P.

Photo by Pierperrone

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P.
La storia di P. è la storia di un uomo.
La storia di una vita.
La storia di una nazione.
La storia di un popolo.
La storia dell’intero genere umano.
Insomma, la storia di P. è la storia.
La storia con la esse minuscola.
La storia vera.
La storia che si fa Storia perchè è storia di tutti.

Raccontare la storia di P. è facile.
Si, facile, eppure difficile.
Molto difficile.
La sua storia è una storia comune, una storia come ce ne sono tante.
Una storia di uomo qualunque, uno niente di speciale, uno niente da dire.
Ce ne sono tanti, uomini così, che non hanno lasciato una traccia, nè un segno.
Vite che non hanno avuto altro da dire se non le registrazioni anagrafiche.
Nascita e morte.
Un matrimonio.
Qualche figlio da dichiarare e forse qualcuno da nascondere.
Un foglio matricolare.
Un certificato di malattia, comunque con prognosi breve.
Un estratto contributivo e una pensione modesta.
Insomma, un marmo rettangolare.
Con due date soltanto.
E una lacrima, ma questa non è sempre presente.

La storia di uno come P. è una storia che nessuno ha mai raccontato.
Una storia come questa non ha niente di speciale e per questo nessuno ha mai avuto interesse raccontare una storia così.
Eppure una storia che nessuno ha mai raccontato deve avere per forza qualcosa di speciale, un fascino particolare, una sorpresa da nascondere, una meraviglia, un segreto, un mistero…
E raccontare una storia così, non è, poi, così facile come sembra.
La storia di un uomo che non si mai fatto vedere dalla storia per non avere noie con nessuno, uno che si è tenuto sempre nascosto in mezzo ai tanti per non dover affrontare problemi con la vita, uno che non ha mai preso iniziative per non avere storie con il destino, ecco, una storia così, che storia è?
Si può dire che non offre molti spunti.
Non c’è una scia di tracce da seguire per descrivere la storia di una vita così.
E una storia così non lascia una scia di tracce dietro di sè, diciamolo.

Ma una storia così è la storia di un uomo come tanti.
La storia di un cuore che ha preso a battere, una notte, al ritmo dolcemente affannato di due corpi che si sono appena amati.
La storia di una vita che non è la storia di un animale randagio, la storia di un uomo non può essere niente, come la storia di un animale randagio.
Chi si sognerebbe mai di raccontare la storia di una animale randagio?
L’espressione stessa “storia di un animale randagio” è una specie di ossimoro, un nonsense: un animale randagio non scrive una storia, non lascia un segno nel tempo, non lascia una scia… se non per altre bestie randage in caccia di tracce…
La storia di un uomo è, a suo modo, unica, mitica, sacra.
La storia di un uomo è la storia di un mondo intero, di un universo pieno di sensazioni, di sentimenti, di senso…
E quindi non si può dire così facilmente “la storia di P. è la storia di uno come tanti”, “una storia che non lascia tracce”, “una storia senza storia”…

∼ ∼ ∼ ∼

P. è un uomo che ha già compiuto più dei due terzi del suo cammino.
Ma, come ogni uomo che si trova a quel punto, in special modo ogni uomo di oggi, questo lui non lo sa.
O, meglio, finge di non saperlo.
P. vive i suoi giorni come fosse sempre sulla sua rotta in mezzo al suo mare sconfinato.
Guarda poco le stelle, nella lunga notte.
Solo ogni tanto.
E solo quando si sente solo.
E allora, lassù, tra quelle stelle, cerca un pò di compagnia.
Ma non si sente perso nel buio.
I suoi occhi, al buio, sono abituati.

P. ha una famiglia, e un lavoro, e anche una coscienza, o, almeno, delle responsabilità.
Sono cose che contano, certo, ma, trattandosi di cose comuni, cose che hanno tutti, o quasi, sono cose che non bastano, da sole, a fare una storia particolare.
Allora si dovrebbe scavare di più, più in profondità.
Senza scavare lo spazio di una fossa, si deve comunque scavare.
E cercare qualcosa che, nella vita di P., valga davvero la pena di stare a raccontare.
Ma, a guardare bene, nella vita di P. non ci sono cose da raccontare.
Cose davvero speciali, P., non ne ha mai possedute.
Desiderate, si, forse si, qualche volta.
Ma magari senza neanche volere.
Poi, a parte i due, o tre, forse quattro episodi davvero salienti di una vita comune, comuni anch’essi, peraltro, alla vita di un qualsiasi altro P., o Q., o M., come che vogliamo chiamare i testimoni di questo nostro strano tempo che chiamiamo vita, insomma, a parte questi tre, o quattro o cinque eventi speciali, che devono essere speciali solo per P., poi, oltre questo, che altro c’è da raccontare davvero nella vita di un uomo?

