SIRENA (Alvise, p. 4)

SIRENA - Max KLINGER
SIRENA – Max KLINGER

Voglio vederti tutta intera.
Voglio vederti come sei fatta, mentre ti spogli, come ti muovi.
Dai.
E dopo anch’io mi spoglio.
Vedi?
Come sono fatto, io?
Non vergognarti.
Non vedi?
Io non mi vergogno!
Su, voglio vederti nuda, tutta così, proprio così come sei!
Voglio vederti.
Vedi, ecco, adesso mi spoglio.
Lo vedi, io, come sono fatto?
Ecco, la vedi la mia croce?
Lo vedi com’è, tutto nudo, questo tuo mostro?
Lo vedi?
Eppure io non sono bello.
Io non sno come sei tu.
Non ho mai avuto una cosa bella come te.
Tu sei la mia bella sirena.
Perciò viglio vedere come sei fatta!
Voglio guardare proprio lì, proprio nel punto del tuo mistero, proprio dove inizia il tuo essere, una sirena, la il tuo destino, il tuo dolore.
Voglio conoscere il tuo corpo, mia dolce creatura dell’acqua.

S’erano visti per caso.
Per sbaglio, forse.
S’erano conosciuti senza riconoscersi.
S’erano incontrati dove è impossibile per chiunque incontrarsi.
Avevano fatto amicizia senza volere.
Solo un poco alla vota.
Erano due specie diverse.
Due mondi lontani, due paure esclusive, due solitudini assolute…
Due esseri soli.
Differenti da tutti.
Erano scarti della natura.
Emarginati per tutti…
Dolenti nel cuore e nella carne…
Unico sollievo, la lontananza da tutto.
Il freddo d’inverno.
La nebbia più fitta.
La gelida acqua.
Tutti e due amavano il brivido d’un bagno ghiacciato.
Il desiderio di morte.

Si specchiavano solo in quel cristallo che non sa stare mai fermo.
Lei se ne andava, perduta, scivolando, lenta, nelle acque dense dello stagno notturno.
Nuotava malinconicamente sinuosa.
Sirena.
Deforme creatura dell’acqua.
Si fermava solo a guardare il velo che sprofonda nel buio del cielo.
Nel punto dove il riflesso le restituiva le sembianze dolci di liquida ninfa.
I seni rotondi.
I capelli dorati.
L’angelico volto di dea.
Mentre si perdeva nella nera corrente l’orrido corpo tozzo dalla pisciforne coda squamata.
Alvise, invece, perso lo sguardo nella nera superficie oleosa, mirava il mosso riflesso di croce creato dal bagliore d’un raggio d’acciaio caduto dal cielo.
Quel paletto di carne brillava metallicamente d’un raggio freddo di luna notturna.
Impudicamente, il riflesso del deforme corpo di Alvise si mostrava pur nella cieca oscurità della notte.
Osceni, a scatti, come danzanti dèmoni immondi, guizzavano i raggi lunari sulla liquida superficie del lago che si perdeva col buio.
D’un tratto il volto riflesso di Alvise disegnato sul pelo dell’acqua si unì con quello della sirena che, dal fondo, si specchiava nella piatta superficie del nero cielo notturno.
Fu solo un attimo.
Il tempo d’un incantesimo.
Poi la misteriosa creatura del liquido mondo sommerso sinuosamente scivolò, scomparendo.
Ma bastò quel minimo istante a congiungere in un’unica onda di cerchi danzanti l’acuminata croce del male con l’acuta pinna dorsale della stupita sirena.
Un’impaurita sorpresa brillò, in quell’istante, nei due sguardi confusi che si riempirono l’uno dell’altro illuminati da un vivido raggio di luce lunare.
La stessa sola muta domanda restò inespressa nei cuori smarriti.
Fremettero insieme i due solitari corpi deformi separati dall’impercettibile velo sottile dello stagno nascosto sotto al complice manto notturno.
Poi, una goccia precipitò giù d’improvviso.
Franò sul piatto piano del nero opaco cristallo.
La tempesta d’un incontenibile pianto.
E nel turbine del temporale tremendo subito si disfece la visione che per un attimo s’era composta sullo freddo specchio del lago Medusa.

Il dolore di Alvise trovava grande sollievo nella frescura del bagno nelle acque notturne.
S’allentavano i dolorosi morsi della carne malata.
La vita sembrava farsi leggera in quel mondo di magici liquidi fluidi.
Aveva scoperto il sollievo dell’acqua laggiù, nella visita al cimitero.
La voce molteplice e complice della pioggia che cadeva dal cielo gli aveva cantato il familiare motivo d’un oscuro destino.
Aveva imparato a intender la mutevole lingua dell’eterno movimento dell’acqua.
Ne percepiva la musica.
Sapeva comprenderne le misteriose parole.
Si fermava incantato ad ascoltare i concerti delle fontane.
Gli scrosci dei ruscelli che in primavera applaudivano i trilli acuti degli zampilli.
Aveva imparato a non temere il tuono della cascata.
E nel rantolo del temporale sapeva discernere la voce amorevole di Anna che gli raccontava fantastiche storie di vita.
Mille e mille voci, gocce di pioggia delle sere di pioggia, gli svelavano gli arcani misteri della natura e le occulte leggi del mondo.
Con la voce d’una amorevole madre, la sapienza delle acque gli aveva parlato.
Ed ora Alvise sapeva che c’era una ragione nella sua dolorosa esistenza.
La più profonda verità nascosta dentro la sua stessa corporea esistenza.
La verità della vita.
Per questo non sapeva resistere alla deriva morbida che lo spingeva leggero sulla corrente del lago.
Si sentiva libero quando la spinta della corrente gli elevare il cuore verso il cielo più alto.
Sapeva di andare là dove, prima, non era mai riuscito ad arrivare.

