ACQUA DELLA VITA (Alvise, p. 5)

La Naiade -  John William Waterhouse, 1893
La Naiade – John William Waterhouse, 1893

L’amore viene da solo.
E’ un fatto di alchimie misteriose e ingovernabili, e quei ciarlatani dei poeti che dicono il contrario sanno di mentire senza ritegno!
Alvise e Sirena sono stati visitati dal dio dell’amore.
E’ arrivato, un giorno, con la sua tuta da lavoro e con la sua attrezzatura da specialista, ed ha scassinato le serrature blindate di quei due cuori dolenti.
Entrato in quelle solitarie stanze è rimasto turbato.
Guardandosi intorno, sperduto nel buio dalle cui profondità misteriose rimbombava l’eco dei suoi stessi passi, s’è sentito invaso da una malinconia indicibile.
Ma non per questo s’è fatto vincere dal desiderio di lasciare incompiuta la sua ardua missione.
Nei suoi occhi, le immagini del busto rotondo di ninfa innestato sul corpo flessuoso d’anguilla argentata erano un tutt’uno con la luce dello sguardo innamorato di lei.
E il corpo di lui, di Alvise, sfregiato dalla presenza immonda d’una croce di dolore, era la tragica figura dell’eroe umano chiamato a combattere la quotidiana battaglia dell’esistenza terrena.
Un eroe ed una sirena erano, sono e saranno sempre, per il dio dell’amore, una coppia perfetta da unire.
Quindi, pur esitando nel vuoto di quelle scure caverne, s’avanzò testardamente per compiere, alfine, il suo alto dovere.
Come dice l’immagine del mito, doveva piantare la sua freccia infuocata in quei corpi votati all’amore delle acque.

I due corpi nudi giacevano sul fondo erboso del lago.
Come per un incantesimo, le acque lenivano sofferenze e solitudini.
Parlavano, cantavano, cullavano, accarezzavano e donavano piacere.
Le ferite si rimarginavano e cessavano di dolere.
La croce inchiodata nelle carni di Alvise, che pure pareva dura, di legno, pareva consumarsi, svanire nel nulla.
Lasciava una ferita dalle labbra socchiuse.
Sanguinanti.
Finchè un mastice misterioso le suturava.
Ma un’altra ferita s’apriva di soppiatto nel cuore.
Profonda e tagliente, una lama penetrava nel rosso più vivo al centro del petto.
Ma non si sporgeva verso l’esterno, come l’altra croce, quella di legno.
Sprofondava, invece, sempre più giù.
Finquando non giungeva Sirena.
Nuda come un’acerba bimba innocente.
Pura come un angelo.
Figlia d’un dio sconosciuto delle acque.
Ancestrale come la polla che diede vita alla prima vita della terra.
Liquida come l’amniotico nutrimento che ciba ogni esistenza prima che conosca la luce d’oro del sole o il riflesso della luna d’argento.
Si univano come due nature distinte possono unirsi.
Un’anima ama il suo corpo unendosi ad esso senza commettere alcuno peccato.
Chi, tra Alvise e la sua Sirena, fosse l’anima e chi il corpo, in quell’amplesso d’amore, non è dato sapere.
Ma l’unione leniva il dolore.
Almeno per il tempo nel quale il piacere si sovrapponeva all’acuto dolore.

Nuda, Sirena era un’angelica creatura del fondo delle acque del lago.
Una Loreley che attraversava come una fresca corrente le acque cullate dal soffio del vento.
La lunga coda squamata avvolgeva in spire d’amore il timido Alvise.
Erano lunghe carezze, che duravano ore che nessuna stella poteva segnare.
Quel tempo era eterno.
Anche se un inizio ed una fine penetravano nelle anime come punte acute di chiodi crudeli.
Il silenzio cantava una muta canzone che parlava dei misteri di due lontani destini nati in mondi lontani.
La lingua delle acque, misteriosa per quegli uomini che non conoscono i segni del dolore e dell’amore, svelava, poco a poco, ogni segreto ai due amanti stretti stretti nella frescura del liquido mondo.
Acqua del cielo.
Acqua della terra.
E acqua di vita.
Ecco i tre misteriosi elementi di cui parlava quell’antica lingua segreta.
Ed Alvise e Sirena impararono presto a parlarla con dovuta sapienza.

