CECITA’

Photo by Pierperrone

Photo by Pierperrone

Alla finestra, se ne sta, assorto.
Forse beve la luce con la pelle liscia del viso.
Come una spugna, forse, assorbe i rumori fiochi, lontani, che si spengono da qualche parte nel buio, perdendosi in un mare senza fine.
Forse, semplicemente, ricorda.
Ripassa i ricordi d’una vita.
Come una lezione imparata tanto tempo fa.

Passa il giorno intero, là, alla finestra.
Persiane accostate, vetri semiaperti.
D’estate, un filo d’aria respira accanto a lui, si riposa.
Si siede fra i suoi piedi, si striscia, come un gatto.
Poi, intiepidito dalla calura umida, si dilegua.
Non resta traccia.
Poi, un altro filo d’aria, stanco, trafelato, arriva.
Chissà da dove.
E passano le ore.
E i giorni.
Lunghi.
Senza fine.
Caldi.
L’estate.

D’inverno, appena, rinserra i vetri.
S’allontana solo lo stretto necessario.
Deve obbedienza alle necessità.
Spaventato da una comprensibile incapacità di decidere, resta alla finestra.
Vuole farsi sicuro che le poche ore del giorno spengono la loro breve esistenza nel manto molle, denso, umido, della notte.
I cristalli di ghiaccio sgocciolano di gelido sudore sotto gli sguardi spavaldi dei raggi di sole che si fanno strada fra i tetti.
Lui, lì, all’ultimo piano, nel sottotetto, là, di fronte, lo vedo, sta.
Ore ed ore,passo, a fissarlo.
E m’interrogo.
Curioso.
Voglio sapere.

M’alzo presto, al primo mattino.
E lui, sempre, s’è alzato già prima di me.
Mai ho potuto scorgere, vuota, la sua finestra, nuda, sporta sulla vita.
La sentinella, fissa, vi monta servizio, attenta, di guardia.
Immagino, a volte, si tratti d’una sagoma di finta esistenza, d’un’ombra, un’imago, un etereo fantasma…
Ogni volta, però, un movimento, un bisogno, uno scatto.
Un rapido scuotersi.
La vita s’anima, a tratti.
E l’oggetto che m’immaginavo finzione, diventa, un attimo, corpo.
Di giorno lo spio.
Voglio cogliere gli attimi in cui la sentinella s’allontana dalla sua postazione.
Ne prendo nota in un quadernetto nero, a quadretti, che col tempo s’è sgualcito e ingiallisce.
Perchè, mai, faccio questo?
Ancora, oggi, lo faccio?
Veramente, dirlo non so.
A volte dimentico.
O non trovo il quaderno.
A volte sogno di prendere appunti.
A volte mi dà noia d’alzarmi e prendere matita e quaderno…

La strada che separa le nostre due vita non è molto larga.
La strada secondaria d’una qualunque città.
Un tempo le massaie, le donne di casa, si davan la voce, da una finestra a quell’altra.
Ma io non ho mai trovato il coraggio di farlo.
Là, alla finestra.
Distrarre la sua accurata attenzione.
Solo, bene, posso osservarlo, dal mio punto d’osservazione.
Scorgo le smorfie, le profonde espressioni.
Il volto liscio, un pò gonfio.
Una barba incolta che spesso s’annoia per giorni.
Un viso contratto, a momenti.
E sembra parlare, in un silenzio profondo.
Le righe, sulla fronte, posso ben figurarle.
Tendersi e stringersi.
Capita spesso sulla fronte quando qualcuno è assorto in pensieri suoi solamente.
Gli occhi sempre serrati.
Come uno che dorme.
Sempre.

Il sole gira dalla mia finestra alla sua, nel corso del giorno.
Quando sorge, al mattino, bacia me, per primo.
Poi, piano, inesorabile, compie il suo giro.
E, alla fine, stanco, s’appoggia ai suoi vetri.
Non bussa.
Entra e basta.
Gl’illumina il viso, poi scende sul collo.
S’allarga un poco sulla camicia, spesso in disordine.
Della camicia, d’inverno, s’intravvede solo il colletto, sotto al pullover.
Quando arriva sul muro, alle spalle, ormai, s’è fatto tempo d’accender le luci.
Per strada e nella misera stanza.
Ma lui non s’alza.
Resta là.
Si fa assorbire un poco alla volta dal buio che addensa.
Fino a quando svanisce.
Ma io non sento il rumore che smuove la sedia.
I suoi passi strascicati per terra.
Le pantofole che non posso vedere.
Tutto questo resta oscuro, misterioso, sospeso.
Nulla si muove nella interminabile notte.
Lui resta lì.
Per tutto il tempo del tempo.
Fin quando, io, disfatto, sudato, madido, livido, teso e rigido come una lama d’acciaio, devo andarmene a letto.
A riprendermi dalla spossante giornata.
Di riposarmi non sono capace.
Quando mi rialzo, al mattino, ho origliato tutto il tempo nel buio.
Per scorger qualcosa.
Un fruscio.
Una vibrazione.
Un respiro.
E, invece, è il nulla soltanto.