Nello sciabordìo d’un derelitto naviro si può nascondere un imprevedibile destino.
Solitario, Alvise aveva cominciato a passare lunghe ore sulla riva dello stagno in fondo al paese.
I riflessi degli alti alberi intorno tingevano di verde la superficie increspata dai soffi del vento annoiato.
Il fitto canneto sulla riva lo nascondeva dai curiosi passanti.
Come una creatura delle acque, ormai, trascorreva la maggior parte del tempo aspettando qualcosa d’incerto e, al tempo stesso, d’indubitabile.
Aspettava, incrollabile, il momento in cui si sarebbe compiuto il proprio destino.
Alvise, che ha imparato a conoscere il canto dell’acqua caduta dal cielo, aspetta ora che gli parli la voce dell’acqua che sgorga dalla terra.
Un giorno la pioggia gli aveva parlato con la voce di Anna per raccontargli il perchè della sua stessa esistenza.
Ora invece aspettare che l’acqua del lago gli raccontasse la sua prima storia d’amore.
L’attrazione per l’acqua si faceva ogni ora più forte.
Ed Alvise ristava immobile sotto la pioggia sferzante, per ore, sulla riva dell’oscuro stagno di pece.
Fermo come un sasso che non può respirare.
Come una creatura marina.
Un’informe figura sbozzata nel marmo.

Gli occhi marini della sirena l’avevan stregato. Passato lo spavento cominciò a cadere la pioggia di lacrime.
Un’acqua del cuore che parlava d’amore.
Poi cominciò a scender di nuovo la pioggia.
Il piano del lago nel buio s’era messo a tremare.
Sulla superficie di perfetto cristallo cominciò ad infrangersi una gragnuola di gocce che alzavano schizzi e sollevavano spruzzi.
Mentre si spandevano intorno mille e mille cerchi concentrici fin che si perdevan del tutto nel buio.
La superficie s’era fatta un dolorosa pelle butterata da colpi maligni.
Scuro cuoio colpito da scariche esplose dal cielo nascosto da qualche parte nel buio.
Non provava una vera paura, Alvise, di fronte alla lingua di guerra dell’acqua del cielo.
Sapeva che da qualche parte il destino s’era avvicinato di colpo.
Forse stava nascosto in quello sguardo ce s’era legato per un istante ai suoi occhi.
E gli aveva lanciato un disperato messaggio d’aiuto.

Tornò cento e cento giorni ancora alla superficie del piccolo lago.
Cercando la misteriosa figura che l’aveva stregato.
Andava soprattutto quando la pioggia cadeva più forte.
Guardava sul fondo del lago cercando quegli occhi che l’avevano rapito per sempre.
E una sera c’era davvero l’altra figura nascosta nell’ombra sul fondo.
Stettero immobili a lungo, parlando la lingua universale del silenzio del cuore.
E si fecero mille mute promesse d’amore.
Nascosti, attenti a non farsi vedere.
Poi, piano, nel buio notturno della bassa foresta di canne, si sfiorarono lievi, come il riflesso che sfiora lo specchio.
Poi, facendo forza contro se stessi, una parola alla volta, il silenzio di fece pieno di lunghi discorsi.
La lingua dell’acqua li aiutò ad intendersi meglio.
Le vibrazioni del cuore e dell’anima erano melodie armoniose che le loro fini orecchie di mostri seppero intendere bene.
Si raccontarono a lungo, specchiandosi in solitarie speculari esistenze.
Due lancinanti dolori indelebili.
Due destini gemelli.
Quello di Alvise era una croce conficcata nelle tenere carni di creatura terrena.
L’altro era una cruda coda di sirena del lago. Un’irrequieta pinna di pesce al posto del grembo che ad una ninfa offre piacere ed al mondo la vita.
Si videro uguali.
Si riconobbero, l’uno nell’altra.
E si piacquero, amandosi dell’amore delle disperate creature.