La famiglia di P. è una famiglia come tante altre.
Una famiglia che potrebbe il modello di una una di quelle famiglie delle pubblicità televisive.
Pochi scossoni al tran tran quotidiano, il piacere di una vita modesta e tranquilla, regole sostanzialmente rispettate, più per quieto vivere che per sostanziale convinzione.
Figli, uno, o più, che importanza può avere un dettaglio così banale?
Comunque, figlio, o figli, maschietti col broncio ed ciuffo o femminucce con la gonnellina e il musino scontrosetto, sono loro che hanno dato le loro modeste soddisfazioni a quei genitori da catalogo.
Soddisfazioni così comuni che non vale neanche la pena di stare a raccontare in dettaglio.
Basta immaginarsi i piccoli orgogliosi sospiri che, come figli, abbiamo dato ai nostri genitori.
Comunque, devo dirlo chiaramente, per la famiglia, e per P. in particolare, quelle soddisfazioni hanno riscaldato i cuori più a lungo di una pur memorabile ma modestissima apparizione in televisione, ad un quiz, una sera soltanto, senza vinvite nè gloria.
Il quarto d’ora canonico di futile notorietà.
Come vogliono i cataloghi della sociologia contemporanea.
Ma niente, a confronto con le soddisfazioni, vere o immaginarie, di un figlio o due.

La moglie di P., la chiameremo per comodità solo R., è una donna concreta.
Bella abbastanza da rendersi conto che nella vita c’è anche un’estetica da rispettare, un ordine nell’abbigliarsi, un decoro nel vestirsi.
Sono gli obblighi di dover apparire al cospetto della società.
Bella, ma non troppo appariscente, in modo da poter condurre un’esistenza senza illusioni, senza grilli per la testa.
Un marito e l’onestà.
Tanto basta.
Persona intelligente, R., pratica, con i piedi per terra.
Si, R. si può definire, una persona solida.
capace di bilanciare i voli di tacchino che avrebbero spinto P. qualche volta, lontano da casa.
Ma non troppo lontano, poi, sarebbe andato, quest’uomo, invero, se il caso lo avesse lasciato andare, per caso.
Comunque, R. ha sempre vigilato.
Sulla vita di tutti i giorni come sul piccolo patrimonio di famiglia.

E sul patrimonio c’è da dire qualcosa.
Entrate mensili sicure, non eccessive, comunque superiori alle esigenze della spesa di tutti i giorni.
Gestione dei risparmi oculata.
Anche se le tempeste finanziarie planetarie, quelle che hanno scosso anche le economie delle nazioni più sviluppate, qualche segno negativo lo hanno fatto registrare.
Ma si è trattato solo di segni temporanei.
Segni che le onde del mare della tranquillità familiare hanno presto cancellato.
E’ restata la sabbia, liscia, lucida e levigata.
Un bel gruzzoletto messo da parte per chissà quale evenienza.
Un imprevisto.
Il domani.
Il futuro.

Una vita serena e tranquilla, in fondo, non lascia segni profondi sulla pagina.
Uno scrittore non intingerebbe la penna della sua ispirazione in un inchiostro così opaco.
Non potrebbe essere il contenuto, la vita di P., d’una gustosa commedia, o d’una tragedia sanguinosa, o d’un romanzo avventuroso.
Le emozioni più forti P. le ha conosciute nella sala d’un cinema, sognando, a sua insaputa, seduto nel buio, di dover partire per una viaggio senza meta… o qualcosa del genere.
Forse il cinema era solo la sala della televisione.
O forse la poltrona in salotto.
Ma cosa importa, se anche P. il suo sogno l’ha fatto?
Seppure malgrado le sue intenzioni, certo.
Ma s’è trattato pur sempre d’un vero sogno, fantastico!