Un poco alla volta, ho imparato.
Ormai lo conosco.
Domino, quasi, il suo mondo.
So.
Posso vedere ciò che lui sta sognando, nel suo sonno perpetuo.
Quel che, perdutamente, s’immagina.
Con la mia mente posseggo la sua, oramai.
Con i miei occhi colgo quello ch’egli non vede.
Un frullìo, continuo, d’immagini, vorticoso, che si succedono, rapide, fulminee, a volte, solo, impercettibili, abbagli, accenni, scacciati subito via, in fuga, inseguiti da altri barbagli…
Baluginati lampi che non riesco a fissare.
Allungo le mani nel buio per poterli afferrare, fermarli per un attimo almeno…
Ma mi sfuggon fra le dita!
Granelli di sabbia che scorrono via
Spinti lontano, svaniscono, inseguiti, rincorsi, braccati, incalzati da un vento continuo, impetuoso, volontà prepotente…

M’impressiona la fissità di certi ricordi.
Posso afferrarli, quelli, catturarli, imprigionarli, rinchiuderli in cella per tutto il tempo che voglio.
I suoi pensieri.
I suoi ricordi più cari.
I più amari momenti.
Corpi, sembianze, figure.
Ombre.
Voci.
Volti.
Pensieri e ricordi.
Sì, sempre oscuri per me.
Senza tratti somatici.
Ovali, sbiaditi, levigati, nudi, insignificanti…
La successione è questa.
Quanto più si fissa, il suo pensiero, su un dettaglio accurato, più sfugge nell’ombra, per me, quell’oggetto.
S’insinua nel mio buio, creatura chimerica.
Si perde nelle tenebre, misterioso pensiero.
E, infine, là, in quel torbido mondo, si perde, la mia mente.

Un labirinto senza strade.
Un immenso deserto nell’oscurità della notte.
Il cielo, là, su quell’immensa distesa, non sa far brillare le stelle.
Non rischiara la luna, col suo raggio d’argento.
Non balugina un riflesso d’aurora, quando giunge, nei miei occhi, il primo lividore del mattino che, incerto, vagisce.
Un oscuro mare senza bava.
Un tumulto che avvolge, imprigiona ed inghiotte.
Senza appigli.
Nessun lucore su cui appoggiarsi.
Nessun raggio di luce a cui aggrapparsi.
Non una luminosa speranza verso cui allungare le mani.
Nè un disperato, acuto, grido da lanciare lontano, disgraziato, come un arpione.
Nessun pericolo da cui tentare la fuga.
La sua mente è una rete oscura, per me.
Impenetrabile e piatta.
Pensieri, memorie, ricordi.
Buchi neri che m’ingoiano presto.
Riflessi lucenti di nera ossidiana.

Solo, io, mi aggiro per quel labirinto.
Senza sapermi orientare.
Eppure, entro ed esco, a mio piacimento.
Lo osservo.
E più lo osservo, da giorni, e giorni, e giorni, e mesi, e lune, e stagioni, anni, che invecchiamo, e la nostra vecchiaia c’incanutisce, e ci consuma, di dentro e di fuori, e più lo osservo, e, più, entro, facilmente, senza bisogno d’un documento d’identità, senza permesso, a mio piacimento, nella sua anima.
E mi giro, e mi rigiro, scomodo, come in un letto non mio, nella mia anima.
Finchè non entro, con passo sicuro, nel buio di tutte le tormentate anime che se ne stanno, là, a quelle dannate finestre, sui lisci muri di pietra, in quelle case dannate, lungo quelle strade dannate, là fuori …
E mi perdo.
E mi piace.
Mi sento a mio agio.
Là, dentro quel mondo.
Come se fosse egli stesso ad avermi invitato.
E più, allora, io, non sono me stesso.
Vivo in quel nero mondo sfumato.
E, là fuori, sulla sedia, alla finestra, assorto, abbasso sugli occhi, pesanti, le palpebre secche.
Gli occhi, senz’acqua, annegati in quel nulla.
Cieco, ora, passo il mio eterno tempo e cerco d’immaginarmi ricordi sfuggenti.
Alla finestra, bevo la luce.
E assorbo i rumori.
M’accarezza, gattesco, un filo di vento i nudi piedi gelati.
La sedia mia, alla finestra resta assorta.
La notte è deserta.
Solitaria guarda la scena, la luna, appesa, lassù.

7 thoughts on “CECITA’

  1. Lo immagino, ora, seduto, le spalle un po’ curve, su un lettino tutto bianco, gli occhi fissi sulla parete bianca di fronte… la testa oramai chiusa in un groviglio di immagini, parole, luoghi, persone…solo a tratti si illumina un ricordo ma si spegne subito…quando è cominciato tutto questo? La mente si perde…
    Non so perché mi è venuta questa immagine leggendo il tuo bellissimo post…..

