SUL GOLGOTA (Preghiera laica)

photo by Pierperrone
Cimitero delle Fontanelle, Napoli

Da quando il giudice ha deciso, sull’intera città è calato il silenzio.
Un silenzio muto, cupo, pesante, immobile e insano.
E’ come una malattia.
Come una cappa.
La colpa non ha bisogno di suoni o di parole per parlare ai cuori degli uomini caduti nel peccato.
E l’intera città, città di altari, templi, celle e luoghi sacri e cari al dio, l’intera città è piombata nel peccato, quando il giudice ha pronunciato la sua irrevocabile sentenza.
“A morte.
Sia crocifisso!”
In quell’istante la folla, fino ad allora vociante e chiassosa, si è chiusa nella muta espiazione della colpa più grave.
Il peccato più empio.
Uccidere il dio stesso.
Il dio fatto carne, uomo, dolore.
Le guardie ora stringono le catene ringhiando, mentre il giudice riavvolge la sua pergamena.
Sulla sua cattedra, immondo nel suo unto livore, sudato e maleodorante, ha assunto la posa dei momenti più importanti, di profilo a tre quarti, col naso cadente e il mento flaccido.
Le mani, inutili, ormai, stringono il mezzo su cui è scritta la volontà irrevocabile.
La voce, nella strozza, si è spenta.
La saliva, nella gola, seccata.
L’intera folla, ora, patisce la sete.
Una sete di giustizia insaziabile come quella di chi, in pieno deserto, agogna una goccia che gli spenga l’incendio che gli arde nel gozzo.
E, più doloroso della sete, il groppo, in quelle gole impolverate, pesante come un bolo di fango.
Non un uccello, nel cielo azzurro e rovente.
Piombo fuso ora cola da un sole fumigante e abbagliante come solo l’ira del dio offeso può essere.
Le strade deserte.
Le porte, sulle case, sbarrate.
Le finestre come muti neri occhi serrati.
Ciechi al dolore.

La notizia della sentenza ha fatto il giro di tutte le case della città.
Prima ancora che il giudice abbia finito di vergare la sua volontà sulla pergamena ruvida, tutti gli abitanti di quella maledetta città hanno visto, con gli occhi che sanno vedere lontano il dolore delle carni straziate, la cima della collina del Golgota.
Su quella cima, il foro ottuso, goffo, vuoto, altrimenti inutile e affamato
E’ stato scavato millenni, millenni e millenni prima di allora.
Per la colpa del primo fratello che uccise il fratello.
La prima condanna a morte.
La prima croce che lo stato conficcò nella coscienza fredda della terra.
Essa non rispose.
Non si scrollò.
Ristette, forse rabbrividendo.
Forse, sulla notte di quella nera notte dell’anima, era solo spirato un soffio di gelido vento dal nord.
Il vento che si porta via la morte.
Perchè non si veda.
Perchè gli occhi imparino ad esser ciechi quando il cuore tace in silenzio.
Passato che fu, quel gelido soffio, solo, in terra era restato quel foro nero e solitario, sulla cima del colle.
Il Golgota.
Il monte dei morti.