Lei si spogliò delle squamose scaglie brillanti che ricoprivano il flessuoso corpo femminile di pesce.
Timorosa e tremante si offrì, nuda natura, agli occhi amorosi del giovane Alvise.
Anche Alvise s’offrì nudo al corpo di sirena nelle scure acque nate dal grembo della fertile terra.
E mostrò la sua croce di dolore asfissiante.
La mano della dolce sirena accarezzò il povero legno che fuoriusciva dal corpo fremente di giovane uomo.
La croce, misteriosamente, corse a nascondersi nella vergogna profonda che accompagna ogni dolore.
Lasciando solo una cruda ferita che sanguina piano.
Due lembi d’una bocca svuotata.
I denti hanno smesso di mordere i bracci del legno incrociato.
Stillano infine le ultime gocce di sangue.
Finchè, finalmente saziato il crudele appetito, la bocca ora si chiude.
La sirena accarezzò con la mano la guancia di Alvise.
Il giovane, incredulo, perse coscienza e d’improvviso svenne sul fondo del lago.

La ninfa sirena spaurita si voltò inutilmente in cerca d’aiuto.
Poi s’allontanò versando le sue prime lacrime d’addolorato amore perduto.
Restò per un poco solo la luna a guardare la scena.
Le acque del cielo smisero di cantare la loro canzone d’amore.
S’acquietò anche la superficie dell’acqua che sgorgava dalla pancia ferita della nuda liquida terra.
Resto, infine, solo il silenzio.
Che cantò al mondo la sua dolce canzone.
Lontano, il primo lividore d’aurora rischiarò l’orizzonte.
La vita riprese il suo corso normale.
Tutto rimase nella misteriosa attesa del tempo che tesse la sua invisibile tela…
E anche noi dobbiamo aspettare che Alvise rinvenga.
Deve cercare ancora la voce dell’acqua.
Non è finito ancora il suo viaggio.
Non è compiuto ancora il suo straordinario destino.

6 pensieri riguardo “SIRENA (Alvise, p. 4)

  1. A me piace molto molto questa figura femminile che sacrifica se stessa per amore dell’altro. Perchè se ben ho capito e se immagino giusto, non credo che si rivedranno più. La sirena è un mezzo per capire altro, per arrivare ad altro.Il suo E’ un amore donato senza nulla chiedere, senza nulla pretendere, è amore vero. Non credo si rivedranno più, ma questo ovviamente è solo ciò che penso io.. Qui è forte il tema delle disperazioni, delle solitudini, qualcosa quindi che noi intendiamo in un’accezione negativa. Però, da questo incontro disperato, nasce qualcosa di bello. E questo qualcosa si vorrebbe fermare, fissare in eterno. Ma da quel che ho compreso non è così. Da quel qualcosa di bello nasce ancora dolore (la sirena che piange per l’amore perduto) . Lo svenimento di Alvise, per me, è solo simbolo di qualcos’altro, un qualcosa che reca dolore alla sirena. Quasi che il bene portasse insito in sè anche il male e viceversa. Come se non fossero due realtà distinte, ma un’unica realtà che contiene tutto.
    Abbraccione

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  2. Cara Patrizia, cominciamo con una mia personale riserva: non ho ancora riletto tutto lo scritto, dopo … la fase creativa, quindi è possibile che qualcosa che mi è scappato dalla “penna” non corrisponde a ciò che ho in mente.
    Stavolta so, più o meno, in che direzione andrà la storia.
    E mi piace.
    Devo solo mettere nero su bianco la mia idea, trovare il momento per le parole giuste.
    E non sono certo che la tua interpretazione sia del tutto giusta.
    Potrai divertirti e riempirmi di gioia fornendomi la tua chiave di lettura, più avanti.
    Io sto solo raccontando una storia con spirito “neorealista”, se mi passi il termine.
    Non dico altro.
    Solo, che ti abbraccio,
    Piero

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  3. Caro Piero, ma questo è evidente..
    .Io lascio scivolare i pensieri dentro le tue parole come sempre faccio con le storie leggo, specie quando sono di questo tipo, storie cioè che oscillano tra il reale e la fantasia. Lungi da me la pretesa di interpretare esattamente quella che è una tua storia, tua intendo come creata, sentita, pensata da te, nel tuo intimo e nella tua interiorità e di cui quindi solo tu sei legittimo padrone. E’ come con la poesia, spesso l’interpretazione di chi legge è molto lontana dalle reali intenzioni di chi scrive, ma questo non deve essere un” problema” per chi scrive…solo sono altri chiavi di lettura sgorgate dalla sensibilità, dalle esperienze e dall’anima degli altri. Niente più di questo.
    Leggerò con immenso piacere il seguito della storia di Alvise.
    Un abbraccio🙂

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  4. Lo so. E’ come tu dici. Chi scrive ha il coltello dalla parte del manico. Ma l’arma vera è la lama, nelle mani di chi legge.
    No, è solo un gioco di parole. Lo so, chi scrive la mette lì, è il padrone fin che “crea”. Poi chi legge diventa il padrone.
    Ma fra me e te è un gioco bello, questo. Io vedo quello che tu senti quando leggi ciò che scrivo (altro gioco con le parole).
    Mi piace.
    Andrò avanti per la mia strada, anzi, Alvise andrà avanti per la sua strada.
    Un bacione,
    Piero

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