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  2. Anch’io leggendo questo racconto ho incontrato un’immagine e te la dico così come mi è venuta, molto prima di arrivare alla fine. Un uomo che si si fonde, si scioglie dentro la sua ombra. Chissà che vorrà dire, ma questa è la sensazione che ho ricevuto dalle tue parole. Come se l’uomo alla finestra e l’altro, che lo osserva, fossero la stessa persona. Forse il dentro e il fuori, o l’uomo quotidiano, razionale e presente ai doveri e quello che si lascia andare alla sua vera interiorità. Come forse siamo tutti, non credi? In poche parole in questo racconto io ho intravisto te, per come penso tu sia, per quel poco che ti conosco.
    Il racconto è ben scritto. Un racconto ricco di particolari, di dettagli, che se non fosse ben scritto, potrebbe diventare pesante, E invece qui, soprattutto in alcuni punti, pare quasi di vedere un tratto di matita o di pennello che disegna la scena. Bellissimo per esempio dove descrivi il sole che entra e i particolari che evidenzia. Sembra davvero un quadro.
    E’ un racconto dove colgo maggiormente, rispetto ad altri tuoi, il gusto del dettaglio e questo mi piace molto. Sai quanto mi piacciono i dettagli e quindi…non poteva che entusiasmarmi questo tuo racconto molto particolare.
    Questa è un’altra cosa che mi è saltata subito agli occhi, Lo trovo un po’ diverso dagli altri tuoi che ho letto. Ancora non mi è chiaro in cosa, ma per me, è diverso.
    Un grande abbraccio :-))

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  3. E chi lo sa, Patriziè?
    Si, forse è diverso in qualcosa, se tu hai questa impressione hai certamente ragione. Ma io non so aiutarti.
    Una cosa è diversa, forse, ed è che adesso sto scrivendo di meno, sono un pò stanco. Ma lo scrivere mi appartiene sempre. Solo che in questo periodo ho voglia… di essere preciso, stabile, come a dire che se non sono certo di quello che voglio dire, allora è meglio stare zitto.
    Insomma, un pò di consapevole anticamera…
    Non so.
    E’ un contributo di chiarezza, questo?
    Credo di no.
    Ma non importa, amica mia, è questa confusione la mia confusione.
    Mi restano due cose a farmi piacere davvero.
    La prima è che Musetta, la mia musa personale, continua a venirmi a trovare, abita da me, a volte, e parla per me.
    La seconda è che ci sono alcune persone, care, come sei tu, che hanno piacere di leggere i suoi racconti.
    Io faccio un pò lo spettatore e me la godo.
    Eh, che eleganza, per la falsa modestia?

    Un bacio,
    Piero

    PS.
    Per le cose che hai detto, prima di tutto grazie.
    Poi, è con vero piacere che gioco a questo gioco: le tue immagini, come quelle di Fausta, sono… un contagio, una compartecipazione giocosa alle mie immagini.
    Un’associazione fra anime, se posso dirla così, affinità elettive, se ti piace di più.
    Non è una cosa bellissima?

    Poi, concludo.
    Visto che adesso mi conosci, vedendomi attraverso questo specchio, sai come sono.
    Un pò cieco, un pò veggente, un pò visionario, un pò guardone.
    Stare alla finestra è la metafora per dire che mi piace guardare il mondo, sempre, mi piace guardare il brulicare della vita, non mi sazia mai.
    La cecità è il mondo che non si vede, quello che permette di vedere le cose che non si vedono, di vedere le cose che stanno dietro alle apparenze, sotto la maschera.
    I sogni, i pensieri, i ricordi, sono le mille sfaccettature della vista, sempre confusa e sfuggente, rapida, istantanea, attenta, vigile ma incapace di comprendere se non ci fosse quel velo di cecità che ci permette, nel distacco della coscienza, di dare un senso alle cose.
    Ecco, adesso mi vedi.
    E sei qui, accanto a me, come me.
    A presto.
    un abbraccio.

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  4. Ah, allora un po’ ci ho preso, quando ho visto l’uomo che si fonde con la sua ombra, quando ho percepito il quotidiano e il razionale che un po’ imprigiona e rende ciechi e il momento in cui ci si lascia andare nel mondo parallelo fatto di visioni, immagini e ricordi… quando mi è sembrato di intravedere un volto conosciuto sorridere tra le parole. Eh sì…un po’ ci ho preso…
    :-))
    Grazie a te e un caro abbraccio

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  5. La realtà della tua immaginazione , scioglie pian piano ma forte e crudo un mondo fatto di bende sugli occhi dell’ anima
    Vite che sopravvivono, vite dimenticate, ombre che vivono e dimorano in un mondo sconosciuto e lontano, luoghi
    conosciuti e cari solo nel pensiero ingannatore della nostra mente.
    Il tuo magnifico scritto è da Premio
    Grazie, Piero, un plauso sincero
    Abbraccione da Mistral

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