Poteva esser fatto dei corpi dei morti, quel colle che si sottrasse al peso della croce che venne conficcata in quella oscura bocca affamata.
Poteva esser fatto di teschi e di ossa, di carni mangiate dai vermi.
Terrore dei vivi.
Sulla città ora aleggia solo l’immagine di quel colle con la sua croce ben piantata nella gola.
Nelle case, solo quell’immagine terrificante di morte.
Negli animi, nei cuori, nelle menti, in ogni abitante, negli occhi, nello sguardo, nei sogni che subito si fanno terribili incubi.
Ora.
Ora che il giudice ha scritto e letto la volontà del popolo intero, ora il terrore corre per l’intera città.
Il dio è sempre stato giusto con le sue creature.
Ha punito i peccati ripagando moneta per moneta, senza dimenticare un centesimo.
Ha premiato i giusti che hanno saputo onorare con le azioni più pie il dono immeritato della vita.
E’ sempre stato presente nelle preghiere dei sofferenti, delle vittime ingiuste del male.
E ogni uomo, nella città, si è sentito, almeno una volta in dovere di innalzare al cielo la sua devota preghiera.
Chiamare a gran voce il dio generoso.
Invocare quel dio perchè venisse in soccorso contro l’ingiusto male che colpisce a tradimento alle spalle dell’uomo.
Ma il male colpisce, ingiusto e vigliacco.
Si porta via le sue vittime pure e innocenti.
Mogli puerpere.
Infanti ancora infasciati.
Lavoranti nei campi.
E restano solo i fiumi salati di lacrime che non danno nutrimento alla terra.
Le preghiere a quel dio sono rimaste inascoltata invocazione e lamento.
Confuso ai singhiozzi s’è formato un livore cattivo.
Ha il sapore della vendetta.
Il desiderio di ripagare l’ingiustizia del male con la più grave ingiustizia dell’uomo.
Punire il dio sordo e lontano.
Punire la terra per la sua immobile indolente indifferenza alla morte.

Sul monte hanno già piantato la croce.
Infilata in quella bocca tremenda.
Adesso stanno prendendo il corpo del dio per legarlo coi chiodi a quel legno avvizzito.
La paura ha l’odore del sangue e del sudore.
Mette paura, la morte.
Incute timore.
La sentono tutti, nascosta nel buio, frusciare come il vento dietro, a tradimento, dietro alle spalle.
Dietro gli olivi.
Sul fianco del monte.
Sale insieme alla folla.
Una processione che canta il canto di morte.
Un canto che non ha bisogno dei suoni pe far udire lontano la sua terribile voce.
Mute e gravosa la folla ha gli occhi iniettati di sangue.
Come cani rognosi si stringono intorno al corpo del dio, mentre i chiodi affondano inutili nelle carni e nel legno.
Inutile è la vendetta contro il dio che non conosce paura.
Impassibile, distante, lontano, così lontano da non lasciarsi vedere.
E’ nel più profondo dell’oscuro universo la casa del dio.
Dove non può giungere quel canto di morte.
Si dimena il corpo mentre crudeli i ferri lo feriscono e offendono.
Il sangue sprizza poco lontano,
Schiuma bava dalla bocca, il corpo appeso come un animale ferito.
Gli occhi persi in vuote domande.
Spinti all’indentro.
La livida morte, di soppiatto, mischiata in mezzo alla folla, spia la scena sorridendo felice.
Sa che presto banchetterà ancora una volta.

Ormai è quasi mattina.
Una livida alba si alza sul mondo.
Il sole, dietro la collina si sta svegliando, pigramente all’oscuro dei fatti.
La voce del giudice non è giunta là dietro.
L’orizzonte era troppo distante.
Là, dietro alla gobba della terra, non giunge la voce stentorea del giudice che legge la sua inappellabile sentenza di morte.
Là, oltre la linea dell’orizzonte non può giungere la voce dell’uomo.
Là, oltre ogni raggio d’umana bontà, c’è la casa del dio che gioca con la sua argilla mai secca.
Creerà nuovi modelli di vita.
Nuove forme di astri che l’occhio dell’uomo inseguirà nel buio della notte, indicandole col dito col nome di stelle.
La terra darà ancora i suoi frutti.
Come il grembo delle madri.
In eterno, la giostra della vita, girerà finchè la volontà del dio terrà in moto la giostra.
Da qualche parte, su altri pianeti, altri colli, e altre nere bocche affamate, e altre croci, e altro desiderio di vana vendetta…
E così, fino alla notte dei tempi.
Poi, quando, annoiato, il dio getterà via il suo passatempo fangoso, si spegnerà il motore per sempre.
Non rotoleranno più i pianeti intorno alle stelle e le comete non disegneranno più i loro percorsi col bianco gesso sulla lavagna notturna.
Una ad una, cesseranno d’accendersi le stelle e non sranno più brillanti, ma ciechi occhi, neri buchi, come mute bocche di morte.
L’intero universo si rattrappirà su se stesso, fino a prendere la forma d’un gobbo Golgota spazzato dal vento di morte.
Resterà, in quella fine, solo un silenzio inaudito.
Ma in quel silenzio, perso da qualche parte nel solitario buio infinito, resterà la testimonianza di quanto oggi sta accadendo quaggiù.
Come un affresco indelebile resterà la traccia che segna il passaggio dalla vita e alla morte.
L’universo morente, trasformato in urlante silenzio, griderà disperato la sua preghiera al dio solitario e distratto.
Quella preghiera s’intreccerà alla croce piantata sulla cima dell’Ultimo colle.
E resterà a imperitura memoria dell’estremo monumento al dolore.

