LA GIOIA MASSIMA (Alvise, p. 3)

Salador DALI' - PREMONIZIONE DI GUERRA

Salador DALI’ – PREMONIZIONE DI GUERRA

Cosa si deve provare quando è  massima la gioia!
Il cuore che batte forte, impazzito.
Il respiro che si spezza.
Le tempie che scoppiano.
E soprattutto quel senso di incredula meraviglia intrecciata alla speranza che diventa realtà.
Un sogno che si avvera!
Così, Alvise si sentì quando fece la sua straordinaria scoperta.
Quando appurò, fuori da ogni dubbio, la sua dolcissima verità… fu miele, e nettare, e ambrosia!
Fu quel tipo particolare di felicità che solo l’affrancamento dalla più penosa delle disgrazie può dare.
Un ubriacante sconvolgimento.
La fine d’un patimento sconfinato.
Si, insomma, per Alvise era giunta finalmente una buona notizia.
Anzi, la prima buona notizia, si potrebbe dire, della sua vita.
La prima e l’unica buona notizia che, in fondo Alvise aspettava da sempre.

Il dolore di Alvise, così era stato finalmente accertato senza ombra di dubbio, aveva un limite, un confine, una misura, cioè, così era stato certificato dai fatti, non si espandeva all’infinito come un mostruoso universo di sofferenza.
Adesso anche lui poteva dire l’ultima parola su quell’argomento.
Non si trattava più di portare il peso d’una sofferenza senza fine.
Si.
Anche se non poteva far cessare il dolore continuo, e anche se non poteva nascondere il suo stato di menomazione, almeno, adesso sapeva, era sicuro fino in fondo, almeno, non si trattava della caduta in un abisso senza
fondo.
Ormai era stato accertato che, ad un certo punto, la croce conficcata nelle sue nude carni doveva finalmente cessare di crescere.
E, come si spiegherà in seguito, adesso ne sapeva molto di più, di quel suo strano e tremendo destino.

Tutto era accaduto in un giorno piovoso di febbraio.
Era l’anniversario della morte di Anna.
La povera madre, vi ricordate?
Morta più per la fatica e la vergogna che per qualche reale ragione medica.
Insomma, quel giorno, il povero Alvise, più derelitto che mai, aveva indossato con estrema fatica un pastrano sformato sotto al quale riusciva appena appena a nascondere le braccia stese dell’immonda escrescenza che gli cresceva addosso.
La sua figura sbilenca s’affaticò ai limiti delle possibilità umane per salire a piedi verso il cimitero fuori dal paese.
La pioggia appesantiva i suoi passi come la crudele catena appesa al collo d’un condannato.
Ma era in giorni come quello che la volontà di Alvise raggiungeva livelli di forza sconosciuti a chiunque.
Lemme lemme, raggiunse il cancello del vecchio cimitero e varcò la soglia, dopo avere strappato un fiore marcio di pioggia alla costa della strada infangata.
Faticosamente girò e voltò per gli stretti viali tra le tombe bagnate finquando raggiunse un tumulo ai cui piedi era infissa un croce di legno.
Era una croce piccola e squadrata.
Meno pesante dell’altra, della sua, a stento nascosta sotto al pastrano.
Attaccata alla croce era un cartiglio con un nome.
A noi basta chiamarla Anna.

Non si può dire che s’inginocchiasse, il piccolo corpo deforme.
In piedi o carponi era più o meno la stessa cosa.
Implorava comunque pietà.
E poi questo è un dettaglio senza nessuna importanza.
Ristava, ora, piangendo, dinanzi al tumulo basso.
Oppure, forse, era la pioggia a rigargli il viso scavato.
E sembravano lacrime amare.
Gli occhi rossi, invece, parevano quelli d’un pianto represso.
Oppure quelli d’un dolore irreprimibile.
Le mani strette, nervose e nodose, forse stringevano i versi d’una preghiera, oppure le imprecazioni scagliate contro il cielo impietoso.
Fatto sta che, al bagliore d’un lampo sferzante coperto quasi dallo scoppio d’un tuono improvviso, seguì un lungo silenzio imprevisto.
La pioggia smise di urlare, battendo la terra da altezze infinite.
Ora i cipressi avevano smesso smisero di prendere a schiaffi l’aria stagnante.
Nessun altro rumore, intorno, nessuna eco lontana.
Neanche lo stormire attutito di fronde o il remoto cinguettìo fra i rami.
Il paese tutto sembrava essere morto.
O, forse si dovrebbe dire, il paese era diventato il regno dei morti.