L’acqua del cielo.
Scrosciante sul muto dolore dei morti nel cimitero in paese, rivelò ad Alvise che ogni croce smette, ad un tratto, di crescere.
Perchè la vita sparge il suo antidoto anche sui campi dei morti.
E’ un mistero senza morale come come possano i fiori nutrirsi, nella terra, della carne dei morti.
E come il desiderio di nascere in un camposanto irrigato di lacrime amare possa donare ai carnosi petali odorosi le sconce forme della più indecente bellezza.
Ogni uomo ha conficcata profonda nelle più tenere carni l’impietosa croce del destino di morte.
Ma quel destino ad un punto cessa di crescere e ci si fa l’abitudine alla paura che ogni istante sia solo l’ultimo concesso per vivere.
Questo rivelò Anna al povero Alvise cantando l’antichissima canzone delle piogge cadute dal cielo.
L’acqua della terra è l’acqua che parla d’amore.
Nutre e consola.
Nasconde per mostrare improvvisa l’esplosione della tempesta del corpo.
Il sollievo della frescura del liquido abbraccio è la dolce sensazione del corpo cullato nell’abbraccio d’una amorevole cura.
L’amante più acerba ed eterna.
L’acqua, che tutto contiene senza nascondere nulla.
Il divenire, il moto perpetuo, l’irrefrenabile natura dell’amore che tutto include, comprende ed annega.
La morte più dolce che non concede il sollievo d’una fine pietosa.
Questo rivelò Sirena concedendo ad Alvise i nudi seni rotondi e la dolce coda d’argento squamato.

Ma il dio dell’amore sta per compiere, ora, il suo generoso gesto divino.
Sta per rivelare il segreto dell’acqua di vita.
Da sempre si riversa nella caverna dove abitano i cuori di tutti gli amanti del mondo l’acqua che sgorga dal grembo delle puerpere che danno alla vita le loro creature.
Nulla si perde, in questo mondo d’amore.
Nulla si crea e nulla si distrugge.
Dicono così anche i sacerdoti della scienza moderna.
Il dio d’amore questo lo sa perchè è sua natura saperlo.
Da dove sgorga quell’acqua che nutre la vita che si forma e che nasce?
E dove si perde, dopo che ogni vita prende a camminare da sola?
Nulla si crea e nulla si distrugge.
Questo è il segreto del dio dell’amore.
E l’acqua della vita è il nome del misterioso destino delle cose del mondo.

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5 Replies to “ACQUA DELLA VITA (Alvise, p. 5)”

  1. Bellissimo. Non riesco a commentare perché utilizzerei le te frasi che tu hai già scritto…. E’ profonda questo racconto, lacerante eppure gioioso. E’ l’acqua della vita che sempre crea e nulla distrugge…

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  2. Folgorante!!! Alvise siamo tutti noi, tutti segnati dallo stesso destino.Un destino che conosciamo bene, un destino terribile, che solo a pensarci con un attimo di concentrazione in più, si rischia lo sgomento più nero. Ma è un destino ineluttabile contro cui nulla possiamo e quindi lo rimuoviamo. Lasciamo che questo pensiero venga sopraffatto dalla vita, come è giusto che sia. E la figura che tu hai scelto è bellissima…la sirena… emblema di questa vita, rotonda, piena, quasi granitica. Emblema di quello che davvero conta, di quella che è la nostra essenza: l’anima.
    Trovo un’intensa spiritualità nelle tue parole, quella spiritualità originaria, scevra da tutte le sovrastrutture umane. Aldilà delle disquisizioni teologiche e delle conclusioni a cui ognuno arriva. La spiritualità, nel senso più ampio e completo del termine, è un qualcosa che l’uomo avverte come bisogno, forse proprio per non soccombere a quel pensiero di destino ineluttabile e qui, in questo tuo racconto, io l’ho raccolta a piene mani.
    Un grande abbraccio

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  3. Cara Fausta,
    rieccomi, scusa il ritardo, ma … ho trascurato il blog, in questi giorni. Ho fatto una piccola vacanza, meravigliosamente relaxing, in Sardegna.
    Eccomi, e ti ringrazio, come al solito, per l’affettuoso giudizio.
    A presto, e un abbraccio,
    Piero

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  4. Visto, cara Patrizia?
    Una storia di vita che ci appartiene al di là di tutto.
    Siamo tutti Alvise, anche se non ce ne siamo mai accorti, abbiamo la nostra croce conficcata dentro, nelle carni, nel cuore, nel sangue… tutti lo sappiamo. E poi, se abbiamo paura della morte quella croce sanguina e fa male.
    Ma spesso ci scordiamo del nostro dolore, perchè una dolce voce ci svela il segreto della vita.
    Voce come un’acqua, o come le acque di Alvise, acqua del cielo, acqua della terra e acqua della vita: dolce, la prima, consolatrice. Tenera e amorevole, la seconda. E … amniotica la terza, totale, completa, infinita, vitale, come un oceano in cui siamo immersi, come l’acqua che ci ha nutriti quando eravamo nel grembo materno…
    Tutte queste voci sono come un concerto, come la voce della vita stessa che ci parla.
    E per non scivolare in una figura estranea al nostro stesso essere – come sarebbe stata quella di un dio, di una qualsiasi divinità – far parlare (far suonare) la natura, in questo racconto, è stata la maniera più spontanea per sentire quel concerto.

    Un abbraccione a te, amica mia, davvero sempre cara.
    Piero

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