* Questo post è, naturalmente, dedicato a questo giorno che è, a sua volta, dedicato alla croce, simbolo di dolore e di morte.
Ed è una preghiera.
Come lo è quel simbolo di dolore e di morte.
E’ una preghiera laica, questa preghiera.
Perchè cessi il dolore e ci sia consolazione la morte.
Un uomo non può vivere senza preghiera.
E la preghiera è la speranza che prende forma, in qualche modo, poetica.
La speranza è l’ostinata e ottusa perseveranza dell’uomo che s’addormenta, ogni sera, senza l’orrore che giunga il domani.

4 thoughts on “SUL GOLGOTA (Preghiera laica)

  1. Sì, è così la Preghiera del Venerdì e del Sabato Santo, una preghiera che conosce la paura, la sofferenza, un dolore che sembra inutile, lo strazio di una “speranza sperata” che si è rotta quando il giudice ha pronunciato la sua sentenza. Fino a quel momento era rimasta nei cuori: non finirà così questa giornata, dio…Dio non può lasciare che si metta a morte quest’uomo, non può lasciare che vinca l’ingiustizia, ascolterà il grido di quanti sentono su di sé piombare il male in tutti i mille modi con cui sa torturare l’uomo…..
    E’ morta la speranza insieme a quel Crocifisso e lo dice quella Croce che nel buio della notte resta come un pugnale infitto nella terra…
    Ma oggi c’è una luce nuova sulla terra, non era distratto Dio, non si era stancato dell’uomo: il cammino sarà ancora e ancora toccato dal dolore, il male sembrerà ancora vincere, ma oramai una Resurrezione è accanto ad ogni vita…starà all’uomo aprire gli occhi, voler guardare, voler ancora sperare….
    C’è Pasqua nell’aria, passaggio dalla disperazione alla speranza

    Mi piace

  2. Ciao Piero, caro Amico, mi fermo qui per farti gli auguri, auguri sinceri al di là della ricorrenza che diventa, almeno per me, il “pretesto” per lasciarti l’augurio che tutto possa cambiare ma soprattutto che noi tutti possiamo davvero cambiare.
    Che sia una giornata serena questa e gioiosa, per te e la tua famiglia.
    Un abbraccio grande

    Mi piace

  3. Cara Fausta,
    io credo che la speranza non possa/debba morire mai.
    Capisco che a volte muore, nel cuore di chi prova il dolore assoluto, il la sofferenza fisica o morale che sente a volte come insostenibile, il Male, nel suo peso schiacciante…
    Ma c’è un modo, secondo me, per farla vivere sempre, la speranza, per non lasciarla morire davvero mai.
    Ed il modo è quello di non chiudersi mai nella solitudine, perchè se ci si guarda intorno, se ci si confronta con il mondo, si vede che da qualche parte esiste la forza per resistere a quei dolori, a quelle sofferenze, a quel Male così stremante.
    Esiste perchè altri fratelli come noi, uguali a noi, hanno superato prove di dolore, sofferenza, Male, come le nostre e anche maggiori.
    Solo la cecità uccide la speranza.
    Perciò io racconto, per gettare uno sguardo sul mondo che sta nascosto da qualche parte, dentro di noi e intorno a noi.

    Ma oggi c’è il sole, è un nuovo giorno: per fortuna sorge sempre un nuovo giorno, dopo una notte di temporale.
    E ieri sera il temporale ha segnato il passaggio da un giorno all’altro.

    Auguri, Fausta
    Piero

    Mi piace

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...