Quella pausa fu lunga come l’eterno.
Poi, dalla terra cominciò a risuonare profondo un suono remoto.
Erano le profondità sepolte dal tempo.
La vibrazione delle fondamenta del mondo.
Il coro delle forze ancestrali della natura.
Man mano cresceva quel profondo mormorante respiro, mutando di tono e d’intensità.
Diventava un suono, un canto, una preghiera… Il gemito intenso, l’ infinito lamento, il richiamo dell’innumerabile popolo che vive sepolto.
Era la grave voce dei morti.
Un suono che mai s’era udito prima di allora.
Il Comando, l’Ordine, il Richiamo a cui nessuno osa rispondere.
Era la Voce.
La Voce degli inferni, la voce di tutti quelli che furono, la voce di quelli che prenderanno il posto di quelli che un giorno andarono, la voce degli altri che resteranno e di quelli a cui sarà negata la possibilità di restare.
La voce di tutti i tumuli e di tutte le croci.

Potrebbe sembrare una circostanza spaventevole, detta così.
Un tuono confuso col lampo.
Un silenzio di piombo.
Un silenzio che s’impone.
E da quel silenzio che grava, la voce del silenzio che incombe!
Ma Alvise non temeva la voce profonda e spossata di quell’aldilà.
Anzi, forse gli era più confacente di quest’altro mondo di qua che l’aveva rifiutato fin dall’inizio.
E gli aveva imposto anche un prezzo così alto per starci.
Comunque, non si mise a tremare, come avrebbe fatto un altro chiunque.
Cominciò ad ascoltare con rapìta attenzione.
Si concentrò, sforzandosi di afferrare quei suoni uno alla volta.
E, allenato com’era al silenzio, distinse le singole note di quell’ineffabile concerto di voci.
E, con quale dolce meraviglia scoprì che intonavano il canto direttamente per lui.
Con quale commozione udì la voce che guidava tutte le altre.
Era proprio quella di Anna.
La voce della tenera madre.

Insomma, gli elementi s’erano ricordati di lui.
Il mondo dei morti aveva deciso di fargli un favore.
Rivelargli tutto intero il destino, fino all’ultimo giorno.
Fra l’altro, il fatto che dicevamo poc’anzi.
Ovvero il limitato raggio d’azione della crescita della sua croce.
Raggiunta una certa misura, quel tot diciamo così, non poteva poi andare più oltre.
E non era una misura tanto invadente come si potesse pensare.
Ci si poteva pure convivere con una limitata infezione.
In fondo, non erano tanti gli storpi, i deformi, quelli con le ossa come alberi storti?
Io uno così lo conosco pure, lo vedo ogni tanto in paese, pensò Alvise sognando una vita alquanto normale.
E s’immaginò di potersi mettere in giro, per strada, magari chiedendo un’elemosina a qualche pietoso passante.
Oppure, come si raccontava in certi romanzi d’un tempo, di ritirarsi sotto le ombre pesanti d’una antica cattedrale a rendersi utile al vescovo ed ai fedeli in preghiera.
E campare così.
Morire sospirando al buon cuore degli uomini.

Quando il tempo riprese il suo corso normale, anche la pioggia s’era fatta più tenue.
Nel cuore di Alvise era rimasto il palpito d’una emozione profonda.
Adesso conosceva la direzione del suo cammino.
Poteva finalmente mettersi in viaggio nel mondo.
Le voci che gli avevan confidato il segreto che ogni uomo vorrebbe conoscere – pur sapendo che non esiste sventura più grande – adesso s’eran rimesse a dormire il loro sonno profondo.
Ed era tornato il silenzio terreno rotto soltanto da qualche goccia in ritardo.
Lentamente com’era entrato, Alvise varcò a ritroso il pesante cancello.
Si recò nuovamente in paese.
Salì piano le scale di casa.
Chiuse la finestra e, disfatto dalla fatica si mise a dormire.
Sognò mondi lontani.
Terre sconosciute e mari inospitali.
Cieli infiniti ed astri lucenti.
Correva, saltava, nuotava e volava.
S’era trasformato in un inimmaginato animale fantastico.
Una specie di fenice deforme.
Che non rinasce dal fuoco, ma dal bagno nell’acqua d’una torrenziale tempesta.
E dormì.
Agitato e bagnato per tutta la notte che venne.

(segue… forse)

7 thoughts on “LA GIOIA MASSIMA (Alvise, p. 3)

  1. Caro Piero
    credo che il dolore, qualunque esso sia, mentre lo si vive, lo si percepisca infinito. Un qualcosa che non avrà mai fine.
    La causa del dolore di Alvise non sparirà, ciò che gli viene rivelato è che essa ha un limite, oltre il quale non può andare.
    Ecco. conoscere l’esistenza di questo limite, permette ad Alvise di sentirsi felice, pur sapendo che quella croce non sparirà mai del tutto.