Ma noi non stiamo, qui, a raccontare, mica, la storia d’un rattrappito sogno fantastico.
Abbiamo letto troppi capolavori per sapere che per raccontare davvero qualcosa si devono raccontare fatti fuori ordinanza.
E anche se la storia di P. rientra nei canoni d’una prevedibile storia ordinaria, c’è lambiccarsi il cervello per far uscire quanto di straordinario c’è in una storia come quella di P.
Se si viene educati per tutta una vita a condurre una vita così, dovrà pur esserci da qualche parta una fottuta ragione!
Prudenti, accorti, assennati.
Così, si vive.
Così, sono le migliaia di P., e di Q., o di M., tutti nostri fratelli, figli del mondo che sta fuori dalla nostra finestra.
Ma un uomo così, neanche sospetta d’essere un vero uomo così!
Anzi!

P. è nato formica.
Ape, forse.
Come si vuole.
Ape operaia.
Forse, formica solerte.
Comunque, bestiola pacifica.
Accorta.
Soprattutto obbediente.
Animale sociale, virtuoso.
Altamente collaborativo, fattivo, volitivo, assertivo.
Encomiabile ed encomiabilmente votato all’altare del sacrificio.
Come rinuncia richiede.
Ma, come ogni formichina sa bene, P. ha impiegato ogni suo giorno, ogni sua energia, a produrre.
Lavorare.
Lavorare indefessamente.
Lavorare fino a consumarsi.
Lavorare sempre, e senza sosta, è stata la vocazione assoluta di tutta la vita di P.
Interrogato, in realtà, non saprebbe neanche spiegarne la ragione, di una fatica così.
Questione di valori morali.
Forse, direbbe qualcuno.
Un moralista.
Selezione eugenetica.
Io credo.

Nel formicaio, pardòn, in società, P. riveste una funzione importante.
Nel grande condominio a sei scale, è stato caposcala per ben sei anni di fila.
Poi ha lasciato.
Per divergenze con un altro condomino.
Per non compromettere la sua pace interiore.
Per non avere scocciature.
E’ il comandamento primario di P.
P. ora viene guardato con rispetto da tutti.
Ma nessuno sa davvero cosa vuol dire la parola “rispetto”.
E poi, al lavoro, “signor ragioniere” suona cento volte rimbalzando per le stanze affollate dalle solerti formiche operaie al lavoro…
“Signor ragionere!”
“Si, dice a me, signore?”
“No, non a lei, signor P., resti pure seduto, cretino.
Dicevo al ragioniere laggiù.
Al signor S.
Al tavolo dietro di lei.
Ragioniere, S.! Si svegli!”

… …. …

2 thoughts on “P.

  1. Beh…che dire? La storia di uno, la storia di tutti… Racconto che lascia capire il concetto centrale (credo…) e cioè che la visione dell’uomo e della sua vita normale, quotidiana è degna di rispetto, considerazione ed importanza. Condurre la propria vita su binari che prevedono fatica e sacrificio, costruire una famiglia, crescere dei figli, con tutto ciò che questo comporta, essere consapevoli d’aver dato un piccolo contributo alla società, con la propria vita e col proprio lavoro e di essere una briciola della storia di tutti. Appartenere, ecco…appartenere a un sistema ma nello stesso tempo, mantenere quella sfera individuale fatta di eventi importanti solo per noi, è vero, ma capaci di darci tanto.
    Eppure…eppure c’è una vena di rimpianto tra le righe, piccoli brividi di ribellione, un senso strano, un dibattersi quasi con timore, sottovoce…Non so se è giusta questa sensazione, ma se lo è, in fondo anch’essa forse è parte della storia di tutti,,,
    Un abbraccione

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  2. Chissà, Patrizia.
    Questo racconto so che ha un seguito.
    Ho già iniziato.
    Ma quale seguito è questo non lo so bene ancora.
    Sai, scrivere mi piace … e m’inquieta anche, perchè alla fine sono loro, i personaggi a decidere che vita avere, che scelte fare, che modello seguire…
    Non mi basta un solo paragrafo per questo P.
    Se avrai la pazienza di seguirlo anche tu, ne riparleremo.

    Un abbraccio,
    Piero

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