STORIA DI UN PESCE

Picture by Pierperrone

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Qualche volta…
Qualche volta si può esser presi in rete senza accorgersi del pescatore.
… Ma che sciocchezza!
Se il pesce si accorgesse della rete, del pescatore e delle sue attenzioni ingannevoli… mica sarebbe così stupido da cadere in un tranello tanto noto ed abusato!
Ma mica abboccherebbe!
Non è mica stupido, il pesce.
Però, così, tanto per dire, sembra però che la storia della pesca sia solo la storia di una distrazione perenne!
Sarà davvero così?
Beh, io penso davvero di no.
Il problema deve essere un altro.
L’inconsapevolezza.
Così spinta, diffusa, protratta nel tempo… da sconfinare nella pura stupidità.

Inconsapevole, il pesce vaga nello stagno, oppure scende distrattamente la corrente piatta del fiume, si culla dolcemente nel canneto, si fa accarezzare dal fango e dai lunghi steli di felce che hanno le radici piantate nel greto, fra i sassi.
Spensierato, è sempre affamato, un pò svagato e … inconsapevole.
Il fiume, lo stagno, il lago, il mare, l’oceano sconfinato…
L’acqua, l’ambiente naturale del pesce.
Inconsapevole.
Vastità oscure da esplorare, spazi liquidi da attraversare, densità da fendere con la pinne affilate…
Una forma di immedesimazione assoluta, totale. Una creatura vivente tutt’uno con l’ambiente in cui vive.
Questa è la realtà del pesce.
Ma anche la realtà in cui vive immerso ogni altra creatura, ognuno di noi.
Si tratta sempre, comunque, in ogni caso di altezze, profondità, pressioni, correnti, tensioni, torsioni, abissi, cappe, grotte, bassure, lagune, sabbie, alghe, rocce …
Mille e mille variazioni di colore e temperatura.
Sfumature della vita a cui nessun pesce presta alcuna attenzione.

Il pesce vaga nel suo ambiente naturale libero e inconsapevole.
Nessun pericolo potrà sottrarlo a quel vagare senza sosta.
Chissà cosa mai lo spinge ad andare così testardamente incontro ad un destino di cui ignora totalmente l’esistenza.
Chissà se si domanda mai se la sua rotta ha forse un fine, una meta.
Chissà se si interroga sulle modalità, spesso crudeli, dolorose, terribilmente ingiuste e malvagie che porranno fine al suo andare libero e ramingo per il mondo delle immensità liquide..
Chissà se è spinto ad andare sempre avanti dallo stimolo intrattenibile della curiosità.
Oppure se lo spinge irrefrenabile la schiavitù della fame.
Insaziabile comunque deve esserlo per forza, la molla che spinge una creatura così sensibile a vagare per tutta l’esistenza senza un dove preciso, senza una destinazione finale.

Centro non conosce limiti, la libertà del pesce che vaga in quegli spazi sconfinati.
Lì sotto, nel mondo delle acque, non vi sono frontiere, non servono passaporti, non sono richieste carte di identità.
Anche se le livree spesso colorate, i mantelli multicolore, gli abiti vistosi i portamenti sbarazzini lasciare immaginare l’instaurazione di famiglie, parentele, razze, specie, diversità.
Usi, costumi, abitudini, modi di vivere variegati.
Anche procurarsi il nutrimento ha le sue caratteristiche specifiche, differenti da pesce a pesce.
E quanto differenti!
La predazione del simile contro il simile viene praticata in questo mondo spensierato che vive nell’universo liquido parallelo al nostro universo.
Vi si ricorre in tutte le forme possibili ed immaginabili.
Con l’inganno, con l’agguato, con la violenza, con l’aggressione…
Trucchi, sotterfugi, strategie, tattiche, nascondimenti, agguati, tranelli, trappole…
Tutto, perchè il più piccolo, alla fine, possa finire nella bocca del più grande.
Saranno consapevoli, i pesciolini, dell’ombra che incombe sinistra ad ogni istante sul loro girovagare spensierato?

Anche i pesci grandi finiscono presto per sfamare un predatore delle acque più grande di loro.
E’ una catena.
Una catena che, per paradosso, si chiude con quegli immensi mostri marini, schiumeggianti e mugghianti, immensi e lucidi come transatlantici di mirabile bellezza, che per nutrirsi devono saziarsi del microplancton che filtra attraverso i pettini fitti fitti dei dentoni permanentemente intrecciati per uno scherzo bizzarro della natura.
Ma, questi pachidermici pesci quasi meccanici, dico io, allora, chi se li mangia?
E qui si torna al pescatore.
E alla rete.
Ed alla pericolosa abitudine di andarsene in giro troppo distrattamente.
Inconsapevolmente.