    Due riflessioni mi vengono spontanee: quando e come finirà il suo dolore attuale? Riuscire a percepire che il dolore ha un limite permette di accettare ed affrontare quello intenso, più difficlie che si vive nel presente? E se sì, che cosa ci permette di arrivare a questa percezione, a questa consapevolezza? La fede? Una visione positiva ed ottimistica della vita? Una razionalità che ci porta a pensare che nulla è immutabile, nemmeno il dolore?

    Oppure, ciò che Alvise viene a sapere, non è altro che la conferma che quella croce sparirà solo con la fine? Che solo la morte metterà fine a quella crescita continua di dolore?

    Come vedi solo domande, come sempre…
    Ciao caro Amico
    Un abbraccio🙂

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  2. E chi lo sa, Patrizia mia?
    Io non sono certo l’uomo delle risposte. Sono sempre e solo quello delle domande.
    E tu sei la donna delle domande.
    Per questo, o in questo, siamo uguali.

    Non so risponderti, so solo che quel limite al dolore mette gioia, perchè pone un limite all’infinita sofferenza. E infinita sofferenza significa che la sofferenza può essere doppia, tripla, multipla mille volte della sofferenza di oggi.
    Sprofondare nella sofferenza significa sprofondare nella disperazione.
    Trovare un limite nella sofferenza significa trovare il sollievo che si prova quando al mare si affonda nella paura di annegare e poi si tocca col piede teso l’estremo lembo di sabbia che dà l’impressione di potersi aggrappare…
    Ci si salva?
    Basta un’onda e si beve.
    Ma la felicità che si prova è la stessa di Alvise…

    Mi chiedi come sarà la fine della sofferenza di Alvise.
    Non so rispondere, perchè non conosco il destino di Alvise.
    A lui è stato rivelato dalle voci amorevoli di mamma.
    Ma non a me.
    Anche se siamo tutti un pò Alvise, non tutti conosciamo le stesse cose che lui conosce.
    Noi restiamo altro da quel che è Alvise.
    Quindi dobbiamo vedere cosa succede.

    Un abbraccio e un bacio,

    Piero

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  3. Lo so bene Amico mio, nessuno di noi credo, può avere una risposta definitiva. E come potremmo noi, esseri limitati, come tutti gli esseri viventi, pretendere di rispondere con certezza a domande così profonde? Le nostre domande sono rivolte a noi stessi, sorgono spontanee da una lettura come questa, da un’immagine, da un’esperienza o da chissà cos’altro.Le maciniamo dentro da sempre. e diamo risposte sempre parziali. A volte ci sembrano definitive, ma poi compare un’altra domanda che le trasforma di nuovo in dubbio ed incertezza. E questo forse, è la fortuna d’essere esseri limitati ed imperfetti.
    Un bacione e buona domenica🙂

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  4. Cara Patrizia,
    tu chiedi – a te stessa e a me, come riflessione comune (e ti ringrazio per l’affetto con cui ami condividere queste cose con me) – anche cosa è che fa sopportare la fatica di vivere.
    Lo possiamo chiamare dolore, sofferenza, croce… ma cos’altro sono questi nomi se non delle maschere dietro cui nasconde proprio la fatica di vivere?
    Non sono un pessimista, mi conosci.
    Quindi non mi iscrivo tra quelli che credono che vivere… sia solo un lungo appuntamento con il niente, o con la morte… ma … poichè siamo vivi, vivi con tutti i sensi accesi, con tutta la fame di vivere… ma poichè siamo vivi sappiamo che vivere è fatica.
    Fatica è qualcosa che consuma, macera, piano piano distrugge…
    Ma è anche energia, calore, linfa, sangue…
    Cosa ci consente di superare questa fatica che piano piano ci accompagna consumandoci?
    La fede? La ragione? I sentimenti?
    Forse un istinto animalesco.
    Sembra qualcosa di ferino, di bestiale, ma solo se lo si guarda in superficie.
    Perchè la metafora richiama il lupo oppure la tigre.
    E se invece si si pensa, è lo stesso istinto che fa sbocciare le gemme che in questi giorni stanno di nuovo sbocciando sui rami degli alberi sul viale di casa.
    E lo stesso che le trasforma in frutti, frutti che poi maturano, marciscono e muoiono.
    E restano i rami spogli nell’inverno.
    Anche loro faticano a sopportare le rigide notti e le piogge allaganti, o gli schiaffi del vento… a volte si piegano, a volte si spezzano… ma poi, rimettono al mondo le loro gemme.
    Non c’è qualcosa di animalesco in questo?
    Animalesco sta per naturale.
    Si.
    Con l’avvertenza che anche c’è un’irriducibilità, una volontà indomabile, una chimica … che obbedisce a leggi eterne, indomabili, inalterabili…
    Non basta vedere un fiume che scorre e credere che esso scivoli lungo un impercettibile piano inclinato… no, Patrizia mia cara. C’è di più.
    E’ quella bestiale forza che consente ai vivi di sopravvivere al dolore dei morti.
    Un fiume se la natura lo volesse, a suo capriccio, potrebbe scavalcare le montagne!
    E a volte non è proprio questa rivoluzione, questo moto imprevedibile, questo miracolo ad accadere?
    Altrimenti come potremmo spiegarci tanto quotidiano stupore nell’osservare ciò che accade nel mondo? Come potremmo spiegarci quell’illusione perenne che vive nell’uomo di scoprire cosa c’è nell’aldilà, chi è Dio, che volto ha il sovrannaturale?

