.

    Un abbraccio a te, amica mia,
    Piero

    PS: ma un abbraccio a te, non ha senso. Un abbraccio è sempre a due, mai uno soltanto.

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