Ma si può andare incontro al proprio destino di pesce senza avere neppure la consapevolezza di essere pesce, di avere un destino, di andare in giro per incontrare quel momento fatale che incombe su ogni creatura della natura?
Sembrerebbe di si.
Ma secondo me non è del tutto esatto.
Perchè, ecco, mi viene da pensare che non tutti i pesci, o almeno non sempre, i pesci sono così distratti, svagati, con la testa fra le nuvole, se così si può dire (e no, che non si dovrebbe certo poter dire così, se uno è un pesce che vuol farsi rispettare).
Insomma, il ragionamento è questo.
La storia di un pesce sembra così innocente e candida, incolpevole e miseranda.
Ma, a soppesare bene la cosa, la situazione ha un suo rovescio.
Perchè, quell’innocenza, quella spensieratezza, quel candore si, un pò svagato e distratto, ha il suo lato oscuro, il negativo, la sua mostruosa controversione.

Ecco.
Vedo il pesciolino dolce e inconsapevole che vaga per il corso d’acqua.
Come ogni giorno si crogiola nel liquido elemento che lo accarezza.
Con andamento mellifluo asseconda ogni onda della corrente.
Si aggira per i fondali e le rocce prendendo sempre più velocemente le sembianze di un’aquila artigliata.
Le sue energie si inarcano, la pinna freme, la coda si tende.
Infine la sua freccia viene scagliata da una forza inflessibile e impietosa.
La preda cade, in un attimo, nell’agguato che sarà a lei fatale.
A nulla varrà implorar pietà.
La svagatezza, una svagatezza d’etereo anestetico, si profonde nel regno delle acque.
Tutte le creature si voltano, indifferenti, dall’altra parte.
Il pesciolino, sfamato, si lecca i baffi, nettandosi le labbra degli ultimi brandelli di carne insanguinata.

Ma io mi domando: possibile che nessun pesce sospetta che dentro di sè, dietro le sue innocenti sembianze di creatura inconsapevole, si cela il più crudele degli assassini?

6 thoughts on “STORIA DI UN PESCE

  1. Io a pescare?
    L’ultima volta che ci sono andato avevo circa 21 anni, mi ero appena trasferito, insieme alla famiglia, alla casa a Formia.
    Cambiavo vita, città, tutto.
    E il mare, lì a Formia era un invito a pescare.
    Ci provammo, io e mio fratello, un paio di giorni.
    C’eravamo comprati pure le cannette, le lenze e gli ami.
    Decidemmo di usare un’esca casareccia, ma che garantiva l’efficacia, la pasta di mollica e formaggio grattato, se ricrdo bene.
    Ma, che rabbia!
    I pesci non solo non si fecero prendere, ma addirittura schifarono l’esca!!!
    Così ho giurato: mai più!
    E ho mantenuto il giuramento!
    Un abbraccio,
    Piero

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  2. Eh, caro Piero…belle domande le tue… Se ci guardiamo intorno ci rendiamo conto che tutti noi, esseri viventi, siamo prede e predatori, per motivi diversi, con scopi diversi( oltre quello prettamente alimentare :-)) E noi umani lo siamo in modo più raffinato, in entrambi i casi. Noi siamo capaci di consapevolezza anche quando siamo prede, perchè spesso ci conviene essere prede…
    Ma voglio prendere alla lettera il tuo scritto. Tu parli di consapevolezza d’avere un destino. L’unica consapevolezza riguardo a questa sappiamo quale sia ed è uguale per tutti. Per il resto abbiamo speranze, sogni, si combatte per essi ma chissà se tutto questo ha senso o se è come il dibattersi del pesce nella rete?… Chissà!
    Parli della consapevolezza di nascondere dentro sè anche il nero, il buio. Credo che ci si arrivi solo dopo aver sperimentato una qualche forma di male non come vittima, ma come esecutore. E anche qui noi ci distinguiamo, perchè se per gli altri animali è pura sopravvivenze ed istinto, per noi non lo è sempre.
    Ma quanti rivoli prendono sempre i tuoi scritti. dovrei scrivere fino a domani…
    Un abbraccio

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  3. Cara Patrizia,
    siamo come pesci, forse.
    Con la consapevolezza e senza.
    Andiamo, cerchiamo, fingiamo, cadiamo in trappole, rischiamo, insomma viviamo come siamo capaci.
    Però, quello che non mando giù è il cannibalismo.
    Morale, etico, politico, filosofico…
    Penso a queste forme di “cannibalismo”.
    E per andarcene in giro con l’innocenza di un pesce, dimentichiamo o crediamo di dimenticare o fingiamo di dimenticare che siamo cannibali…
    Questo proprio non lo sopporto del genere umano!

    Un bacio.
    Piero

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