    … Lo vedi?
    Sono l’uomo delle domande.
    E tu sei, in questo, la mia donna (permettimi l’affettuosa confidenza, inoffensiva).

    Un abbraccio.
    Piero

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  5. No, nemmeno io penso che la vita sia un “lungo appuntamento con il nulla o con la morte” Sarebbe ben triste questo. La vita è gioia ed è fatica. Proprio come gli alberi, come dici tu, radiosi e vitali in primavera e in estate…ma quanta fatica per arrivarci! Eppur si ricomincia, si va avanti, sempre…
    Cosa dà la forza per andare avanti nonostante tutto…credo non ci sia una cosa unica e definitiva. Ognuno trova il suo appiglio: la fede, la ragione, i sentimenti…
    Credo anche però, che vedere, di tanto in tanto, una piccola gemma, un piccolo miglioramento, sia indispensabile per riuscire a mantenere quella forza, che è una forza dell’anima e l’anima è anche fragile…
    Ci può essere un momento in cui non si vede che buio, il nulla appunto e quel buio appare più consolatorio ed agognato della lotta e diventa più forte anche dell’istinto di sopravvivenza.
    Sai, quando parlo di queste cose, mi viene sempre in mente una storia che mi è stata raccontata di un sopravvissuto all’olocausto che, all’età di 60 anni si uccise. M’impressionò molto il suo voler porre fine alla sua vita. Lui, sopravvissuto all’orrore che ben conosciamo, lui che visse ed affrontò un dolore immenso, anche dopo . Come credo tutti quelli che vissero quell’esperienza. Eppure ad un certo punto disse basta, volontariamente, lucidamente.
    Quasi che quel dolore fosse un tarlo che rimasto dentro di lui, consumò lentamente la forza della sua anima.
    (ma con questo, credo d’aver deviato verso altre cose…)
    Forse chi ha fede ha una marcia in più, perchè non vedendo il fallimento del suo ragionamento, della sua speranza, dei suoi sentimenti, non perde mai la speranza che le cose possano cambiare in positivo.
    Che cosa voglio dire con tutto ‘sto discorso? Non lo so…solo pensieri a ruota libera di cui tu, spesso, sei complice🙂 Per questo e per il fatto che ormai mi conosci , spero mi perdonerai🙂

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  6. Non ti perdono, anzi, ti dico grazie!
    Il nostro è il dialogo di due amici.
    Fatto di cose dette: su pagine che con facilità potrebbero scivolare nel vuoto, restano i nostri tentativi di scambiarci qualcosa di noi.
    Non è davvero un bel regalo che mi fai?

    Per quanto riguarda le cose che danno forza alla vita è come dici tu, ce ne sono tante.
    Per fortuna!
    La fede, la ragione, l’istinto, e anche la bellezza, l’amore, l’arte e sicuramente anche altre ancora.
    Ognuno ha le sue più importanti.
    Io non le vedo in competizione fra loro, ma, come preziosi di un unico tesoro, arricchiscono chi li possiede.
    Lo sai, io penso che “varietà è ricchezza”, così anche per le cose che danno forza alla vita.

    Poi, accanto a quelle che danno forza, ci sono le cose che ci consumano, ci levano i giorno.
    Il dolore, il vuoto, l’ignoranza, la malattia, il desiderio smodato…
    Anche qui, c’è n’è una varietà infinita.
    Varietà, verrebbe da dire che è povertà.
    Così, tanto per dare al mio “dualismo” una visibilità di cui mi scordo spesso.
    Il bene ed il male che sono in noi.

    Forse anche questo ci arricchisce?
    Chi può dirlo con certezza?
    Senza il bene, verrebbe facile pensare che tutto sia pessimo.
    E senz’altro è così (anche solo per definizione, visto che lasciamo la strada aperta all’azione solo al male).
    Ma solo con il bene?
    Potremmo dire che tutto è ottimo?
    E che ottimo sarebbe?
    Immortali, ricchi senza limiti, senza malattie, senza difetti…
    Tutti poeti nessun lettore, passami la metafora.
    Chissà: vuoi vedere che la varietà vera, quella che include il bene e il male, è la vera ricchezza?

    Un abbraccio.
    Piero

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